Denzel Washington in I magnifici sette

Denzel Washington, quanto è bello ne “I magnifici 7”

“Non guardo al passato. Vivo ogni giorno come se fosse l’ultimo”. È il motto di Denzel Washington, 61 anni, attore, regista, produttore. Due premi Oscar, uno come miglior interprete per Training Day, l’altro per il ruolo da non protagonista in Glory. Padre, Denzel Sr., ministro della chiesa pentecostale; madre, Lennis, parrucchiera. Hanno divorziato quand’era adolescente.
Denzel ha conquistato il suo posto nel cinema scegliendo personalità forti come alter ego: il sudafricano Steve Biko, morto negli anni Settanta dopo la lotta antiapartheid, l’attivista statunitense a favore dei diritti degli afroamericani e dei diritti umani, Malcolm X, e il pugile Rubin "Hurricane" Carter, accusato di triplice omicidio. “Sono parti che mi hanno aiutato a crescere umanamente ma appartengono ad un’altra epoca ormai. Guardo al presente” dice.

Le sue scelte, negli anni, sono diventate sempre più personali, una questione di vita o di morte. Via la fascia patinata anni Ottanta de “l’uomo più sexy vivente”, ora Washington è un simbolo di riscatto civile: supporter di Barack Obama, benefattore in prima linea contro l’AIDS, cristiano devoto. Vederlo in sella, mentre maneggia la rivoltella come se fosse un frisbee, è in linea con quell’aria di novità e di “presente” che ricerca oggi nella vita.

Nel vecchio West immaginato di Antoine Fuqua per I magnifici sette - remake del classico anni Sessanta, in uscita il 22 settembre - interpreta il cowboy e cacciatore di teste Sam Chisolm. Siamo in pieno 1870, subito dopo la Guerra Civile. Nell’incontro stampa in occasione del Toronto Film Festival, e sotto i riflettori della Roy Thomson Hall, Denzel Washington ci ha raccontato quanto è magnifico questo nuovo capitolo della sua carriera.  


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Perché ha scelto I magnifici sette?
Perché no? L’ho fatto per andare a cavallo e giocare ai cowboy. Sono tornato bambino. 

Aveva visto l’originale di John Sturges, tratto da I sette samurai di Kurosawa?
Vorrei dire che l’avevo visto ma la risposta è no. Antoine Fuqua, il regista, è cresciuto a pane e western. Io ho preferito starne alla larga per prepararmi al film, non volevo essere influenzato. 

Dopo The Equalizer e Training Day, in che modo prosegue la sua collaborazione con Fuqua?
Mi ha chiesto di partecipare al film indirettamente. Ai produttori esecutivi ha detto: “Sapete una cosa? Mi piacerebbe tanto vedere Denzel Washington su un cavallo”. E i produttori, con sospetto: ”Riusciresti a convincerlo? Non ha mai girato un western in vita sua”. Poco dopo è volato a New York e mi ha offerto la parte. Ho sorriso poi gli ho chiesto il copione. Quello che conta è il tocco di Antoine. Ora scelgo film solo per le qualità del regista, da Spike Lee al compianto Tony Scott. Devo sentirmi a mio agio sul set. 

Crede che la “diversità” e le minoranze a Hollywood stiano trovando il giusto spazio? 
Certo ma questo film in particolare non è politico. E’ puro divertimento.

Che rapporto ha con pistoleri e spaghetti western?
Mio padre era un ministro della chiesa e in casa non eravamo autorizzati a vedere film, se non I dieci comandamenti, Il re dei re e una serie tv chiamata Bonanza. Ricordo bene le avventure di Ben Cartwright e dei suoi figli nel loro ranch.

Cappello nero, camicia nera, cavallo nero. Ha collaborato al look del suo personaggio nei Magnifici sette?
Ho detto la mia ma il vero trucco è affidarsi. Di Fuqua mi fido; rimasi impressionato ai tempi di Training Day. E’ un filmmaker ricco di talento.

Si è allenato per andare al galoppo?
Altroché! Sette/otto mesi prima delle riprese, due o tre volte a settimane, eravamo solo io ed il mio cavallo.

E’ una storia di vendetta o sul fare la cosa giusta?
Sam Chisolm, il mio personaggio, arriva in città per una ragione ben precisa: proteggere la comunità da un industriale corrotto. Sarebbe più facile dire che è un film che parla solo di vendetta e riscatto, invece ha degli strati nascosti. E sono contento di aver lavorato al fianco di attori come Chris Pratt, Ethan Hawke e Vincent D'Onofrio, perché ci compenetriamo. E’ un lavoro di equipe e sfumature. 

Può farci vedere quanto veloce riesce a destreggiare una pistola?
Hey, sono bravo sì, ma non così bravo, diamine!
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