Teen girls with baby
Teen girls with baby --- Image by © Mika/Corbis

sei una mamma lavoratrice e dai lavoro? Il tuo slogan è #iosonounimpresa

Alle madri che assumono colf e babysitter spettano tanti oneri e non incentivi. Ma è venuto il momento di farsi riconoscere come vere imprese

Gestire famiglia e lavoro è un’impresa? Bene, facciamo sì che venga riconosciuta come tale tanto da permettere a ogni madre che lavora e che, per farlo, ha assunto una babysitter e/o una colf di pensare di se stessa #iosonounimpresa.

Vediamo perché. Sul numero di Donna Moderna in edicola questa settimana c’è un articolo, firmato da Elisabetta Tumbiolo, che affronta una domanda che in molte ci facciamo: “Quanto costa tornare a lavorare dopo un figlio?”. Capita a tante che per poter rientrare in ufficio si debba prima assumere altri, dalla babysitter alla colf. Spesso però, fatti due conti, il meccanismo del do lavoro per lavorare non conviene e si rinuncia a diventare genitori o all’impiego.

C’è una proposta avanzata da Assindatcolf, l’associazione dei datori di lavoro domestico, che si può sintetizzare così:


  • Se io verso per la baby sitter o la colf (o la badante nel caso abbia genitori anziani da assistere) stipendio, contributi, ferie..., dovrei poter detrarre queste spese dalla mia dichiarazione dei redditi e, quindi, pagare meno tasse.


Questo però, che pare frutto di logica ed equità, nella realtà non avviene. Lo conferma Luigi Golzio, professore ordinario di Organizzazione aziendale all’università di Modena e Reggio Emilia:
“La famiglia è discriminata perché dovrebbe essere equiparata all’impresa ma non lo è. Oggi solo all’impresa che assume è consentito inserire nel proprio conto economico alla voce spese i costi sostenuti per il lavoratore e, di conseguenza, detrare quella cifra”.

 
“Di fatto la famiglia che fa un contratto alla baby sitter (colf o badante) è considerata impresa ma solo a metà: sul fronte oneri non sul fronte incentivi”.

La politica finora è rimasta sorda a questa richiesta adducendo come motivo la mancanza di fondi e il rischio che le agevolazioni fiscali date alle famiglie possano far entrare meno soldi nelle casse dello Stato. A rispondere è ancora Golzio:
“E’ vero che lo Stato incasserebbe meno dall’Irpef delle mamme-impresa, ma avere benefici fiscali spingerebbe tanti ad assumere, creando nuovi posti di lavoro, e altri a passare da un rapporto di lavoro in nero a uno regolare con conseguenti benefici anche per l’erario”.

 

Basti pensare che, secondo gli ultimi dati Censis, le assistenti familiari italiane con contratto totalmente regolare sono solo il 26%, le straniere il 36,9%.

 

Il nodo cruciale sono, ovviamente, i soldi e bisogna battagliare perché governo e parlamento riconoscano i benefici anche economici che possono derivare dalla correzione di questa stortura.

Ma c’è anche un salto culturale che va fatto e le prime a doverlo affrontare siamo noi donne. Lo conferma Teresa Benvenuto, segretario nazionale di Assindatcolf:
“Dobbiamo sentirci imprese e pretendere di essere riconosciute come tali. Vanno bene i sostegni tipo i bonus baby sitter, ma più che aiuti chiediamo un rapporto maturo in cui lo Stato tratti anche noi da imprese. E porteremo avanti questa battaglia che è sì economica, ma soprattutto sociale, anche in sede europea”.

A pensarci bene le madri lavoratrici e datrici di lavoro devono essere manager abilissime: loro non possono permettersi di avere conti in rosso e sanno che il destino della famiglia-impresa è inscindibilmente connesso al loro. Pure le mamme-impresa hanno consulenti come spesso succede per le aziende. E si tratta di consulenti di vasta esperienza ma a costo zero: sono le altre mamme-impresa con cui ci si scambia dritte e consigli. Soprattutto, le mamme-impresa possono stimolare l’occupazione femminile, assumendo donne senza barriere di età e spesso neppure etniche.

Chi, allora, meglio di una madre che lavora e dà lavoro ha diritto allo slogan #iosonounimpresa?

Riproduzione riservata