10 domande ad Anna Botha, la coach di 74 anni di Rio

Abbiamo incontrato Anna Botha, la coach di 74 anni che allena il campione sudafricano dei 400 metri Wayde Van Niekerk, record del mondo alle olimpiadi di Rio 2016

Passerà alla storia dello sport come la ‘grande donna’, dietro i titoli e le medaglie di Wayde Van Niekerk, il campione sudafricano che all’Olimpiade di Rio 2016 ha falcato i 400 metri, inanellando oro e record del mondo. Negli allenamenti, sulle piste, nei ritiri atletici preparatori, dietro Van Niekerk c’è sempre la sua allenatrice, una ‘nonnina’ energetica dai capelli d’argento: Anna Botha, 74 anni, due figli e due nipoti, 4 bisnipoti. L’abbiamo incontrata a Gemona del Friuli, il paese dove per 3 mesi all’anno la nazionale sudafricana è in ritiro per gli allenamenti. E’ rientrata da Rio e sta per ripartire per il Sudafrica.

Signora Botha, tutti dicono che dietro l’impresa olimpica, ci sia la sua impronta. Come l’ha cambiata questa medaglia?

«Di questo record si parlerà a lungo, ma io non sono certo il tipo che si monta la testa: una medaglia non può cambiarti come persona, nella vita di ogni giorno. Sono prima di tutto una donna sudafricana, una mamma, una nonna. L’unica cosa è …che adesso mi fermano per strada e mi chiedono foto e selfie. Mi ritraggono come un’arzilla nonnina… vabbè fa molto ‘bella storia’ in pasto ai media».

E qual è il segreto, allora, per arrivare a una medaglia?

«Ai giovani che si allenano con me ricordo ogni giorno che ci vogliono responsabilità, dedizione e disciplina. Bisogna avere una meta, degli obiettivi e poi un sogno. Se vieni in pista e ti alleni ogni giorno, ma non hai un obiettivo, puoi startene pure a casa. Questo è il discorsetto che dico sempre ai miei ragazzi: sono un coach, ti alleno sulla pista, ma quello che ti dico vale anche per la scuola e per il resto della tua vita. Io sono qui per aiutarti a realizzare e a raggiungere i tuoi sogni».

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Anna Botha segue Wayde Van Niekerk: è il momento in cui il sudafricano ha falcato i 400 metri sulle piste di Rio, inanellando oro e record del mondo.

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Wayde Van Niekerk ha appena conquistato oro e record del mondo nei 400 metri, alle olimpiadi di Rio

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Anna Botha in pista

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Anna Botha con Wayde Van Niekerk

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Allenamento

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Anna Botha segue i ragazzi della Gemonatletica in allenamento a Gemona del Friuli

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Anna Botha segue i ragazzi della Gemonatletica in allenamento a Gemona del Friuli

Anna Botha durante l'intervista

E’ un vero metodo di lavoro. E’ severa?

«Molto. Come essere umano, io cerco di passare il messaggio che servono responsabilità, rispettabilità ed equilibrio. Ma, mi creda, quando finiscono gli studi (Botha allena i gruppi sportivi universitari, ndr) e li vedo andare via come è naturale che sia, provo dispiacere e soffro. Lavoriamo molto e duramente. Poi fuori dalle piste si ride e si scherza, ci si abbraccia e ci si vuole bene, ma quando siamo sulle tracks no: non ammetto ritardi, sciocchezze o scherzi».

Cosa dicono in famiglia di questa sua insolita professione?

«Ho una figlia, che vive in Namibia, un figlio in Sudafrica e due nipoti che vanno all’università. Loro mi danno molto sostegno, sono i miei primi sostenitori. Sono molto orgogliosi dei nostri successi sportivi. Ho preso dei regalini per tutti loro, qua in Italia: farò una sorpresa. Vabbè, anticipo: abbigliamento sportivo. Non potevo andare tanto lontano… Mio marito è mancato improvvisamente nel 2000 e per me è stato un momento molto difficile, un ‘big shock’. Ho dovuto imparare a re-impostare la mia vita a stare da sola e ad affrontare le difficoltà e i problemi del quotidiano. Lui mi aveva sempre sostenuto e accompagnato. Non è stato facile dopo un percorso condiviso di 40 anni. Ce l’ho fatta grazie allo sport. Mi ha aiutato a superare la perdita e ad andare avanti e a non stare a casa a piangere. L’atletica ha fatto ripartire la mia vita».

Quando ha cominciato ad allenare?

«Abitavamo ad Alexander Bay, una località di confine fra Namibia e Sudafrica, lungo il fiume Orange. Dovevo farmi 30 km al giorno all’andata e 30 al ritorno, per accompagnare i miei figli agli allenamenti di atletica. Già ero irritata a fare tutta quella strada scassata, poi osservavo la loro allenatrice, se ne stava lì, mani in mano, seduta e questi che correvano su e giù. Mi sono detta: quei ragazzi meritano di più. Ho preso carta e penna e ho scritto all’unico riferimento che ero riuscita a trovare, una specie di associazione di allenatori di Pretoria. Ho chiesto materiali e informazioni. Mi hanno spedito un libretto su come fare il coach, che porto ancora con me. Poi ho studiato e ho fatto tutti corsi e le certificazioni necessarie: era il 1968».

E quando ha cominciato ad allenare campioni?

«Sono entrata nel giro degli allenatori, quando abitavo ancora in Namibia, che allora era una provincia del Sudafrica: gareggiavamo tutti insieme. Poi quando mio marito è andato in pensione, ci siamo trasferiti in Sudafrica, anche perché i nostri figli dovevano andare all’università e lì vicino non c’erano molte opportunità. Già ci conoscevamo fra coach, io ho in testa la scena di quando mi sono trasferita. Ero tutta affaccendata con gli scatoloni e il trasloco. Mi vennero a trovare dei colleghi e mi dissero: “Ma che fai lì? Abbiamo bisogno di te alla Free University di Bloemfontein”. Ho cominciato così, nel gennaio del 1990. Sono quasi 27 anni e sono ancora lì che alleno a livello professionistico».

Lì ha conosciuto anche Wayde, il campione record del mondo sui 400 a Rio.

«Io lavoravo fra i selezionatori atletici della Free State University, quindi lo conoscevo, aveva cominciato con il salto in alto, poi era passato alla corsa sui 200. Un giorno di ottobre del 2012, mi si è avvicinato e mi ha chiesto se si poteva aggiungere al mio gruppo. Ne ho percepito subito il talento e la potenzialità».

L’hanno chiamata la ‘nonnina allenatrice’. Lei che rapporto instaura con i ragazzi che segue? Si pone più come amica, nonna o mamma? Insomma: cos’è per loro?

«Io sono la loro allenatrice, prima di tutto. Ognuno però è molto speciale per me, voglio bene a ciascuno di loro. Poi capisco che hanno anche bisogno di qualche direzione, sono molto spaesati lontani da casa. Quindi cerco di essere anche un po’ mamma, amica, nonna. Cerco di guidarli ecco»

Le piace l’Italia?

«Qui a Gemona del Friuli è come stare a casa. Quando siamo atterrati a Venezia, ho proprio avuto una sensazione di liberazione: “Home”, finalmente. Veniamo qui 3 mesi all’anno ad allenarci e ci veniamo da 4. Ormai, sono parte dello staff dell’hotel dove alloggiamo e la mia stanza è il posto dove piango, grido di gioia, urlo, me la prendo col mondo quando sono arrabbiata e lavoro a maglia la sera per togliermi lo stress. La gente del posto poi… ormai ci riconosce, sono stata ad allenare i ragazzi della Gemonatletica, la locale squadra di atletica… uno di questi mi ha chiamato “nonna”. Non sa che piacere! Ero commossa. In Sudafrica il 90% dei miei atleti mi chiama “Nonna Ans”»

Ma a ritirarsi… ci pensa mai?

«Sta scherzando? Se il buon Dio mi continua a dare salute e testa per portare avanti i miei programmi, io vado avanti. Perché dovrei starmene a casa? Non è nella mia natura. Voglio permettere a questi ragazzi di inseguire i loro sogni e di realizzarsi. E poi dobbiamo riprendere presto la preparazione perché a Londra nel 2017 ci sono in ballo di nuovo i titoli mondiali. Le sembra il caso che possa fermarmi?».

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