Virginia Roberts Giuffre si è tolta la vita ad aprile, dopo essere stata tra le grandi accusatrici di Epstein. Esce ora in tutto il mondo (in Italia per Bompiani) Nobody’s girl, il racconto postumo dove descrive le molestie subite da bambina e la fuga dal controllo di Epstein e Maxwell all’età di 19 anni. Un memoir che è un atto di coraggio: quello di scendere in campo per sé e per le altre vittime di abusi
Poco prima di morire, Virginia Giuffre ha affidato a un’email il suo desiderio più urgente: che il suo Nobody’s Girl, memoir rivelazione di una testimone chiave del vertiginoso castello di abusi e potere legato al caso Epstein-Maxwell, vedesse la luce, a ogni costo. Oltre 400 pagine, frutto di anni di lavoro di scavo lucido e doloroso, che Donna Moderna ha letto in anteprima e che Bompiani porta ora in libreria.
Il testamento di Virginia Roberts Giuffre

Da aprile scorso, quando Virginia si è tolta la vita, quelle pagine sono diventate il suo testamento civile. «Il contenuto di questo libro è cruciale: vuole far luce sui fallimenti sistemici che permettono il traffico di persone vulnerabili. È imperativo che la verità sia compresa e che si affronti il tema, per giustizia e consapevolezza» raccomandava.
Virginia Roberts Giuffre e il caso Epstein

Virginia è stata una delle principali accusatrici che hanno incrinato il muro attorno al sistema Epstein-Maxwell, la rete di adescamento e sfruttamento di ragazze (anche minorenni) costruita dal finanziere Jeffrey Epstein, ufficialmente morto suicida in cella nel 2019, con Ghislaine Maxwell, socialite britannica e suo braccio operativo, poi condannata a 20 anni. È anche la ragazza bionda ritratta nella foto accanto al principe Andrea, con cui, ha denunciato, è stata costretta a subire rapporti sessuali a 17 anni. La causa si è chiusa nel 2022 con un accordo extragiudiziale e una donazione alla fondazione creata da Giuffre a sostegno delle vittime, senza ammissione di responsabilità da parte del principe, da allora estromesso dalla vita pubblica della famiglia reale.
La lunga catena degli abusi
Ma, ben oltre la cronaca degli orrori legata a quello scandalo, il memoir allarga l’inquadratura e mostra che la violenza sulle donne è spesso un lungo filo rosso che parte dalla famiglia d’origine e approda al calvario di nuovi abusi, questa volta coniugali, che Virginia ha taciuto fino a poco prima della sua morte. Citando un dato, Amy Wallace, sua coautrice, offre nella prefazione una chiave di lettura: chi è vittima di violenza da bambina ha una probabilità circa 15 volte più alta di subirne ancora da adulta.
L’alleanza Epstein-Trump
Il libro si apre su quella prima frattura: gli stupri subiti da piccola, da parte del padre e poi di un amico di lui, lo smarrimento che ne segue – fughe, notti in strada, nuove violenze – e poi il reclutamento da parte di uno sfruttatore locale. È su questo terreno che attecchisce il sistema Epstein: arruolata mentre lavora, sedicenne, nella spa del club privato di Donald Trump, a Mar-a-Lago, Virginia ce ne offre una radiografia dall’interno. Denaro, prestigio e protezione usati come lusinghe; i “massaggi” che scivolano nell’abuso; una cerchia di “amici” da compiacere e una cortina di potere che garantisce impunità.
Virginia Roberts Giuffre e il principe Andrea
Maxwell è la matriarca che recluta e organizza, chiama le vittime «le mie bambine» e con Epstein inscena una famiglia disfunzionale in stato di cattività emotiva, dipendenza, paura, riconoscenza estorta. Dentro a questo quadro si collocano gli incontri col principe Andrea. Giuffre ne mette in fila tre, tra il 2001 e il 2002 (Londra, New York, Caraibi), una prossimità documentata dalla foto scattata a casa di Maxwell, dai registri di volo e da diverse testimonianze.
Le violenza da personaggi illustri
Sullo sfondo, una rete di protezioni tra filantropia, scienza, banche, mondanità. Nel racconto compaiono Bill Clinton, Kevin Spacey, Ehud Barak, il senatore George Mitchell e l’imprenditore di Victoria’s Secret Leslie Wexner. Tra gli uomini con cui è stata costretta ad avere rapporti, Giuffre indica l’agente di modelle Jean-Luc Brunel – accusato da più donne di traffico sessuale, arrestato a Parigi nel 2020 e trovato morto in cella nel 2022 -, Marvin Minsky, pioniere dell’intelligenza artificiale al MIT, e l’allora governatore del New Mexico Bill Richardson. I diretti interessati hanno sempre negato ogni addebito. C’è poi la figura di un ex primo ministro particolarmente violento: Virginia non lo nomina per timore di ritorsioni e per proteggere i figli. È un punto cruciale del memoir: la disparità di mezzi economici e simbolici non è un corollario, è parte della violenza.
La proposta di Epstein
Un passaggio rivela l’ideologia del predatore. Sull’isola di Little St. James, Epstein propone a Virginia di partorire suo figlio: a lui la piena titolarità legale del bambino, in cambio di 200.000 dollari al mese, tate 24 ore su 24, una villa a Palm Beach o New York. Una fantasia eugenetica travestita da “opportunità” che Virginia finge di accettare, ottenendo un “viaggio premio” in una scuola di massaggi in Thailandia. Lì finalmente spezza la catena, incontra Robbie, il futuro marito, e avvia un lento recupero tra terapie, ricadute, azioni legali. Nella consapevolezza che la propria storia possa servire ad altre.
Da Virginia Roberts Giuffre nuove leggi
Il libro non nasconde errori, ombre e l’indelebile senso di colpa per aver reclutato, a sua volta, altre ragazze quando era ancora in trappola; ma registra anche conquiste personali, come la fondazione di Victims Refuse Silence e poi di Speak Out, Act, Reclaim (SOAR), non profit che offre uno spazio sicuro alle sopravvissute alla tratta e allo sfruttamento sessuale. Il memoir testimonia inoltre la strenua battaglia di Giuffre per ottenere leggi che allarghino – fino ad abolirli – i termini di prescrizione per le denunce di violenza, in particolare quelle su minori: a New York il Child Victims Act e poi l’Adult Survivors Act hanno aperto la strada a migliaia di cause civili; grazie a quelle finestre Virginia è riuscita a presentare la propria contro Andrea, mentre inchieste come quella di Julie K. Brown riaccendevano l’attenzione. Nel 2019 Epstein viene arrestato a New York: la sua morte in cella chiude il procedimento prima del dibattimento, impedendo qualsiasi verdetto sulle accuse; nel 2020 è la volta di Maxwell, condannata nel 2022.
La violenza anche a casa
La pagina più dolorosa è l’ultima che Virginia decide di aprire. «Ha combattuto contro alcuni degli uomini più potenti al mondo, ma alla fine la sua battaglia più dura è stata a casa» ha dichiarato la cognata Amanda; i familiari parlano di percosse e coercizione fisica ed emotiva da parte del marito, fino alla notifica, nei mesi precedenti alla morte (aprile 2025), della separazione e dei provvedimenti temporanei di affidamento dei tre figli all’uomo: forse la sconfitta più cocente.
Il memoir di Virginia è importante non solo perché aggiunge tasselli inediti al dossier Epstein-Maxwell – la “famiglia” come dispositivo di controllo, la filiera del reclutamento, la rete di protezioni, la verità su Andrea e la spiegazione dei nomi taciuti – ma soprattutto perché mostra che la violenza, ben prima che nei salotti e sui jet privati, si consuma dove dovremmo sentirci più al sicuro: in casa, a scuola, in comunità. Cresce dentro culture che educano le ragazze a compiacere e i ragazzi a pretendere. Nobody’s Girl è la storia scabra e onesta di una ragazza – poi donna – che riprende in mano la propria storia e ce la affida. Sta a noi non lasciarla andare.