«In seno a quest’assemblea noi condividiamo decisioni che investono tutto il nostro popolo, ma, secondo alcuni colleghi, non avremmo il diritto di partecipare a giudizi che riguardano una sola persona». Autunno 1947: Maria Maddalena Rossi parla davanti ai Padri costituenti. È una delle 21 donne che, dopo gli anni bui del fascismo e della guerra, contribuiscono a fondare la Repubblica. Sono le “Madri”, impegnate a tradurre i valori della Resistenza in pilastri democratici e a scolpire l’uguaglianza nell’articolo 3 della Carta. Eppure, quando il dibattito si sposta sulla possibilità di aprire ai ranghi femminili le porte della magistratura, si ritrovano davanti un muro.

Gli stereotipi hanno escluso le donne dalla magistratura

Da questa frattura tra l’altezza dei principi e la miseria del pregiudizio prende avvio Magistrate finalmente. Le prime giudici d’Italia (Il Mulino). L’autrice, Eliana Di Caro, giornalista del Sole 24 Ore, ricostruisce la lunga marcia delle pioniere che solo nel 1965 riusciranno a indossare la toga. Contro di loro, al netto di norme e decreti, pesava un’idea di autorità modellata sul maschile, nutrita da pregiudizi biologici radicati anche nelle menti più illuminate: «Gli incrollabili stereotipi per cui le donne sono emotive, non hanno resistenza fisica o sono soggette a crisi isteriche e non possono dunque giudicare serenamente» precisa l’autrice.

Le donne in magistratura con la legge del 1963

Quella battaglia fu persa, ma aprì una crepa. Nonostante il naufragio di vari disegni di legge, una giovane laureata, Rosa Oliva, respinta al concorso per la carriera prefettizia, fece ricorso e il caso giunse alla Consulta. Ottenne così, nel 1960, la storica sentenza che dichiarava incostituzionali i divieti basati sul sesso. Solo 3 anni dopo la legge 66 del 1963 rimosse il divieto alle donne di accedere a pubblici uffici, carriere e professioni. E ce ne vollero altri 2 perché le prime otto varcassero la soglia della magistratura. «Erano eccellenze assolute, non beneficiarie di una concessione simbolica» precisa Di Caro. «Tra loro, Letizia De Martino arrivò seconda al concorso nazionale». Maria Gabriella Luccioli, la prima donna a entrare in Cassazione e la prima a presiederne una sezione, ricorda: «Sentivamo di avere gli occhi di tutti addosso, eravamo consapevoli che ogni nostra incertezza sarebbe stata usata per confermare il pregiudizio sulla nostra inadeguatezza». Aggiunge Di Caro: «Avvertivano la responsabilità di dover dimostrare la bravura di un intero genere; quasi a dover espiare collettivamente l’intrusione in un campo fino a quel momento maschile».

Le conquiste non sono garantite

Oggi il sorpasso numerico è compiuto, ma «nei posti direttivi c’è ancora un distacco» conferma la giornalista. Eppure, quelle donne hanno cambiato la sostanza della giustizia, soprattutto in campi cruciali come il diritto di famiglia, la tutela dei minori e il contrasto alla violenza di genere. «Abbiamo introdotto un’ermeneutica della differenza che si riflette anche nel linguaggio delle sentenze, finalmente più aderente alla complessità del reale» sottolinea Luccioli. «È importante vigilare sulle conquiste ottenute, perché nulla esclude che possano esserci sottratte».

Il modello maschile per essere accettate

A sancire il ruolo della memoria come presidio dei diritti è un altro volume, Lidia Poët e le prime avvocate (Bollati Boringhieri), in cui Alberto Nicòtina, docente di Diritto europeo all’Università di Amsterdam e visiting fellow all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, rievoca la battaglia di quante, un’ottantina d’anni prima della legge del ’63, lottavano per la toga da avvocata. La storia di Lidia Poët, ammessa e pochi mesi dopo esclusa dall’albo nel 1883, riportata in auge dalla serie Netflix con Matilda De Angelis, rivive in una cornice di “femminismo forense”, parte integrante di una rete di pioniere che scuotevano i tribunali europei: la belga Marie Popelin, la francese Jeanne Chauvin e la rumena Sarmiza Bilcescu. Anche grazie a loro, nel 1919 la Legge Sacchi apriva il foro italiano alle donne. Lidia Poët poté iscriversi all’albo – aveva ormai 65 anni – restando fedele al suo motto: «La mente non ha sesso e la legge non può vietare ciò che la natura permette». L’antidoto al conservatorismo forense non era la grandeur da eroina, ma un’aspirazione alla normalità che passava anche per concessioni di costume, come la rinuncia al cappellino, accessorio ineludibile del decoro pubblico femminile, all’interno dell’aula. Un gesto di assimilazione al modello maschile necessario per ottenere legittimazione, a riprova del fatto che «intro- durre una prospettiva femminile non implica necessariamente imprimere una svolta femminista» rileva Nicòtina.

La legge di Lidia Poet
Netflix

Le tutele necessarie

Il salto all’oggi rivela una condizione difficile da fotografare. Sebbene le donne siano ormai più di metà dell’avvocatura, il mito della libera professione agisce spesso come scudo contro le garanzie sociali. «L’avvocato non può essere un lavoratore dipendente» dice Nicòtina «e ciò significa, per esempio, che la maternità non ha tutele certe. La testimonianza di queste pioniere c’insegna che la parità non è solo accesso e presenza, ma diritto di abitare il proprio ruolo senza rinunciare a se stesse».

La sfida delle donne in magistratura oggi

Dal 2015 le donne hanno superato gli uomini e oggi rappresentano circa il 56% della magistratura ordinaria, secondo i numeri più recenti riferiti a una rilevazione del 2022 (su dati CSM e Ministero della Giustizia). Tra i magistrati ordinari in tirocinio la quota femminile sfiora addirittura il 63%. Persiste tuttavia un marcato soffitto di cristallo: solo il 25-30% dei posti direttivi (come quello di Presidente di Tribunale o Procuratore Capo) è attualmente ricoperto da donne. Nonostante traguardi storici come la guida del Ministero della Giustizia affidata per la prima volta a Paola Severino (2011), la prima volta di una donna alla presidenza della Corte Costituzionale con Marta Cartabia (2019) o la nomina di Margherita Cassano a Prima Presidente della Cassazione (2023), la sfida resta tradurre i numeri in effettiva guida delle istituzioni.