Crisi o non crisi, al divertimento non si riesce a rinunciare. Anche se andare a un concerto ormai è diventato sempre più impegnativo, economicamente parlando. Insomma, i biglietti per assistere a un live, anche in piazza, in piena estate e al caldo, in piedi e ben pigiati insieme ad altre centinaia di persone, non costano meno di 50 euro (diritti di prevendita esclusi). Non proprio come prendersi un gelato o gustarsi una cena con amici. Ma “YOLO”, You only live once (“Si vive una volta sola”) come direbbe qualcuno. Sta di fatto, però, che i rincari pesano sul settore entertainment, tanto che si parla ormai di Funflation (fun+inflation, ossia l’inflazione sui divertimenti).
Funflation, ossia il “caro concerti”
A voler semplificare e non ricorrere a un termine inglese, si potrebbe dire che stiamo assistendo a un vero “caro concerti”: le performance live, che in estate si moltiplicano, sono diventate proibitive per molte tasche, eppure in pochi ci rinunciano, soprattutto tra la Gen Z. L’inflazione si abbatte, infatti, sul settore “divertimenti”, specie se si tratta di musica, con costi in continua crescita. Qualche esempio? Per ascoltare uno dei concerti di Vasco Rossi non si spendono in media meno di 100 euro nel prato gold. Lo stesso vale per altri big i cui pacchetti vip arrivano a sfiorano o superare i 500 euro. Ma va non meglio con giovani talenti come Alfa: l’esibizione in piazza a Sarzana, in provincia di La Spezia (non esattamente a San Siro), costa più di 50 euro.
Il prezzo di sentirsi parte di qualcosa
«La funflation non parla solo di prezzi che aumentano, ma anche di appartenenza, del bisogno di esserci, di condividere esperienze. A ciò si aggiunga la pressione del “non restare fuori”: un concerto, un festival, un viaggio breve con gli amici non sono semplicemente “spese per divertirsi”. Per molte persone, soprattutto giovani, sono occasioni per sentirsi parte di qualcosa, per costruire ricordi e vivere momenti che restano. Questo valore non va banalizzato», osserva Chiara Bacilieri, docente dell’Università Cattolica di Milano, esperta di lavoro e pari opportunità.
Quando diventa un obbligo sociale
«Il problema nasce quando l’esperienza smette di essere una scelta libera e diventa quasi un obbligo sociale. Quando non si va più a un concerto solo perché lo si desidera, ma perché “ci vanno tutti”, perché poi se ne parlerà, perché sarà sui social, perché non esserci significa sentirsi fuori – prosegue Bacilieri – Non possiamo negare il valore delle spese sociali, perché alcune hanno un significato emotivo e relazionale importante. Ma il rischio è che oggi anche la socialità diventi una forma di performance. Non basta vivere qualcosa, bisogna esserci, mostrarlo, condividerlo e dimostrare di poter partecipare. Questa pressione pesa ancora di più sui giovani, perché arriva in un contesto in cui il lavoro è discontinuo, gli stipendi sono bassi e l’autonomia economica è sempre più difficile da raggiungere».
Un fenomeno iniziato da tempo e ora in crescita
A ben vedere non si tratta di una novità di questa estate, come testimonia il New York Times che già due anni fa scriveva di rincari record che iniziavano a registrarsi nel settore degli eventi sportivi: i tickets per assistere a partite di football, baseball e basket negli USA segnavano incrementi del 25% in un solo anno. Ora il Wall Street Journal fa notare che però è d’estate che la funflation diventa “selvaggia”: proprio così, perché il quotidiano economico americano non esita a definirla wild. Nel caso specifico dell’America, però, è lampante l’esempio dei costi per assistere a uno dei match della Coppa del Mondo di Calcio.
I Mondiali più costosi di sempre
Come racconta il WSJ, però, la curiosità e la voglia di non perdersi un “evento eccezionale” hanno comunque la meglio, anche tra chi non naviga esattamente nell’oro (ma magari è disposto a fare molti sacrifici e a risparmiare per anni, pur di soddisfare un desiderio). È il caso di Andrea Rojas and Carlos Ramon che hanno messo da parte 10mila dollari per poter vedere tre partite, rispettivamente a Boston, in New Jersey e a Miami. Il doppio di quanto avevano pagato per uno spettacolo analogo in occasione della Coppa del Mondo in Brasile, nel 2014. A pesare sono i prezzi dei biglietti ($800 l’uno), oltre a parcheggi (tra i $175 e 150 al giorno), il noleggio auto, l’hotel e il cibo.
Effetto FOMO anche per i live?
Per tornare al concetto dell’esserci, quindi, uno dei motivi che “giustificano” la funflation va ricercato in un altro fenomeno, finora relegato soprattutto al mondo digitale: la FOMO, la Fear of missing out, ossia la paura di perdersi qualcosa di importante. E se per i social si tratta di notifiche e messaggi, in questo caso il timore è di rimanere esclusi da eventi live imperdibili, ovviamente e comunque da molto instagrammabili e come tali da esibire poi sui propri account. «La FOMO pesa sicuramente, ma c’è anche un altro aspetto da considerare.
Se il futuro appare incerto, se comprare casa, costruirsi una vita autonoma e immaginare una traiettoria stabile sembrano obiettivi lontani, allora il presente diventa più importante
conferma Bacilieri.
Perché si vive il “qui e ora”
Non si tratta, però di «superficialità: a volte è anche una risposta all’instabilità. Se faccio fatica a immaginare o controllare il futuro, cerco più facilmente gratificazione nel presente. Mi concedo un’esperienza che posso scegliere, che mi fa stare bene e mi fa sentire parte di un gruppo – prosegue l’esperta – Il nodo è quando questo “qui e ora” non nasce più dal desiderio, ma dalla pressione. I social amplificano moltissimo questo meccanismo: vediamo continuamente viaggi, concerti, cene, festival, weekend, stili di vita che sembrano normali, ma che per molte persone non sono sostenibili».
Non è solo una questione economica
Come osserva Bacilieri, però, «Il problema è sia economico, perché molte esperienze diventano sempre più care e quindi meno accessibili, soprattutto per giovani che spesso hanno lavori discontinui, redditi bassi e meno autonomia economica; sia psicologico, perché quando la socialità passa solo da ciò che si deve comprare, e a prezzi alti, chi non può permetterselo rischia di sentirsi escluso». Le conseguenze, però, riguardano anche gli adulti: «La differenza è che per le generazioni più giovani, questa pressione arriva dentro una condizione economica più fragile. Per questo dobbiamo stare attenti a non cadere nella lettura moralistica: “i giovani spendono troppo”, “non sanno rinunciare”, “non sanno risparmiare”. È una lettura troppo facile: la funflation sta diventando anche un tema di lavoro e disuguaglianze».
Una pandemia senza confini, neppure di età
Tra gli osservatori c’è anche chi fa risalire le cause a una sorta di coda lunga della pandemia: avendo dovuto rinunciare ai live durante il periodo Covid e il lockdown, ora è che come se non ci volesse più far mancare nulla. «Questa componente c’è, ma credo che la pandemia abbia piuttosto accelerato un bisogno che era già presente: vivere esperienze significative, non solo acquistare oggetti. Inoltre si somma a due forze molto potenti: un mercato che alza i prezzi e una cultura sociale che rende tutto visibile. Quindi sì, c’è voglia di ritrovarsi, ma anche pressione a esserci, a trasformare ogni esperienza in una conferma della propria identità e appartenenza sociale», sottolinea Bacilieri.
Speculazione o settore in crescita?
Si potrebbe anche obiettare che l’organizzazione di un evento abbia costi imponenti per gli organizzatori. Eppure di recente ha fatto notizia la denuncia per monopolio, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, nei confronti di Live Nation, proprietaria di Ticketmaster: l’accusa è di imporre prezzi in modo arbitrario e spesso in base all’algoritmo del dynamic pricing, che li fa lievitare a seconda della richiesta. «Pesa, e sarebbe ingenuo non considerarlo – riflette l’esperta – Ma questi meccanismi funzionano perché un concerto non è vissuto come un acquisto qualunque».
Il rischio di un divertimento selettivo
«Quando qualcosa viene percepito come irripetibile, rinunciare diventa più difficile, anche se il prezzo è molto alto. Il rischio è che il divertimento diventi sempre più selettivo: accessibile a chi può permetterselo e fonte di frustrazione, esclusione o perfino indebitamento per chi prova comunque a stare al passo. Il tema, quindi, non è solo ‘quanto costa un biglietto’. La domanda più ampia è: quanto costa oggi partecipare alla vita sociale? E quanto pesa questo costo sulle persone che hanno meno continuità reddituale, meno autonomia economica e meno possibilità di pianificare?», conclude Bacilieri.