«Ah! Questo paese di viriloni, che passano per gli uomini più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli!». Basterebbero queste poche righe tratte da un’intervista rilasciata a Oriana Fallaci nel 1963 per descrivere il carattere tutt’altro che docile della senatrice Lina Merlin. A 5 anni dalla legge 75 del 1958 che aboliva la regolamentazione statale della prostituzione, le polemiche non si erano ancora spente. E alla giornalista che per L’Europeo provava a incalzarla sul problema delle lucciole rimaste senza “casa”, Merlin ribadiva: «E prima non si vedevano in giro? Ma mi faccia il piacere, lei non capisce proprio nulla! Nelle case chiuse c’erano 2.500 donne, fuori c’erano almeno 50.000 clandestine. La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato».
Lina Merlin, oltre la legge sulla prostituzione
Il discusso provvedimento era costato alla militante socialista un decennio di battaglie civili e di attacchi fuori e dentro il Parlamento, ai quali lei aveva sempre risposto con i fatti, visitando i bordelli per documentare le indegne condizioni di vita delle lavoratrici, il cui sfruttamento sessuale legalizzato era ormai sanzionato in tutta Europa tranne che in Italia. «E pare eloquente che ad adoperarsi fosse una donna di oltre 60 anni, esponente della generazione più anziana del suo partito» scrive Monica Fioravanzo, docente di Storia contemporanea all’università di Padova e autrice di Lina Merlin. Una donna, due guerre, tre regimi (FrancoAngeli). Nel saggio la studiosa ripercorre la vita e il lungo impegno politico e sociale della senatrice veneta, da tutti – persino dal New York Times – ricordata perlopiù per la legge che porta il suo nome, ma madre di tante altre lotte per l’emancipazione femminile, nonché tra le 21 don- ne elette all’Assemblea Costituente.
La sua vita fu a tratti avventurosa e anticonformista, sempre salda su principi di solidarietà e di uguaglianza. Ma non senza contraddizioni: quando era ormai fuori dalla vita politica attiva, «tornò alla ribalta della cronaca per le posizioni che assunse rispetto alla legge sul divorzio del 1970, accettando la vicepresidenza del comitato promotore del referendum abrogativo» spiega Fioravanzo. «Schierandosi a favore dell’indissolubilità del matrimonio civile, Lina Merlin ritenne di tutelare ancora una volta i soggetti più fragili, che all’interno della famiglia erano i figli e, con loro, le mogli e le madri, per la maggioranza casalinghe, più raramente occupate ma spesso sottopagate, e comunque prive per la maggior parte di una vera autonomia economica e di copertura pensionistica».
La devozione per l’insegnamento e la Resistenza
Nata nel 1887 a Pozzonovo, in provincia di Padova, prima di dieci figli in una famiglia della media borghesia, Angelina (il suo nome all’anagrafe) diventa maestra elementare, mestiere che vive come una missione civile, specializzandosi nell’insegnamento del francese. Nel 1919 aderisce al Partito Socialista, perché vicino ai suoi ideali di giustizia, e si espone apertamente contro il nascente regime. Quando nel 1926 il governo impone ai dipendenti pubblici il giuramento di fedeltà al fascismo, Lina si rifiuta e perde il posto di lavoro. «Non si può educare alla libertà piegando la schiena alla dittatura» scrive.
Inizia per lei, nubile che vive della sua professione, un periodo che oggi chiameremmo di precariato, tra lezioni private e domicili clandestini. Nel 1926 viene arrestata a Milano insieme al medico e deputato Dante Gallani (un “compagno” già sposato che poi, da vedovo, diventerà suo marito), incarcerata a San Vittore e inviata al confino in Sardegna per 5 anni, poi graziati a 3. «Un soggiorno gravato da continue vessazioni e contrassegnato dall’imposizione di faticosi trasferimenti, volti a fiaccarne lo spirito indomito» scrive Fioravanzo.
Dopo la caduta del regime e il contributo alla Resistenza, Lina Merlin viene eletta all’Assemblea Costituente nel 1946. È anche grazie alla sua pressione se nell’articolo 3 della Costituzione trova spazio un’affermazione netta di pari dignità sociale, senza distinzioni di sesso. La senatrice si occupa di assistenza all’infanzia, di riforma carceraria, di parità tra i coniugi, di tutela delle lavoratrici madri. Si batte per l’abolizione della dicitura “figlio di N.N.” nei registri anagrafici, lavora affinché le donne possano accedere a ruoli pubblici.
Lina Merlin: anticonformista anche nella vita privata
Nel suo privato crea una famiglia allargata ante litteram: nel 1933, a 46 anni, sposa il vedovo Dante Gallani. Al viaggio di nozze a Santa Margherita Ligure partecipano anche il figlio di lui, Corrado, e la nipote di lei, Franca Cuonzo, rimasta orfana di madre e poi adottata. Il matrimonio dura poco, perché nel 1936 Gallani muore. «Rimasi vedova, sola, priva di tutto, offesa perfino dalle aspre critiche dei compagni che condannavano la mia testardaggine» scrive nelle sue memorie.
Testarda lo era davvero. Tra le cause che non mollò mai ci fu quella del “Mezzogiorno del Settentrione” : il Polesine, che nel secondo Dopoguerra fu travolto da 17 alluvioni. «In occasione della prima, nel 1951, fu lei ad accompagnare a Rovigo il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e a rimanere poi ad Adria per fornire e organizzare i soccorsi» ricorda Fioravanzo. «Le foto la rittaggono in stivaloni sui barconi carichi di provviste. A Loreo rischiò persino di annegare, quando l’imbarcazione su cui trasportava gli aiuti si capovolse». E a una Oriana Fallaci che la punzecchia di essere mal sopportata dentro al suo stesso partito, ecco come risponde: «Un’inondazione e mandavano me, cascava un argine e mandavano me, bisognava visitare 12 paesini di fila e mandavano me: via la povera vecchia a bagnarsi e ammalarsi. Finché diedi le dimissioni e decisi di non presentarmi più alle elezioni». Morì nel 1979, a 92 anni: la notizia uscì su qualche trafiletto di giornale, ma lei conquistò per sempre un posto al Famedio di Milano.
Il sex work, tra ieri e oggi
Secondo l’Istat, in Italia la prostituzione è oggi un affare da 4,7 miliardi di euro, che interessa 3 milioni di persone e che coinvolge più di 100.000 lavoratrici, stabili e occasionali. Fino al 1958 nel nostro Paese esistevano le cosiddette “case chiuse”, locali autorizzati dallo Stato dove le lavoratrici erano registrate dalla polizia e sottoposte a visite mediche obbligatorie. Un sistema nato per tutelare l’ordine e la salute pubblica, ma che legittimava un sistema di sfruttamento sulle donne, lesivo della loro dignità. La legge Merlin, la n. 75 del 20 febbraio 1958, abolì le case di tolleranza e vietò qualsiasi forma di organizzazione del meretricio. Vennero introdotti i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. La norma è ancora in vigore: il sex working in sé non è un reato se esercitato da adulti consenzienti e senza costrizioni; è vietato trarre profitto dall’attività altrui, organizzare o gestire luoghi destinati alla prostituzione, reclutare persone. Il modello italiano tollera la scelta individuale, ma vieta il mercato del sesso.