La tua vita in un libro: le prime quattro prove di Violante

  • 30 11 2017

Violante è una delle cinque scrittrici selezionate per passare alla seconda fase del talent "La tua vita in un libro". Ecco le sue prime quattro prove. 

PRIMA PROVA: SCRIVERE UNA BREVE BIOGRAFIA

Parecchie decadi fa significa più di venti anni fa, e io sapevo dire molte cose sulla vita. Sapevo dire che certi giorni della settimana non si esce e si sta sul letto tutto il dì, nella stanza nera e sigillata. Sapevo dire che i denti non si mostrano mai e che gli occhi si bagnano con acqua e sale appena destati e durante i pasti. Sapevo dire che si marcia così, che va bene così, perché la mia mamma fa così.

Pochi anni fa significa cinque anni fa e io non ho saputo dire basta. Ho saputo dire aiuto. Ho poggiato le mie granitiche convinzioni nel palmo della sua mano e lei, sgretolandole, mi ha restituito briciole di verità e scaglie di speranza. Ho raccolto, talvolta ho gettato e negato. Ho attraversato e sentito l’odore del silenzio. Ho tessuto ragioni, toccato tracce di coscienza e brandelli di forza. Ho varcato la soglia del timore. E ho saputo finalmente dire che non sapevo nulla della vita.

SECONDA PROVA: MOSTRARE, NON RACCONTARE

“Togliti quegli straccetti e mettiti qualcosa di decente per favore, non vorrai farmi fare brutta figura!”

Mi fissi dal centro della stanza. Un lampadario di vetro giallo e blu pende sopra il tuo turbante di seta. La fronte color cacao è accartocciata, ma gli occhi, liberi dalla costrizione delle sopracciglia, sono colorati dal divertimento. Come ogni napoletana di buona famiglia possiedi un guardaroba da migliaia di euro, ma una macchina che ne vale molti meno.

Tagliamo la città chiuse in questa scatoletta cigolante da cui fuoriescono gorgheggi di Mina e fumo di Marlboro rosse. Un parcheggio dalle manovre sicure e un velo di rossetto sulle labbra. Tu che ti giri, mi dai uno schiaffetto sulla guancia e mi inciti: “È ora!”. Brilli di eccitazione. La tua mano sottile afferra con decisione la borsetta color cachi, ma i respiri affannosi tradiscono la spossatezza nello scendere dalla macchina. Tocchi l’asfalto con le scarpette appuntite e ti lisci la gonna.

Poi mi prendi per il fianco, e mentre camminiamo poggi l’orecchio sulla mia spalla. “Cara ragazza, sai che tango in latino significa ‘io tocco’? Sei pronta a ballare?”. E ridi con le pupille, con le guance scure e avvizzite, con le labbra truccate, con il seno, quel seno impastato del male che ti dovrebbe togliere il riso ma tu ridi, ridi, ridi ancora, e tocchi me.

TERZA PROVA: INDIVIDUARE LA PROPRIA VOCE

«Questo è il momento dei ringraziamenti».

«Violante, i ringraziamenti non si fanno all’inizio, ma alla fine».

«Non me ne curo. D’altronde, non ho forse vissuto una vita al contrario? Assennatamente preoccupata da bimba, più imprudentemente giuliva da adulta. Fammi dire dei grazie, per favore. Vedrai, ce n’è uno anche per te». Tiro fuori dalla tasca un foglietto macchiato di caffè e mi schiarisco la voce.

«Vorrei cominciare ringraziando mia nonna. È da lei che ho ereditato una diversa collocazione della testa. Mai sulle spalle, sempre vicina alle scie degli aerei nel turchino del cielo. La nonna e io sappiamo cosa significhi vivere perennemente sognanti (per i romantici), deconcentrate (per i professori), pensierose (per i pessimisti), riflessive (per gli ottimisti).

Dirò invece grazie a mia madre perché so sentire. Un malessere sopito celato da un sorriso. La slealtà, occultata da un piglio troppo sicuro. La poesia delle sere di primavera dall’incarnato rosa, quando le giornate iniziano ad allungarsi. La misteriosa bellezza della dedica nella prima pagina di un libro. Tutto ci attraversa con violenta facilità, massaggiandoci l’anima o disidratandola.

È arrivato adesso il momento del grazie a te, come promesso. Io ti ringrazio perché, con la testa tra le nuvole e la pelle viva, hai saputo rimanere te stessa anche quando i romantici, i professori, i pessimisti e gli ottimisti non sapevano sentire te, Violante».

QUARTA PROVA: IL LESSICO FAMILIARE

«E che je fa?» (E che gli fa? E che sarà mai?). Nonno Romeo lo diceva sempre. Nonno era nato negli anni trenta a Laculo, un minuscolo e arroccato paesino del Reatino. Uno di quei posti dove la realtà aveva una dimensione tutta sua. Così come le difficoltà e i problemi.

Sarà per questo che il “e che je fa?” era diventata la risposta per minimizzare qualsiasi cruccio di non una, ma ben due generazioni dopo la sua.

«Nonno, sono caduta dalla bicicletta e mi sanguinano tutte e due le ginocchia!» «Ecchejefà

«Nonno, stai cambiando una lampadina senza aver tolto la corrente!» «Ecchejefà

«Nonno, abbiamo perso l’ultimo autobus e dobbiamo farci quaranta minuti a piedi!» «Ecchejefà

Era andata a finire che noi cugini l’avevamo fatta nostra. C’era chi la usava per giustificare abbuffate di caramelle. Chi per consolarsi di una sconfitta a biliardino. E poi c’era Marietto, il più piccolo della combriccola. Ogni volta che la mamma, per convincerlo a mangiare, gli diceva: «Marietto, guarda che arriva l’uomo nero!» lui, candido come i suoi denti da latte, non poteva proprio trattenersi dall’esclamare: «Ecchejefà

Oggi, quando ansie e grattacapi prendono il sopravvento, mi capita di vederlo. Il nonno se ne sta lì, accomodato sulla panchina con la vista migliore. Lo osservo riporre con cura tutte le mie preoccupazioni dentro piccole scatole di cartone e, muovendo il mento prognato al ritmo di “ecchejefa”, farle magicamente scomparire.

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