A San Giuseppe, il 19 marzo, si celebrano i papà. La loro è stata declassata a festa minore nel 1977, proprio quando – per una bizzarra coincidenza della storia – in Italia abbiamo cominciato a fare meno bambini (allontanandoci poi sempre più dalla “soglia di rimpiazzo”, quella che permette di mantenere stabile la popolazione). Oggi, al di là della disputa agiografica, la questione pressante è demografica. La Festa del papà stimola una riflessione su come la genitorialità equamente condivisa possa essere motore non solo di parità, ma anche di natalità in un Paese, il nostro, che conta un numero crescente di culle e aule vuote.

Il congedo di paternità in Italia è di soli 10 giorni

Ma dove, nonostante vari, e anche recenti, tentativi di riforma delle norme in materia e nonostante le nuove sensibilità che si registrano tra gli stessi neopadri, il congedo obbligatorio di paternità resta – e per i soli lavoratori dipendenti – miseramente ancorato a 10 giorni retribuiti al 100%. In più, buona parte dei mesi di congedo facoltativo sono remunerati al 30%: un disincentivo all’uso da parte degli uomini, visto che di solito sono occupati in posti più stabili e con stipendi migliori rispetto a quelli delle partner.

Nuove ricerche smontano vecchi pregiudizi

Finora si è sostenuto che condizioni di welfare più munifiche si troverebbero solo nel Nord Europa, cioè in contesti assai di diversi dal nostro. Che questa giustificazione fosse logora lo ha dimostrato un’indagine di Equimundo, promossa in Italia da CSB Onlus (Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini), che ci ha confrontati con la Spagna e il Portogallo, Paesi con condizioni strutturali e culturali simili alle nostre. La ricerca si intitola State of Southern European Fathers (SoSEF) e, insieme al white paper Rimuovere le barriere alla maternità realizzato da Valore D con Fuori Quota e Bain, è stata portata a settembre scorso alla Camera dei deputati in occasione dell’evento Scegliere di essere genitori oggi. Il punto su natalità, condivisione della cura e conciliazione in Italia.

L’Italia resta fanalino di coda in Europa

«La survey SoSEF mostra un trend chiaro in tutti e 3 i Paesi: i giovani padri si impegnano di più nella cura dei figli rispetto alle generazioni precedenti. Ma in quasi tutti i parametri misurati l’Italia sta peggio: dalla partecipazione femminile al mercato del lavoro alla conciliazione professione-famiglia, dall’offerta di congedi alla presenza di asili nido» spiega la sociologa Annina Lubbock, consulente di CBS Onlus esperta di equità di genere. «In Italia le donne hanno 5 volte di più la probabilità di essere casalinghe a tempo pieno rispetto alle spagnole e alle portoghesi».

Molti uonini hanno ancora una visione tradizionale della famiglia

«Anche questo rafforza il cosiddetto “essenzialismo biologico”: il solo fatto di essere donna porterebbe ad avere naturalmente maggiori competenze di cura» cice Lubbock. «La scienza ha dimostrato che non è vero, ma sono ancora molte le persone (il 20% tra gli uomini) con una visione tradizionale dei ruoli genitoriali in cui il padre è il breadwinner, quello che deve guadagnare i soldi per la famiglia. I giovani hanno, per fortuna, una visione più paritetica».

In Spagna c’è stato un leggero aumento della natalità

«La maggiore parità di genere è inoltre direttamente correlata con l’aumento della natalità: lo ha dimostrato la premio Nobel per l’Economia Claudia Goldin, con studi che spaziano dal Dopoguerra a oggi» aggiunge la sociologa. «E la Spagna lo conferma: là per i padri sono previste 6 settimane obbligatorie e consecutive di congedo subito dopo la nascita e 10 flessibili nel primo anno, tutte pagate al 100% dello stipendio. Dopo l’introduzione di questa formula si è registrato un, seppur leggero, aumento della natalità».

Congedi parentali più estesi creano legami solidi tra padri e figli

Un miglioramento delle condizioni del congedo di paternità porta vantaggi a tutti. «I papà sviluppano un senso di attaccamento al nascituro fin dalla visione dell’ecografia morfologica. Il coinvolgimento emotivo e la consapevolezza del loro ruolo crescono con i corsi pre-parto e, alla nascita, tramite il contatto fisico con il figlio o la figlia» dice Giorgio Tamburlini, pediatra e presidente di CSB Onlus.

I bambini crescono più empatici

«Varie ricerche evidenziano come bambini e adolescenti che hanno avuto papà che si occupavano di loro in modo continuativo fin dai primi mesi e anni di vita mostrano, da un lato, più elevate competenze cognitive e sociali e, dall’altro, atteggiamenti di violenza e di bullismo molto ridotti rispetto ai coetanei. Succede perché il bambino ha nel padre un modello di comportamento empatico, che trasmette affetto e serenità. Per la madre il supporto del partner è così importante che vari studi rivelano che la scelta di avere o no un secondo figlio dipende in buona parte da lei e da quanto sostegno ha ricevuto nella gestione del primo».

Anche le aziende possono avere vantaggi

«Le aziende più avvedute e con maggiori risorse concedono congedi più ampi per attrarre talenti, visto che ora è una delle richieste di tanti candidati. E al rientro al lavoro neopadri e neomadri tendono a essere più propensi a lavorare in gruppo e più efficienti» continua Tamburlini. Tra le aziende associate a Valore D, per esempio, alcune offrono congedi di paternità obbligatori più lunghi e remunerati al 100%: Lidl è passata a 25 giorni, BCG a 12 settimane per il secondary parent (la persona della coppia che non ha portato avanti la gestazione) e similmente il Gruppo Nestlé.

Il padre tramite il congedo acquisisce subito la responsabilità del proprio ruolo

Uno dei beneficiari del “Nestlé Baby Leave” è stato il 35enne Marco Quartucci: «L’anno scorso, quando è nata mia figlia, ho usufruito del congedo di 90 giorni. È stata una decisione maturata con la mia compagna e stimolata dall’esempio di altri colleghi. Un’esperienza bellissima che mi ha responsabilizzato fin dal primo istante e che ha fatto molto bene alla relazione con la bambina: ha permesso a me di conoscerla più rapidamente di quanto possano fare altri padri e a lei di conoscere me. Lavoro nel digital marketing e al mio rientro non ho avuto difficoltà, perché il mio team era consapevole della mia assenza, quindi ci siamo organizzati in modo che i progetti che seguivo io venissero portati avanti».

Gli uomini vogliono potersi confrontare sul tema paternità

Serve l’impegno della politicaIl desiderio di vivere la paternità in modo più consapevole è intercettato anche da Claudio Nader, fondatore di Osservatorio maschile: «Ci occupiamo di questioni di genere dal punto di vista maschile e tante aziende ci stanno chiamando a fare formazione su questo tema. Di solito, quando si parla di queste cose, la presenza degli uomini nel pubblico è bassissima. Nei nostri eventi è del 50%. È come se molti dicessero: “Ah, quindi c’è anche qualcosa per me in tutto questo?”. Partecipano in modo attivo perché li aiutiamo a capire l’impatto degli stereotipi su di loro».

Serve anche l’impegno della politica

Barbara Falcomer, Direttrice Generale di Valore D, commenta: «Le aziende hanno dimostrato di poter essere motore di innovazione sociale, introducendo pratiche concrete che favoriscono la genitorialità condivisa e sostengono le carriere femminili. Ma il vero salto di qualità si ottiene solo quando questo impegno incontra politiche pubbliche mirate e strutturali. È su questa sinergia che dobbiamo puntare: trasformare la genitorialità in una leva di crescita per le persone, le imprese e l’intero sistema Paese. La sfida è enorme e richiede visione e responsabilità condivisa tra istituzioni, imprese e società civile». Spesso, come nel caso dei congedi, è giusto derubricare una voce dalle spese, ma solo per spostarla nella colonna giusta: quella degli investimenti per il futuro.

Pochi padri usufruiscono del congedo parentale

Il congedo di paternità obbligatorio spetta ai dipendenti, non agli autonomi. I padri con contratti a tempo indeterminato impiegati nelle aziende più grandi, dove in alcuni casi al congedo coperto dallo Stato si aggiunge un ulteriore periodo di congedo fornito dal datore di lavoro, sono i maggiori fruitori del congedo. L’INPS stima che l’utilizzo del congedo di paternità obbligatorio da parte dei padri aventi diritto sia in media del 65%, con forti variazioni geografiche (da oltre l’80% in alcune province del Nord-Est a meno del 20% in alcune del Sud). Per quanto riguarda invece il congedo parentale volontario, nel 2023 i padri sono stati solo il 26, 7% dei fruitori totali, poco più di uno su 4.