Claudio Santamaria, chi è nella vita Jeeg Robot

19 04 2016 di Mattia Carzaniga
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Claudio Santamaria, 41 anni, è il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, film che ai David di Donatello 2016 si è aggiudicato sette riconoscimenti, compreso il miglior esordio, i due attori protagonisti (Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli), il miglior non protagonista, Luca Marinelli e la migliore non protagonista, Antonia Truppo

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Claudio Santamaria con il regista del film Gabriele Mainetti e gli altri interpreti, Luca Marinelli e Ilenia Pastorellii

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Claudio Santamaria premiato da Valeria Golino come miglior attore protagonista ai David 2016

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Santamaria, durante la premiazione, ha svelato uno strano taglio di capelli: si è infatti rasato per esigenze di copione. Il suo look si deve al film che sta girando attualmente: Brutti e cattivi

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Un giovane Claudio Santamaria nel 2008

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L'attore ha messo su muscoli e ciccia per trasformarsi nel supereroe del film Lo chiamavano Jeeg Robot. Nella vita, però, si sente un campione soltanto quando riporta il sorriso sul volto di sua figlia

Si può fare in Italia un film di supereroi? Un vero action movie, con effetti speciali, energumeni che spaccano i muri, un cattivo che vuole conquistare il mondo e l’umanità da salvare? Claudio Santamaria risponde di sì, anzi precisa che «può venirne fuori un’esperienza esaltante». Il film in questione è Lo chiamavano Jeeg Robot, ora nelle sale dopo essere stato la rivelazione dell’ultima Festa del Cinema di Roma e aver vinto 7 David di Donatello.

Claudio interpreta Enzo Ceccotti, un ladruncolo di periferia che vive di piccoli espedienti. Dopo un incidente, scopre di avere acquistato una forza sovrumana e da quel momento la sua vita cambia. Incrociandosi con quella di un piccolo boss locale (Luca Marinelli) con l’ambizione di diventare il più grande criminale della città e quella di una ragazza “interrotta” (Ilenia Pastorelli) che lo scambia per l’eroe della sua infanzia: Jeeg Robot, appunto.

L’equilibrio tra noir all’italiana e cinecomic hollywoodiano era delicatissimo da raggiungere, eppure l’operazione è riuscita. Come avete fatto? «Avevo grande fiducia nel regista Gabriele Mainetti, che conosco da 20 anni. Abbiamo studiato teatro insieme, ci siamo ritrovati tante volte fianco a fianco sul palco, so come lavora: ero certo che non avrebbe fatto una cavolata».
Nel film sei molto diverso dal solito. «È stato il regista a volermi così grosso. Per lui ho messo su 20 chili di muscoli e anche di grasso: perfino quando non avevo fame, dovevo ingozzarmi di cibo. Non avevo mai fatto un lavoro così faticoso sul mio corpo, ma mi ha aiutato a entrare nel personaggio».
In che modo? «La “corazza” fisica di Enzo è un suo modo di proteggersi dall’esterno: ha un carattere chiuso, scontroso, si considera una nullità. E poi vede il mondo popolato solo da egoisti; perciò si adegua, cerca di fregare gli altri, rifiuta i legami. È un uomo di borgata, parla un romanesco duro, abbassa la voce per dimostrare di essere forte anche se non lo è affatto».
Sembra il tuo opposto. «È così. Però all’inizio anche io posso avere un’aria cupa e a molti appaio diffidente. Ma mi apro facilmente, mi piace andare incontro agli altri, sono un cazzaro per natura. Sento che non allontano le persone, anzi le accolgo».
È cupa anche la Roma del film, minacciata da pericoli e attentati. «È una realtà volutamente esagerata, per sottolineare il clima fumettistico della storia. Purtroppo non è del tutto incredibile, considerati gli scandali che la mia città sta vivendo».
Secondo te come si è arrivati a “Mafia Capitale”, di cui abbiamo letto sui giornali? «Ti rispondo con una metafora: quando le radici dell’albero sono marce, anche il tronco, i rami e le foglie ne risentono. Tristemente viviamo in uno Stato in cui non c’è trasparenza».
Come possiamo cambiare pagina? «Noi cittadini non possiamo fare molto, ma intanto dovrebbero farci votare. Da troppo tempo siamo commissariati: sembra di vivere sotto una dittatura. L’ho detto in una trasmissione radiofonica e mi hanno attaccato in tanti, ma è quello che penso: in democrazia devono essere i cittadini a decidere. È il solo punto di partenza per un vero cambiamento».
Nei film i blocchi di Enzo riguardano anche le donne, con cui è impacciatissimo. Nulla a che vedere con il Santamaria sex-symbol che conosciamo. «Non è sempre stato così! (ride, ndr). Da adolescente ero una frana con le ragazze. Una volta, quando avevo 16 anni e me ne sono trovata una di fronte, bellissima, sono diventato di ghiaccio, non riuscivo nemmeno a guardarla negli occhi. E dire che ci eravamo già baciati: forse è stato proprio quello a pietrificarmi!».
Come ti sei sbloccato? «Ho imparato a darmi valore e capito che il giudizio degli altri fa paura ma non può ucciderti».
Il film rievoca gli anni ’80, dai cartoon alle hit di Loredana Bertè. Tu com’eri allora? «Un ragazzino che passava dalla spensieratezza alla timidezza: oggi ci penso con tenerezza».
Perché credi che abbiamo tanta nostalgia di quell’epoca? «Perché siamo invecchiati! I bambini degli anni ’80 si sentono ancora dei ragazzini, però ormai sono degli adulti, hanno messo su famiglia e per fortuna non vanno più in giro col pupazzo magnetico di Jeeg Robot. Io ce l’avevo e ne andavo pazzo».
Tua figlia Emma ha 8 anni. Con lei riesci a tornare bambino? «Sì. Mi faccio guidare da lei nel suo mondo, un universo incantato fatto di fantasia dove imparo ogni giorno cos’è l’amore profondo. L’importante è evitare un errore in cui per un genitore è molto facile cadere».
A quale sbaglio ti riferisci? «Il rapporto con i figli diventa meraviglioso quando capisci che non vanno cresciuti a tua immagine e somiglianza: non sono come te, hanno un altro carattere e altri desideri. Sei tu che devi cercare di assomigliare un po’ a loro e, se ci riesci, tutto diventa più leggero, i problemi per cui prima ti struggevi ti sembrano secondari».
Cosa fate insieme? «Ora sono specializzato nel ruolo del mostro che insegue lei e le sue amiche al parco: modestamente ho un grande successo».
Un po’ supereroe lo sei, allora. «Sì, ma in altri momenti: quando riesco a non farmi commuovere dai suoi capricci. Ho dovuto raggiungere la giusta maturità per non entrare in quel gioco, ho capito che se ci caschi sei finito. Quando Emma piange, cerco di farle vedere le cose da un altro punto di vista e di prenderla un po’ in giro. Alla fine scoppia a ridere e quel suo pianto disperato di un attimo prima diventa ridicolo anche per lei. Ecco, quando riesco a sdrammatizzare così le sue tristezze, allora sì che mi sento un supereroe».

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