Ciò che spesso i sopravvissuti a un’esplosione o a un incendio ricordano non è un’immagine, ma l’odore. Quello del fumo accompagnerà forse per sempre i ragazzi scampati alla strage nel locale Le Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. La notte del 31 dicembre, all’1.30 circa, un incendio divampato sul soffitto presumibilmente a causa di alcune candele si è portato via la vita di 40 di loro, ferendone altri 116. Venti gli italiani coinvolti: 14 feriti e 6, purtroppo, morti. Le vittime, di varie nazionalità, sono giovanissime, dai 14 ai 39 anni: una tragedia nella tragedia, che rende l’elaborazione di quanto successo ancora più difficile.

Come affrontare il dolore

Mentre l’inchiesta giudiziaria accerterà negligenze e responsabilità, lontano dai riflettori si sta già aprendo una nuova fase, altrettanto cruciale e dolorosa: da un lato, il recupero fisico e mentale dei sopravvissuti e di chi sta loro accanto; dall’altro il sostegno a coloro che nella tragedia hanno perso un figlio, un amico, un compagno di classe.

«La soggettività è radicale in ogni esperienza traumatica» spiega Stefano Rossi, psicopedagogista e autore del saggio Genitori in ansia (Feltrinelli). Anche se l’evento è collettivo, dunque, la ferita resta individuale. Rossi sottolinea una distinzione fondamentale tra sintomi acuti e cronici: «Nei primi giorni compaiono ansia, insonnia e pensieri intrusivi, reazioni che normalmente si attenuano nel tempo. Quando c’è una cronicizzazione dell’esperienza e “il passato non vuole passare”, invece, si parla di disturbo da stress post-traumatico: il PTSD». Nelle prime settimane, «le persone non vanno forzate a parlare: se per alcune condividere può dare sollievo, per altre può riattivare emozioni ingestibili. Se con il tempo l’ansia resta intensa, è importante intraprendere un percorso terapeutico».

Per chi è rimasto ferito

C’è un’altra distinzione da fare: a differenza di chi è uscito (quasi) incolume dal disastro, chi ha subito ustioni e lesioni «avrà da affrontare una sfida nella sfida» dice Rossi. Parliamo di ragazzi che hanno anche il 70% della superficie corporea danneggiata, e che, oltre alla salute mentale, dovranno curare quella del corpo. I dati, purtroppo, non sono di conforto: studi indicano che dopo ustioni importanti possono comparire sintomi di PTSD con frequenza maggiore rispetto ad altri traumi. «Rimane però il punto focale della soggettività» sottolinea Rossi.

Alcuni potranno sviluppare un disturbo da stress post-traumatico, altri potranno accusare un terremoto emotivo iniziale per poi lasciarselo più facilmente alle spalle

Ci sarà chi si porterà dentro rabbia, chi resterà schiacciato dalla tristezza, chi sentirà il bisogno di concentrarsi sui colpevoli per non rimanere bloccato nel vortice dell’impotenza.

«Tutte reazioni legittime, che vanno accolte e rispettate» insiste anche Ivan Giacomel, coordinatore del Gruppo di lavoro “Psicologia dell’Emergenza-Guerra e Crisi umanitarie” dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e membro del team di supporto per gli studenti del liceo Virgilio di Milano, frequentato da 4 ragazzi sopravvissuti al rogo e ancora ricoverati in gravi condizioni.

Per chi ha perso un figlio

Il tempo si è fermato alla notte di Capodanno per i genitori che nella strage di Crans-Montana hanno perso un figlio o una figlia. «Sono morto con lui» ha detto il papà del 16enne bolognese Giovanni Tamburi, una delle 6 giovani vittime italiane dell’incendio (le altre sono Chiara Costanzo e Achille Barosi di Milano, Riccardo Minghetti di Roma, Emanuele Galeppini di Genova e l’italo-svizzera Sofia Prosperi). Questo è un lutto diverso dagli altri, perché non c’è solo il dolore della perdita, ma la frattura di un ordine naturale, che in molte lingue non trova nemmeno una parola per descriverla.

Giacomel lo dice con chiarezza: è un lutto che può attenuarsi, trasformarsi, ma «non si può superare». Soprattutto quando la morte è avvenuta in maniera così violenta, e «la mente rischia di rimanere intrappolata in una ricerca infinita di spiegazioni e possibilità: “se solo”, “se non avesse”…». Per i genitori non è ancora tempo di elaborazione e terapia psicologica. «Ora il dolore è troppo crudo perché ci sia spazio mentale per “lavorarci”» spiega Giacomel. «Il momento dell’aiuto arriverà, e sarà diverso per ognuno. Perdere un figlio è un’esperienza che non si chiude».

Per chi ha perso un amico

Anche gli amici e i compagni dei ragazzi morti o sopravvissuti subiscono un impatto profondo: si tratta di vittime a pieno titolo, spiega Ivan Giacomel, seppure indirette. Nel contesto scolastico, l’intervento di cui lo stesso Giacomel sarà a supporto avviene su più livelli: prima con incontri collettivi, che aiutano i ragazzi a condividere ciò che sta accadendo, poi offrendo loro colloqui individuali.

Ma anche i docenti vivono un doppio binario emotivo: da un lato, il proprio dolore, perché quei ragazzi li conoscevano e avevano con loro un legame; dall’altro, il senso di responsabilità verso la classe e la domanda concreta su come andare avanti. «Non esiste una ricetta» chiarisce l’esperto. «L’unico ingrediente è l’empatia. A scuola si può fare tutto: fermarsi, parlare di ciò che è successo, organizzare un rituale per gli amici, purché lo si condivida e non lo si imponga». Il compito degli adulti non è normalizzare in fretta, ma creare spazi in cui le emozioni possano esistere. «Il rischio maggiore» precisa Giacomel «non è che i ragazzi soffrano, ma che si sentano soli mentre stanno male».

Per chi è stato testimone

Il dolore dei sopravvissuti e di chi ha perso un caro è incommensurabile, però in queste circostanze esistono “gradi” di coinvolgimento traumatico che riguardano davvero tutti: soccorritori e testimoni in primis (il cosiddetto trauma “secondario” o “vicario”), ma anche chi sarebbe dovuto esserci e non c’era o chi a distanza si immedesima e soffre. Segnali diversi di una certa empatia, ma anche di quella umana vulnerabilità rispetto all’idea che la vita sia così maledettamente fragile. «Eventi come questo ci ricordano che la fragilità non è un difetto, ma una condizione umana» nota Giacomel.

Per chi sta accanto ai sopravvissuti

I sopravvissuti di Crans-Montana sono soprattutto adolescenti e questo è un fatto cruciale, perché sono in una fase di costruzione dell’identità. Raccomanda Giacomel:

Frasi come “devi reagire”, “il tempo guarirà le ferite” sono veleno gentile. Meglio il silenzio se non si ha nulla da dire

Ciò che aiuta veramente è validare le emozioni e, soprattutto, rispettare i tempi di reazione: non costringere i ragazzi a tornare subito alle loro attività; non forzarli a parlare se non vogliono; non impedire loro di piangere. «Non devono essere “forti”, la voglia di dimenticare fa più danni dell’evento stesso». Rossi conclude con l’immagine del kintsugi, l’arte giapponese di riparare i vasi rotti con l’oro. «È efficace perché non promette miracoli». Le cicatrici forse non spariranno, ma un giorno, si spera, smetteranno di essere solo dolore.

Come garantire la sicurezza?

In Italia la sicurezza nei locali pubblici e nei luoghi di spettacolo è regolamentata dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), affiancato dalla normativa antincendio. Ogni locale o evento pubblico deve essere autorizzato sulla base di una valutazione preventiva del rischio e dotato di un Piano di Emergenza ed Evacuazione redatto da tecnici abilitati e validato dalla Commissione comunale o provinciale di Pubblica sicurezza, che coinvolge Prefettura, Vigili del fuoco, Forze dell’ordine e Asl.

«Questo piano è la vera bussola operativa in caso di pericolo» spiega Marco Cipriano Leo, senior security manager e titolare della società ALEXA Srls Safety and Security, attiva da oltre 12 anni nella gestione della sicurezza di locali ed eventi. Il documento definisce elementi chiave come la capienza massima, il numero di addetti alla sicurezza qualificati, la presenza di vie di fuga, di illuminazione di emergenza, estintori e, se necessario, di un servizio sanitario. Il superamento della capienza o l’ostruzione delle uscite rappresentano violazioni gravi, perché compromettono la possibilità di evacuare rapidamente in caso di emergenza. Ma anche chi frequenta un locale può adottare alcune precauzioni.

Ecco i consigli forniti da Cipriano:

  • Individuare subito le uscite di emergenza e verificare che siano accessibili e ben illuminate.
  • Evitare zone cieche o troppo affollate e mantenere una visione d’insieme dello spazio.
  • In caso di criticità, affidarsi alle indicazioni degli operatori della sicurezza, opportunamente formati e riconoscibili.

Questo può fare la differenza per non lasciarsi sopraffare dal panico.