Per strada si incontrano più passeggini o più deambulatori? Messo così, può suonare un approccio rudimentale per disegnare il quadro demografico del nostro Paese. Ma le statistiche confermano che l’Italia da un lato macina record di longevità e dall’altro colleziona culle vuote.
La denatalità ha forti effetti sui conti pubblici
Lo scenario è stato ampiamente documentato a fine novembre a Roma durante gli Stati Generali della Natalità, a cui ha preso parte anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sottolineando quanto il decremento delle nascite, forte in particolare nelle isole e nella aree periferiche, «incida sui conti pubblici e sulla coesione». Siamo – come ormai si dice – alla “glaciazione demografica”, ma tanto gelo non è piombato all’improvviso sulle nostre sale parto. Dalla fine degli anni ’70 il tasso di fecondità italiano è sotto la cosiddetta “soglia di rimpiazzo” (quel numero medio di 2,1 figli per donna il quale assicura che – al netto dell’immigrazione – la popolazione rimanga stabile) e oggi si è arrivati a 1,13 figli per donna. Un trend di questo tipo, in corso da circa 40 anni, ha effetti non facilmente arginabili.
In Italia ci sono sempre meno potenziali genitori
«In Italia assistiamo a un costante “degiovanimento”: ogni nuova generazione è meno numerosa di quella che l’ha preceduta e drasticamente meno di quelle ancora precedenti» spiega Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica all’Università Cattolica di Milano e autore di La scomparsa dei giovani (Chiarelettere). «Questo ha impatti su tutti gli ambiti. A partire dall’economia, perché si riducono i potenziali lavoratori: secondo l’Istat entro il 2050 l’Italia ne perderà 7.200.000. E la demografia si avvita ulteriormente verso il basso, perché diminuiscono anche i potenziali genitori. Tali squilibri danneggiano i giovani, che si trovano in una società che investe di meno su di loro, ma anche la popolazione anziana perché, a fronte di persone sempre più bisognose di cure, mancherà personale sanitario».
Pochi giovani dovranno sostenere un numero crescente di pensionati
«Siccome poi i giovani non solo sono pochi ma molti – spesso i più qualificati – emigrano, saranno anche carenti gli ingegneri e tutte quelle figure che rendono competitivo e innovativo il Paese» continua Rosina. «Diventa così davvero sfidante mantenere un sistema di welfare solido e efficiente: un numero più ridotto di cittadini attivi dovrà sostenere con il proprio lavoro un numero crescente di pensionati».
La denatalità porta a una diminuzione delle classi scolastiche
A sancire il rischio di declino si allinea l’analisi di Bankitalia, in base alla quale, se i tassi di partecipazione al lavoro restassero pari a quelli attuali, il Pil calerebbe di 9 punti in 25 anni. Intanto, tra culle già vuote e aziende che si svuoteranno, a risentire del calo demografico adesso sono anche le aule. Un’analisi del Centro Studi Orizzonte Scuola ha evidenziato una perdita di oltre 300.000 alunni nella scuola primaria tra gli anni scolastici 2015/16 e 2022/23, mentre nella secondaria di primo grado ci sono stati nello stesso periodo circa 74.000 studenti in meno. Secondo dati di Il Sole 24 Ore, il calo della natalità potrebbe determinare, entro il 2035, una riduzione fino a 1,5 milioni di studenti con un rischio stimato di 130.000 cattedre in meno: ovvero, meno posti di lavoro per i professori.
In Parlamento una commissione studia gli effetti della denalità
Di fronte a così tanti scossoni strutturali servono risposte urgenti. Istituita presso la Camera dei deputati, in primavera ha iniziato i lavori la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali della transizione demografica. «È la prima volta che il Parlamento italiano si dota specificatamente di una commissione per indagare sulle conseguenze dei cambiamenti demografici, come l’invecchiamento della popolazione e la denatalità» spiega l’onorevole Elena Bonetti, presidente della Commissione. Attraverso l’audizione di esperti, enti e istituzioni, dal Cnel all’Istat, si sta cercando di sistematizzare i dati e di individuare le aree su cui la politica deve intervenire.
Le nuove leggi dovranno tenere conto del loro impatto demografico
«Tra i primi risultati raggiunti c’è la proposta di inserire nella nuova Legge di Contabilità dello Stato la valutazione di impatto demografico di ogni singola legge, compresa quella di Bilancio» continua Bonetti. «Alcune leggi, infatti, oggi sono un costo, ma vanno a incidere a beneficio di uno sviluppo demografico che poi, nel medio e nel lungo termine, rallenta il declino oppure attiva processi positivi. Viceversa, altre possono ridurre la spesa ora, ma peggiorare la situazione a danno delle future generazioni».
Per combattere la denalità occorre promuovere il lavoro femminile
Uno degli snodi, su cui concordano molti esperti, per un’inversione di rotta si gioca sull’occupazione. Secondo dati della Banca d’Italia, sono le donne che lavorano a fare più figli, fin dagli anni ’80: quindi occorrerebbe aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, in particolare al Sud, prevedere incentivi per combattere il gender pay gap e servizi territoriali che permettano di conciliare maternità e professione.
Alcuni bonus hanno favorito le famiglie già benestanti anziché quelle povere
Sul modo in cui finora molti interventi pubblici sono stati disegnati per favorire la natalità solleva alcune critiche il saggio Non è un lavoro per madri (Feltrinelli). «Nel campo delle politiche familiari scatta spesso il cosiddetto “effetto Matteo” (dalla parabola evangelica che dice “a chi ha molto verrà dato, a chi ha poco verrà tolto anche quel che ha”, ndr)» spiega Roberto Rizza, uno degli autori. «Incentivi e servizi messi a disposizione dallo Stato dovrebbero soprattutto favorire le donne con qualificazione medio-bassa. Succede invece che spesso ne beneficiano le famiglie dai livelli socio-culturali elevati che, per esempio nel caso degli asili nido, sarebbero in grado di sostenere in toto le spese. Un discorso simile vale anche per l’utilizzo dei congedi di paternità e parentali».
Le politiche per la natalità non funzionano
C’è poi chi sposta il focus, dando una lettura diversa. «I bonus economici e il riconoscimento di risorse alle famiglie sono un supporto per chi i figli li ha avuti e li avrebbe comunque oppure per chi ha tutte le condizioni per volerli avere: il desiderio, un lavoro stabile, una famiglia solida alle spalle, l’aiuto dei nonni quando i servizi latitano. Ma a livello globale le politiche per la natalità non funzionano, perché c’è un cambiamento nei valori e negli obiettivi di vita delle persone» sostiene Alessandra Minello, ricercatrice in Demografia all’Università di Padova e autrice di Senza figli (Laterza).
Oggi rispetto al passato meno persone desiderano avere figli

«Una parte ristretta di popolazione ambisce ad avere tanti figli, ma mediamente questo obiettivo si è molto ridotto rispetto al passato, in particolare nelle nuove generazioni. E anche tra le straniere». Secondo l’Istat, tra il 2008 e 2023 il tasso di fecondità delle donne straniere è sceso del 29, 3%, contro un calo del 14,3% delle italiane. E persino in molti Paesi di origine degli immigrati la natalità è in calo, allineandosi con le tendenze occidentali.
La denatalità va affrontata alla luce dei nuovi valori culturali
«Questa dimensione culturale così variegata e in corso di cambiamento va tenuta presente» avverte Minello. «Noi continuiamo a guardare alla denatalità come a un problema da risolvere invece che come a un dato di fatto su cui costruire un contesto che si regga con una visione della vita che non necessariamente includa la genitorialità. Per esempio, perché non pensare a incentivare l’occupazione femminile sganciandola dall’obiettivo che queste lavoratrici diventino anche madri?».
Tra le giovani cresce la richiesta di social freezing
Esiste anche un “fertility gap”. «Ci sono persone che vorrebbero diventare genitori, ma poi mancano le condizioni. O che lo vorrebbero, ma non in questo momento» spiega Minello. E, soprattutto tra le giovani, iniziano a emergere temi nuovi, seppure riferiti a pratiche a oggi poco diffuse: cominciano a pensare di posticipare la maternità attraverso la crioconservazione degli ovociti». Crescono infatti le richieste di social freezing per motivi non sanitari ma, per esempio, per impegni professionali, assenza di un partner stabile o altre scelte di vita personali.
Molte donne non sanno che il loro picco fertile è tra i 25 e i 30 anni
Lo conferma Fanny Nardi, cofounder di MeggyCare, una start-up che attraverso una piattaforma digitale accompagna lungo questo percorso: «Il nostro primo obiettivo è l’informazione: molte donne non sanno che il loro picco fertile è tra i 25 e i 30 anni. Si pensa di avere tempo, quando però si prova ad avere un figlio dopo i 35 anni ci si accorge che poi non è così semplice».
I giovani emigrati all’estero fanno più figli dei giovani in Italia
In controtendenza sembrano essere i nostri connazionali oltreconfine. L’Istat ci informa che nel 2024 sono stati 27.000 i nati da genitori italiani emigrati, mentre sono morti circa 8.000 italiani residenti all’estero, con un saldo naturale positivo di 19.000 unità. Nello stesso anno in Italia le nascite sono scese a meno di 370.000, mentre i decessi sono stati 651.000, con un saldo naturale negativo pari a 281.000. Queste cifre possono suonare fredde ma ci presentano un quadro chiarissimo: il nostro non è certo l’unico Paese con sempre meno bambini, ma resta capofila tra quelli a cui la denatalità sta lanciando e lancerà le sfide più dirompenti.