Durante alcune riunioni aziendali le veniva chiesto di servire il caffè «in quanto donna». Un gesto che, secondo il tribunale del lavoro di Treviso, non era una semplice richiesta informale ma parte di un comportamento discriminatorio ripetuto nel tempo. Per questo una dirigente della Keyline di Conegliano (Treviso) ha ottenuto una sentenza favorevole: il giudice ha annullato il licenziamento deciso dall’azienda e riconosciuto un risarcimento di 50mila euro per discriminazione di genere, oltre al reintegro nel posto di lavoro e al pagamento degli stipendi arretrati.

La richiesta di servire il caffè «perché donna» durante le riunioni

Dalle carte del processo emerge un clima che il tribunale ha ritenuto discriminatorio. Secondo quanto riportato nella sentenza, durante alcuni incontri di lavoro l’amministratore dell’azienda chiedeva alla dirigente di preparare il caffè per tutti i presenti. La richiesta veniva motivata con il fatto che fosse un compito suo e della sorella «in quanto donne».

Gli episodi, secondo il giudice, si sono ripetuti nel tempo e spesso davanti ad altri dipendenti. In aula sono state riportate anche altre frasi attribuite al responsabile, tra cui: «Tu non ti meriti la dirigenza e la posizione, io avrei bisogno di un uomo e per di più con esperienza».

Per il tribunale questi comportamenti hanno avuto un carattere umiliante e dequalificante. La reiterazione nel tempo e il contesto pubblico in cui avvenivano hanno portato il giudice a considerarli una molestia discriminatoria legata al genere.

Il licenziamento mentre la dirigente era incinta

Un passaggio centrale della vicenda riguarda il momento in cui è arrivato il licenziamento. La lettera è stata consegnata il 29 luglio 2024, quando la dirigente era incinta. Un mese prima la società aveva notificato una contestazione disciplinare.

L’azienda le attribuiva due responsabilità. La prima riguardava l’utilizzo della carta di credito aziendale per spese personali, per un importo di circa 5.600 euro. La seconda faceva riferimento a una presunta responsabilità operativa nel sovraccarico del magazzino nell’ambito delle attività svolte negli Stati Uniti.

La manager lavorava da anni nella società, controllata dalla stessa famiglia, e aveva ottenuto la qualifica dirigenziale solo pochi mesi prima, a gennaio 2024.

La sentenza del tribunale: reintegro, stipendi arretrati e risarcimento

Nel corso del processo gli avvocati della dirigente hanno contestato punto per punto le accuse. In aula è emerso che l’utilizzo della carta aziendale per spese personali sarebbe stato una prassi tollerata all’interno della famiglia che controlla la società.

Anche l’altra contestazione, relativa alla gestione del magazzino, è stata ritenuta generica e non adeguatamente dimostrata. Il giudice ha quindi escluso che vi fosse una «colpa grave» tale da giustificare il licenziamento di una lavoratrice in stato di gravidanza, una categoria a cui la legge italiana riconosce tutele particolari.

Con la sentenza di primo grado il tribunale ha quindi stabilito il reintegro della dirigente nel suo posto di lavoro e il pagamento di circa 112mila euro di stipendi arretrati. Alla manager sono stati inoltre riconosciuti 50mila euro per il danno da discriminazione di genere e 1.725 euro per il danno da stress.

Il contesto familiare dell’azienda e le tensioni interne

La vicenda si inserisce anche in un contesto di forti tensioni interne alla famiglia che controlla l’azienda. Tra i ruoli apicali della società figurano il padre, la madre adottiva e il fratellastro.

Secondo quanto emerso nel procedimento, già nella primavera del 2024 erano state inviate due diffide in cui venivano denunciate «condotte vessatorie, mobbizzanti e gravemente offensive». Una situazione che, secondo la ricostruzione presentata in tribunale, avrebbe contribuito al deterioramento dei rapporti all’interno dell’azienda.

Una vicenda simile riguarda anche la sorellastra della dirigente, licenziata nello stesso periodo e un mese dopo la nascita della figlia.