Perché il terrore colpisce la Germania, simbolo dell’Europa più accogliente?

19 12 2016 di Oscar Puntel
Credits: Ansa

L'ultima strage ai mercatini di Natale di Berlino, prima ancora a Monaco, poi vicino a Stoccarda ein altre località della Baviera. La Germania sembra sotto assedio. Ma come funzionano le politiche di accoglienza in Europa e come possono essere migliorate? La parola agli esperti

A Berlino, un tir piomba sui mercatini di Natale: l'Isis rivendica l'attentato. A Monaco, un ragazzo di origine iraniana fa una strage in un centro commerciale. Vicino a Stoccarda un rifugiato siriano uccide a colpi di machete una donna. Una settimana prima, in Baviera, un 17enne pachistano ferisce 5 passeggeri su un treno. Ancora in Baviera un pachistano si fa saltare in aria durante un concerto.

Storie diverse ma che coinvolgono immigrati in Germania, Paese spesso lodato per la sua capacità di accoglienza e integrazione per quanto riguarda gli stranieri.

Ma come funzionano le politiche di accoglienza in Europa e come possono essere migliorate? Lo abbiamo chiesto a Ettore Recchi, sociologo dell'Università Sciences Po di Parigi e a Matteo Villa, ricercatore dell'Ispi, l'Istituto per gli studi di politica internazionale.

- Che tipo di politiche di accoglienza ci sono in Europa?

Recchi: «Esistono due modelli. Quello “assimilazionista”, adottato in Francia, dove tutti gli immigrati vengono trattati allo stesso modo, a prescindere dalle origini, e viene loro chiesto di comportarsi al pari di qualunque cittadino di quello Stato. Poi c'è il modello “multiculturale”, a cui si ispira la Germania, dove lo Stato riconosce alle diverse comunità alcuni diritti, come l'istruzione anche nella propria lingua».

- Perché la Germania finora è stata vista come un modello vincente?

Recchi: «Perché efficace: integra gli immigrati nel mercato del lavoro. E si mostra aperta e flessibile verso le loro tradizioni culturali, anche religiose».

Villa: «Il Paese ha avuto dalla sua un'economia florida che ha permesso di insegnare agli immigrati il tedesco, avviarli a una professione e garantire loro l'assistenza sanitaria. Oggi, però, gli arrivi sono troppi rispetto ai posti di lavoro disponibili e gli eventi violenti degli ultimi giorni potrebbero spingere a rivedere alcune di queste politiche».

- In Italia come ci muoviamo?

Villa: «In Italia non offriamo cose molto diverse dalla Germania. Quello che cambia è l'organizzazione. Da noi questi servizi sono in mano a centinaia di enti locali. I tedeschi invece gestiscono tutto a livello centrale».

- Nel Regno Unito, che ha fatto del tema immigrazione uno dei fulcri pro Brexit, invece le cose funzionano ancora diversamente?

Villa: «L'accoglienza ha numeri più gestibili dei nostri e di quelli di Francia e Germania. I loro immigrati vengono da ex colonie del Commonwealth (Pakistan e India) oppure da paesi come Afghanistan e Iraq. Seguono corsi, lavorano, studiano: acquisiscono dei crediti che poi si convertono in diritto di cittadinanza. Tendono a vivere in quartieri con i loro connazionali, ma non è quella periferia arrabbiata che c'è a Parigi».

Cosa dobbiamo cambiare?

Rocchi: «La scuola. Dove i figli degli immigrati hanno successo e riescono ad accedere all'università e poi a un lavoro alla pari degli altri ragazzi non si riscontrano problemi. In Francia e soprattutto in Belgio, invece, i figli degli immigrati in media hanno voti più bassi e vengono bocciati più dei figli dei non immigrati. Non è un caso che l'Is recluti con facilità proprio in quei due Paesi».

Villa: «L'Unione Europea dovrebbe avere un unico modello di accoglienza e non 28 diversi. Non solo. I vari Stati dovrebbero avere un dialogo costante con i gruppi etnici, in particolare le loro élite, perché siano responsabilizzati e siano i primi a identificare al loro interno le persone radicalizzate e pericolose».

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