Quindi sui mezzi pubblici, oltre ai possibili borseggiatori e borseggiatrici, ci sono insospettabili autisti in pausa che invece che stare all’erta, stanno sull’ennesima chat sessista.

La chat sessista dello “Staff Ticinese” di ATM

Succede a Milano e a scoprire la chat “Staff Ticinese” è stata una donna (guarda caso…). Seduta per caso accanto a uno di questi autisti su una linea di tram ATM che dalla periferia arriva in centro città, ha visto la chat in questione. La ragazza prontamente ha fatto uno screen e l’ha mandato all’attivista Carlotta Vagnoli, che ha denunciato l’accaduto dal suo profilo Instagram.

Varie influencer l’hanno rilanciata e poi sono arrivata i media, quindi l’azienda dei trasporti pubblici (ATM) che ha condannato il gesto: «Crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile» chiarisce in una nota ufficiale. Per poi promettere di agire in ogni sede opportuna per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti onesti che svolgono correttamente il proprio lavoro.

La differenza con le altre chat

Dopo il caso Pelicot, il gruppo Facebook Mia moglie, il sito Phica.eu e, negli anni, la varie chat del calcetto (solo per citare la punta di un iceberg così profondo che non lo scopriremo mai), noi donne avevamo capito che non potevamo stare sicure neanche tra le pareti di casa. Neppure nel letto col nostro partner. Ma qui c’è qualche passaggio in più. Le immagini derivano da un impianto di video sorveglianza che ha come intento quello appunto di sorvegliare e garantire la sicurezza sui mezzi, sia degli autisti che dei passeggeri.

Se un addetto, che ha accesso al sistema, lo utilizza a proprio piacimento per ritrarne fotogrammi da inviare a un gruppo di colleghi (o amici) dove commenta una passeggera (nonché cliente), non commette solo un gesto eticamente da condannare, ma commette anche un illecito. Qui non si tratta solo di guardare le donne, impulso umano e lecito. Si tratta di mettere in campo molti passaggi consapevoli e responsabili, dove il materiale viene esportato per un uso personale e chiaramente lontano dall’intento con cui nasce la presenza della video sorveglianza.

Non solo un gesto da condannare, ma un reato

L’azienda annuncia un’indagine interna e provvedimenti imminenti. Di sicuro nomi e cognomi sulla chat sono più che evidenti, quindi nessuno potrà dire «Not me». Sicuramente molti diranno che stavano scherzando e «Che male c’è? Le donne vanno in giro mezze nude». A questi uomini ripetiamo che diffondere immagini altrui senza consenso è un reato: “Chiunque diffonda, ceda o pubblichi foto o video a contenuto intimo/sessuale senza consenso, è punito con la reclusione da 1 a 6 anni” (Art. 612 ter. Codice Penale).

Ma in Italia, si sa, la legge sul consenso si è arenata e di fronte all’unanimità che si era raggiunta alla Camera, al Senato l’onere della prova è stato ribaltato un’altra volta sulle spalle delle donne. Sempre noi a dover dimostrare di aver detto NO. in questo caso, sui mezzi pubblici cosa dovremmo dimostrare, in un eventuale processo contro questi uomini? Che siccome avevamo la canottiera, allora è colpa nostra?

Anche ATM danneggiata, oltre alle donne coinvolte

Infine, ci chiediamo che provvedimenti verranno adottati. Gesti così danneggiano profondamente la reputazione di un’azienda e, si sa, quando si incrina la fiducia degli utenti, ci vogliono anni – e soldi – a ricostruirla. Oggi ATM deve spendere molto bene le sue carte e non avere paura dei sindacati. E magari fare sui suoi mezzi in giro per la città anche una bella campagna sul consenso, visto che molti (soprattutto gli uomini) non sanno cosa sia.