Nel mondo dei videogiochi c’è lavoro per le donne

13 02 2017 di Isabella Colombo
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Le aziende cercano programmatrici di games dedicati al pubblico femminile. Se sei una fan della console e ami le nuove tecnologie, puoi trasformare la tua passione in un business

Il 49,7 % degli italiani è un fan dei videogiochi. Se prima si trattava soprattutto di uomini, da quando i games sono sbarcati su tablet e smartphone, la metà di chi li usa è donna. Dall’altra parte dello schermo, dove siedono progettisti e sviluppatori, non c’è parità: la prevalenza è maschile. Eppure questo è un settore trainante dell’universo Stem (science, technology, engineering, mathematics), l’unico che darà lavoro nel futuro ma che attrae poche donne.

«L’approccio del videogioco non serve solo a divertirsi. Sempre più spesso le aziende cercano strumenti e idee nuove per appassionare i loro clienti o, dall’altra parte, usano tecniche innovative per assumere dipendenti e fare formazione. Assicurazioni Generali chiede ai candidati alle vendite di superare livelli e risolvere quiz, McDonald’s ha un sistema che simula le richieste di una fila di clienti per insegnare agli apprendisti a usare la cassa. Questa modalità si chiama Gamification» spiega Fabio Viola, gamification designer nella top 10 dei migliori del mondo. «È un mercato nuovo che vale 10 miliardi di dollari ma il numero di professionisti in grado di lavorarci è inferiore alla domanda».

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Se la tecnologia ti affascina e sei imbattibile a Candy Crush Saga, ecco allora come costruirti un futuro.

Dove si impara a creare videogiochi

«Appena 5 anni fa chi voleva creare videogames aveva due alternative: fare l’autodidatta o l’emigrato» dice Fabio Viola. «Oggi da nord a sud in Italia sono tante le istituzioni pubbliche e private che hanno attivato percorsi per formare le professionalità di cui ha bisogno l’industria dei videogiochi: non solo sviluppatori, game designer e grafici, ma anche figure per il marketing e la comunicazione». L’Università Statale di Milano ha un corso nella laurea in informatica (pong.di.unimi.it). Quella di Verona propone un master annuale (mastergame dev.it).

Ci sono scuole specializzate come l’Istituto universitario digitale a Pozzuoli (iudav.it), Vigamus Academy a Roma (vigamusacademy.com), Digital Bros Game Academy a Milano che offre borse di studio alle ragazze (dbgameacade my.it) ed Event Horizon in tante città (eventhori zoncg.com). Per chi vuole specializzarsi in Gamification c’è il corso di formazione di Ied Milano che insegna a usare le logiche dei games per scopi aziendali (ied.it).

Idee confuse? Partecipa al camp gratuito Ragazze digitali dell’università di Modena e Reggio Emilia. A giugno si realizza un videogioco partendo da zero (ragazzedigitali.it).

Qui ti metti alla prova

Il popolo degli appassionati ha tante occasioni di incontro per scambiare esperienze e trovare contatti. «Io consiglio di partecipare a uno dei tanti Hackathon o Game Jam. Durano 48 ore: centinaia di grafici, musicisti, sviluppatori e game designer si suddividono in squadre e realizzano un prototipo di gioco» dice Fabio Viola. «Qui puoi conoscere gente in gamba e le giurie sono composte da professionisti affermati. A volte ho visto prototipi diventare prodotti commerciali di successo». Per date e calendari clicca su t-union.it o gamesprincess.it. E per tenerti informata segui fiere come Games Week che si tiene a giugno a Milano (milangamesweek.it).

Le regole per farti notare

«Social media e blog sono il posto giusto per mostrare il portfolio dei propri progetti» consiglia Fabio Viola, gamification designer. «Capita, infatti, che le aziende cerchino online demo o app rilasciati da singoli creatori per poi contattarli e offrire loro una posizione». Per farti notare, allora, segui queste quattro regole: presenta i lavori in inglese; rilanciali sui social assegnando gli hashtag giusti; pubblicali sui gruppi di Facebook in linea con l’argomento; presentali ai contest».

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Rachele Doimo, 40 anni, art director nella società Studios Deep Silver Dambuster di Nottingham, in Inghilterra.

«Dirigo la squadra che realizza i disegni di personaggi e ambienti da tradurre in modelli 3D per i videogiochi. Nel mio caso la passione per i games parte da lontano: al liceo artistico sono seguiti gli studi in graphic & product design e un corso di virtual design a Milano. Il consiglio alle giovani che iniziano è di prendere questa strada solo se sono giocatrici appassionate perché è questo che fa la differenza. E, poiché il pubblico è per metà donna, servono progettisti in grado di capire i gusti e le esigenze del pubblico femminile. Per confrontarti con chi ci sa fare e presentare i tuoi progetti, la piattaforma più interessante del momento è www.artstation.com».

Emanuela Corazziari, 47 anni, Gamification Trainer per Sap, multinazionale del settore informatico.

«Credo di essere stata una delle prime ragazze a giocare con il Commodor 64. Dopo gli studi ho lavorato come consulente per prodotti informatici, poi ho seguito un corso sulla Gamification a Palo Alto. Adesso insegno ai nostri dipendenti e a quelli delle società clienti come applicare le logiche dei videogiochi per fare formazione e aggiornamento. È più facile imparare come funziona un programma se si usano quiz, punteggi e premi. Per emergere in questo settore devi allenare creatività e pensiero laterale e riuscire a trasformare in qualcosa di giocoso e attraente anche le attività più noiose. L’area gaming dell’Internet festival di Pisa (ogni anno in autunno) è una buona palestra per farti le ossa e prendere contatti».

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