Il 1° dicembre del 1970, in un’esplosione di stupore, fu approvata la legge che consentiva di sciogliere il matrimonio. Quello civile, naturalmente. Non il sacramento. Ma lo scandalo serpeggiava lo stesso fra gli italiani (forse un po’ meno fra le italiane), i cattolici in prima fila, gli incerti e i qualunquisti subito dietro, i conformisti in coda ma ben determinati a non accettare rivoluzioni di nessun genere. Gli anatemi volavano basso e colpivano i progressisti, quelli che volevano allineare il Paese alle libertà nordeuropee, o, se preferite, alla modernità.

L’Italia del 1970 tra potere democristiano e morale cattolica

Voi non ve la potete nemmeno immaginare l’Italia com’era, nel 1970, come si viveva sotto il tallone della Democrazia Cristiana, con il Vaticano a pranzo e a cena che pontificava (se non pontifica il pontefice…) su tutto, dalla morale ai comportamenti, dalla maternità mai evitabile al matrimonio indissolubile e a tutti gli altri comportamenti coatti dalla dottrina e dalla fede.

Non potete immaginare, però, neanche un Paese con una sinistra forte (da quanto tempo è dispersa?), con un Partito Comunista al 27% (secondo, dopo la DC) e un Partito Radicale laico e progressista, attento ai nuovi bisogni figli del cambiamento profondo che stava avvenendo nella società.

Un Paese che cambia: industrializzazione, migrazioni e televisione

Con gli anni ’60 si era finalmente esaurito il Dopoguerra, si poteva occultarne i resti e provare a dimenticare il corteo di miseria che ancora tormentava i ceti più fragili.

L’Italia era sempre meno un Paese contadino: era iniziato, e procedeva baldanzoso, il processo di industrializzazione. La Fabbrica dell’automobile era il nuovo regno e Torino, la città dove ero nata e vivevo, ne era la capitale.

Tutti desideravano la Seicento, e la Seicento era alla portata di (quasi) tutti. I giovani finalmente aspiravano a muoversi, e si muovevano.

C’era una forte e crescente immigrazione interna, dal Sud verso il Nord. Il Sud si sviluppava molto più lentamente, il Nord moltiplicava gli inviti. C’era lavoro, al Nord, e servivano lavoratori.

La televisione, comparsa nella seconda metà degli anni ’50, aveva creato una lingua comune.

Gli anni della contestazione e del movimento studentesco

Io frequentavo con profitto l’ultimo anno del liceo classico, anzi, al momento, nel dicembre del 1970, non frequentavo niente, perché ero stata espulsa da scuola, con altri 12 giovani rivoluzionari, in seguito a un corteo interno sulle cui motivazioni si stende il silenzio della smemoratezza.

Ricordo la musica, il clima, il sentimento dilagante, ma non ricordo le parole, il senso.

Mia sorella mi aveva iscritta alla Federazione Giovanile Comunista quando avevo 14 anni. A 16 mi ero lasciata travolgere dal Movimento studentesco, a 18 rischiavo di perdere l’anno.

Ma poi il provvedimento d’espulsione era stato annullato e mi ero comportata in modo irreprensibile fino all’esame di maturità. Chi aveva brigato per salvarci dalla bocciatura? Un comitato di genitori comunisti, o quasi.

Così era quel tempo: una Democrazia Cristiana dominante, ma una opinione di sinistra quasi altrettanto forte. A bilanciare.

Lidia Ravera in una foto degli anni 70
La scrittrice Lidia Ravera, autrice di questo articolo, in una foto degli anni ’70. Foto Ipa

L’attesa per la legge sul divorzio

C’era un clima, questo sì, me lo ricordo perfettamente, di grande attesa attorno ai palazzi della politica, il 1° dicembre del 1970.

Pareva quasi incredibile che la potente DC accettasse di vedere ridimensionata la sua zona di influenza da una conquista così favorevole alla laicità e alla libertà.

L’ignoranza regrediva lentamente, ma regrediva.

Le donne e il peso del matrimonio indissolubile

Le donne avevano conquistato il diritto di votare da 25 anni, e il loro voto pesava.

Erano loro le vittime del matrimonio indissolubile voluto dalla Democrazia Cristiana.

Erano loro che si sposavano troppo presto per andarsene di casa nell’unico modo possibile. Erano loro che passavano dalla tutela paterna a quella coniugale.

Erano loro che se sbagliavano non potevano rimediare, riprovarci o andarsene. Innamorarsi di un altro, poterlo sposare.

Certo, la più pesante delle catene che le donne si portavano addosso era la dipendenza economica.

E ancora oggi, ad anni luce di distanza, è la dipendenza economica che obbliga tante donne a convivere con il proprio ipotetico assassino.

Allora come ora, addette come sono alla riproduzione, le donne sono svantaggiate sul terreno competitivo del lavoro.

La speranza ingenua dei vent’anni

Non lo potevo immaginare che, più di 50 anni dopo, ancora fossimo così indietro. Con l’ottuso buon umore della giovinezza mi sembrava che tutto sarebbe cambiato.

Scrivevo orgogliosa sul mio quaderno dell’epoca:

«Interessante conversazione con Gi. Le chiedo, mentre pela una montagna di castagne: “Sei contenta? Adesso, se ti sei sposata una mezza cartuccia, puoi divorziare e cercarne un’altra invece di impazzire maledicendo il destino”.

Non coglie il sottotesto: sposarsi è del tutto inutile, comunque.»

Mi sorride compunta, col suo nuovo piglio da borghesia progredita, e dice:

“Sì, sono contenta. Ma solo per le coppie senza figli. I bambini soffrono quando mamma e papà litigano, figurati se si separano e poi divorziano. No, no, no, se ci sono bimbi di mezzo conviene sopportarsi a vicenda finché si tirano le cuoia”.

Cerco di stanarla, lo so che cosa vuol farmi credere, è la solita vecchia storia, vuol farmi credere che ha sacrificato per me e per Mara la sua personale ricerca della felicità.

Butto là: “Anche quando i bimbi hanno 18 anni e 22?” (per la serie: mettere le carte in tavola).

Ma lei tira fuori la sua anima conservatrice:

“Non dire sciocchezze, io e tuo padre ci vogliamo bene. L’amore è per quando si è giovani”.

A futura memoria: Gi ha 48 anni, Pack 52. Si sono sposati nel 1946. Non hanno mai pensato di divorziare. E non divorzieranno. Anche se sono favorevoli al divorzio».

Il referendum del 1974 e la battaglia politica

A differenza di mio padre e mia madre, l’onorevole Amintore Fanfani, segretario della Democrazia Cristiana dal 1973 al 1975, non la poteva proprio tollerare quella legge accomodante che sosteneva, in segreto, la ricerca della felicità.

Fu lui a guidare il partito, durante il cruciale referendum contro il divorzio, schierando le sue truppe, senza sfumature, per l’abrogazione immediata di quella legge pericolosamente libertaria.

Eravamo già nel 1974.

La vittoria del NO e la festa in piazza

Abitavo in una piccola casa di ringhiera, a Milano, col mio ragazzo. Da 3 anni vivevamo “nel peccato”, come ci piaceva dire.

Non credevamo nel matrimonio e ci dava gusto pensare che la legge a favore del divorzio avesse tolto peso a quel sacro rituale.

Ricordo la gioia, l’eccitazione della vittoria, ci ritrovammo tutti in piazza, non ricordo esattamente dove.

Ci sembrava che confermare la legittimità del divorzio fosse uno sviluppo importante della nostra strenua lotta per costruire una società diversa.

Laica, libera, egualitaria, una società dove donne e uomini avessero gli stessi diritti. Anche quello di non amarsi più e cercare altri amori.

19 milioni di italiani dalla parte del divorzio

La vittoria del NO al referendum abrogativo, celebrato il 12 e 13 maggio del 1974, fu schiacciante: 59,3%, contro il 40,7% di SÌ.

19 milioni di italiani marciavano al nostro fianco.

O almeno questa era la mia convinzione.

A 20 anni.