Dove si sarà sentita più libera Mariasilvia Spolato? Sui treni che la portavano su e giù per l’Italia, offrendole un riparo per la notte quando non aveva una casa dove dormire? Nelle biblioteche di Bolzano dove trascinava il suo borsone carico di libri salvati dai cassonetti? O sulle “barricate” femministe romane di una vita precedente? Nei suoi ultimi 40 anni trascorsi tra strada e casa di riposo (dove era entrata a condizione di poter uscire ogni giorno), nessuno aveva mai sospettato che dietro la silenziosa senzatetto col berretto di lana si nascondesse un’icona. Una combattente.
Le tre vite di Mariasilvia Spolato
Una donna che aveva vissuto almeno altre tre esistenze: quella di studentessa della facoltà di Scienze Matematiche a Padova, dove era nata nel 1935, in tempi in cui le donne laureate in materie Stem non erano certo la regola. Quella di impiegata all’ufficio brevetti della Pirelli di Milano e di insegnante di scuola superiore a Frascati che pubblicava un manuale di insiemistica per Zanichelli. E, soprattutto, quella di militante del movimento lesbico che per prima in Italia aveva avuto il coraggio di fare coming out.
Il coming out nel 1972
Successe durante una manifestazione a Campo dei Fiori l’8 marzo 1972, alla quale partecipò anche Jane Fonda. Da una parte c’era l’attrice americana con il pugno alzato, da qualche altra c’era Mariasilvia con occhiali, eskimo, un viso serio e un cartello con la scritta “Fronte di liberazione omosessuale”: la sua immagine finirà pubblicata su Panorama, a corredo di un’intervista a Simone de Beauvoir sul femminismo. Una foto che la consacrerà a 37 anni a paladina dei diritti delle donne lesbiche, ma che le costerà anche il posto di lavoro: trasferita da Frascati a una scuola media perché «non più idonea all’insegnamento in questo istituto», rimarrà senza contratto e vivrà soltanto di collaborazioni editoriali e dell’aiuto di amici e amiche. Poi, di stenti.
La lotta di Mariasilvia Spolato per i diritti delle donne e degli omosessuali
«Come tutte le storie di memoria recuperata, la vicenda di Mariasilvia Spolato ci parla di un momento storico in cui i diritti in Italia erano tutti da costruire» spiega Sara Poma, autrice del podcast Prima (Chora Media) e del libro Il coraggio verrà (HarperCollins), entrambi sulla vita dell’attivista padovana. «Quello che noi oggi diamo per scontato è stato ottenuto grazie a donne come lei che hanno pagato un prezzo molto alto per ottenere il diritto di esistere. Pur da outsider, è stata un grande agente di cambiamento, lottando insieme a due gruppi che si sono battuti per cause molto diverse: il Pompeo Magno, che aveva come obiettivo la liberazione delle donne e la conquista della legge sull’aborto, e il F.U.O.R.I, nato invece per riappropriarsi della narrazione sull’omosessualità, a quei tempi considerata una malattia».
Mariasilvia Spolato: «Ogni essere umano ha il diritto di essere felice»
L’impegno di Mariasilvia è confermato anche dai ricercatori Giovanni Focardi, Nicolò Da Lio e Adriano Mansi sulla rivista storica Diacronie: sottolineano che «questa sua intersezionalità ha portato alla conquista di diritti e di libertà per la comunità omosessuale, poi identificata nella sigla LGBT. Spolato lottava contro ogni forma di violenza fisica, psicologica o verbale. Rivendicava il diritto alla felicità dovuto a ogni persona: “Che cosa noi donne vorremmo essere? Che cosa noi omosessuali vorremmo essere? Degli esseri umani, umani, umani” scriveva sulla rivista Lib nel 1973».
Gli anni da homeless
Un anno dopo, però, il suo attivismo inizia a farsi meno intenso: taglia i ponti con i movimenti in cui ha creduto, con la famiglia, gira l’Europa in treno da homeless e a fine anni ’80 si ferma a Bolzano, città che conosce grazie alle vacanze in montagna da bambina. Vive libera, ma in condizioni di marginalità: quando una gamba va in cancrena, i servizi sociali intervengono e viene accolta a Casa Margaret, struttura per donne in difficoltà, poi a Villa Armonia. Ci vogliono 3 anni prima che si fidi degli operatori e si lasci coinvolgere: è lei che sceglie i film da proiettare la sera, che fotografa gli ospiti, che porta libri alle biblioteche perché «sono preziosi». Come il suo, scritto nel 1972 e rimasto un testo cult: I movimenti omosessuali di liberazione, ripubblicato oggi da Asterisco.
La “riscoperta” di Mariasilvia Spolato
Mariasilvia muore il 31 ottobre 2018, a 83 anni. Un giornalista del quotidiano Alto Adige, Luca Fregoni, viene a sapere della sua vicenda e scrive un articolo per ricordarla. Un benefattore le paga la lapide, la sua storia torna in primo piano. La scrittrice Donata Mljac Milazzi decide di partecipare al funerale e di ricostruire nei due anni successivi la sua vita “leggendaria” nella biografia Da un pugno di polvere (Rossini). Un dialogo immaginario tra l’autrice e l’attivista, ricco di testimonianze di chi l’ha conosciuta.
Una sognatrice e una combattente
«Dai loro racconti emerge l’immagine di una donna poliedrica e soprattutto di una sognatrice, perché Mariasilvia teorizzava una società evoluta, libera da ogni tabù. La sua fu una vita difficile ai margini di una società che l’aveva profondamente delusa e osteggiata ma mai piegata». Edda, tra le sue amicizie, ricorda: «La incontravo sempre a Piazza di Spagna, quando veniva a Roma. Con lei era piacevolissimo stare, non c’era argomento che non sapesse affrontare. Arrivava con questi due borsoni enormi, dove dentro c’era lo scibile umano. E lei come facesse, piccola com’era, a portarsi quei pesi, è una cosa che mi son sempre chiesta; ma lo faceva con la grazia di chi è padrone di quello che ha là dentro».
La Giornata mondiale della visibilità lesbica
Il 26 aprile si celebra la Giornata mondiale della visibilità lesbica, una ricorrenza internazionale nata per promuovere i diritti e una maggior rappresentazione delle donne omosessuali. A Roma l’appuntamento è con la seconda Dyke March nazionale, una manifestazione per denunciare la marginalizzazione delle donne che amano le altre donne e per sollecitare maggiori diritti per le tante comunità arcobaleno.
Sono ancora troppo poche le tutele per le persone LGBTQIA+
Secondo la Rainbow Map 2025 di ILGA-Europe, l’Italia si ferma infatti al 24,41% nel livello di tutela delle persone LGBTQIA+, con punte molto basse su non discriminazione (8,74%), diritti familiari (17,13%) e addirittura lo 0% per la protezione contro i crimini e i discorsi d’odio e per la tutela dell’integrità corporea delle persone intersessuali. Un dato in stretta relazione con la mancanza di una normativa specifica contro l’omotransfobia: il “celebre” DDL Zan, che prevedeva l’estensione delle aggravanti per i crimini d’odio basati su orientamento sessuale e identità di genere, è stato fermato in Senato nel 2021. Da allora non è stato approvato alcun intervento.