Se dici “tarocco” a un siciliano, la prima cosa che gli viene in mente è un’arancia. Eppure, prima di diventare un frutto identitario, “tarocco” era il nome di un mazzo di carte quasi dimenticato, sopravvissuto in silenzio nelle case e nelle botteghe dell’isola mentre altri tarocchi – quelli di Marsiglia, quelli esoterici, quelli da copertina – conquistavano il mondo. A dargli finalmente voce è Rossella Manzo, avvocata “disertrice”, oggi funzionaria pubblica e da quindici anni appassionata di tarocchi.

“Il mondo sulle spalle. Manuale di lettura dei tarocchi siciliani” è un libro di Rossella Manzo, con la prefazione di Marianne Costa, tra le più autorevoli studiose dei Tarocchi a livello internazionale. (Nous Editrice, 25 euro, 174 pagine).

Il mondo sulle spalle. Manuale di lettura dei Tarocchi siciliani (Nous Editrice) è il primo libro che ne decifra l’iconografia, colmando un vuoto che lei stessa, da studiosa dei mazzi storici, aveva notato: «Non c’erano libri che ne trattassero l’aspetto iconografico», racconta, «un modo per decifrare il contenuto di quelle immagini che non fosse la mera divinazione o il mero gioco». L’abbiamo intervistata per capire perché, in un’epoca satura di immagini e di risposte facili, un mazzo di carte nato nelle case da gioco siciliane stia tornando a parlarci così forte. E perché non ci sia niente da temere, anzi.

Un mazzo “queer” ante litteram

Il cuore del libro è una tesi tanto semplice quanto sorprendente: questo mazzo regionale minore, nato solo per giocare a carte, custodisce una visione del mondo incredibilmente moderna. Nelle carte di corte, dove gli altri tarocchi propongono la sequenza Paggio-Regina-Re-Cavaliere, quello siciliano sostituisce il paggio con una figura femminile, la Donna: «Qui abbiamo una parità perfetta tra il femminile e il maschile che trovo molto bella», spiega Manzo.

Nei Tarocchi Siciliani, la carta numero 4 raffigura La Costanza, una donna guerriera in piedi, immobile e risoluta, con lancia e scudo. Simboleggia la stabilità morale, la fermezza d’animo e la fedeltà assoluta nei sentimenti e nei propositi.

A questo si aggiunge un’iconografia quasi priva di riferimenti religiosi diretti, radicata piuttosto nel mito classico, memoria del passaggio della Sicilia nell’orbita della Magna Grecia: compaiono Giove, una Costanza che ricorda Atena, e Atlante che regge il mondo sulle spalle. «Tutti i tarocchi per me sono queer», precisa, «nel senso che realizzano quella conciliazione di opposti che in altre forme d’arte non si realizza». Pensiamo al Diavolo di tanti mazzi storici, spesso ritratto con tratti insieme maschili e femminili.

Atlante, cioè il peso che ci diamo il permesso di posare

Ed è proprio Atlante, il titano condannato a reggere il cielo, a dare il titolo al libro. Nel manuale, la sua carta viene letta come il simbolo del senso di responsabilità e dei fardelli che siamo chiamati a portare da soli, con un monito preciso: le stesse braccia forti abbastanza da sostenere il mondo lo sono anche per liberarsene. Un’immagine che, per Manzo, parla soprattutto alle donne di oggi.

Nei Tarocchi Siciliani, la carta numero 19 raffigura L’Atlante, il titano della mitologia greca, che sorregge il globo terrestre sulle proprie spalle. Simboleggia il fardello dell’esistenza, la forza fisica e il peso delle responsabilità universali.

«Siamo effettivamente sovraccarichi di tutto», riflette, ricordando come il lavoro di cura resti in gran parte femminile anche ora che le donne si sono affacciate pienamente al mondo professionale: «Non hanno dismesso i panni del lavoro di cura, e di conseguenza c’è un sovraccarico che noi come genere femminile tendiamo a profondere in tutto, anche nel lavoro». È lì che nasce, dice, quella sensazione di avere «il mondo sulle spalle»: mi faccio carico di tutto «e poi chi è che si fa carico di me?».

Le carte, in questo senso, non tolgono il peso, ma offrono uno spazio per posarlo un attimo e guardarlo da fuori: «Il momento della lettura può essere un momento in cui scarichi il peso di una domanda, di un dubbio», spiega Manzo, «un momento di riflessione davanti al mazzo, che contiene queste immagini secolari capaci di alleviare e dare un suggerimento». Non una soluzione immediata, quindi, ma una pausa che permette di guardare la propria situazione con un minimo di distanza, prima di tornare a portarla sulle spalle.

Perché i tarocchi tornano di moda proprio adesso

C’è poi un’altra domanda che rivolgiamo a Manzo: perché, tra i più giovani soprattutto, i tarocchi stanno vivendo una nuova stagione di popolarità? Per lei il legame con il nostro presente non sta tanto nei ritmi frenetici delle nostre giornate, quanto in un’altra forma di stanchezza: quella delle immagini. «Siamo continuamente bombardati da immagini alle quali non diamo neanche più peso», spiega, descrivendo lo scrolling infinito del cellulare come un automatismo quasi involontario. Molto diverso, dice, dal tempo che passava da bambina davanti a un libro illustrato, a scrutarne ogni dettaglio: un’abitudine, quella di soffermarsi sulle immagini, che i bambini di oggi, esposti al cellulare fin dall’infanzia, rischiano di perdere.

In questo contesto, un oggetto antico che «parla per immagini senza didascalie» diventa quasi un antidoto. C’è anche un cambiamento culturale più ampio, nota Manzo, che ricorda come un tempo la sua passione fosse guardata con più sospetto di oggi: «Se dici che ti piacciono i tarocchi, molti non ti guardano più storcendo il naso», dice, segno che l’argomento si è in parte “riabilitato” agli occhi del pubblico.

Attenzione a quali contenuti e profili seguire

Non manca però una critica netta al modo in cui il fenomeno viene spesso cavalcato online. Manzo cita, quasi imitandone il tono, i titoli-tipo di certi contenuti social (caroselli e reel del genere “3 motivi per cui è uscita la carta della Torre” o “5 motivi per farti leggere le carte”) per denunciarne la logica: format pensati per spiegare tutto in pochi secondi, che a suo avviso finiscono per essere un’aberrazione, perché banalizzano «cose che non nascono banali».

Sulla sua pagina Instagram “Il Giardino di Bastet”, attiva dal 2016, dice di muoversi in direzione opposta: parlare di tarocchi senza la pretesa di “risolvere la vita” in un carosello, restituendo invece la complessità di simboli che affondano nella mitologia greca e attraversano secoli di iconografia cristiana prima di arrivare a noi.

Non predire il futuro, ma esplorare il possibile

Ed è qui che arriva il punto più netto della sua tesi, quello che distingue davvero il suo approccio dalla cartomanzia tradizionale: Manzo rifiuta apertamente l’idea di usare le carte per indovinare il futuro. «Non lo faccio perché intanto non è possibile», dice senza mezzi termini, spiegando che una previsione, fatta in buona o in cattiva fede, rischia comunque di condizionare chi la riceve, fino a trasformarsi in una profezia che si autoavvera. Nel libro chiama questo suo metodo “esplorazione del possibile”: non un responso da subire passivamente, ma un dialogo, un gioco serio in cui, come da bambini, ci si rivela per la propria qualità più autentica.

Quando qualcuno viene ad esporsi con una domanda, mette sul tavolo qualcosa che ha a che fare con la sua vulnerabilità. Altrimenti non l’avrebbe condivisa

Le carte, allora, non sostituiscono uno psicologo né promettono certezze: offrono uno specchio simbolico in cui, che esca l’una o l’altra carta, si trova comunque un messaggio calzante – «è troppo giusto», si dice spesso davanti a una lettura riuscita – non per magia, ma perché gli archetipi, per loro natura, sanno parlare di qualunque cosa.

Un’eredità che parla ancora

Dal declino ottocentesco del gioco dei trionfi fino ai reel di oggi, il Tarocco siciliano ha attraversato secoli restando quasi invisibile, custodito più che altro nella memoria orale delle famiglie. Il libro di Rossella Manzo lo riporta alla luce non come oggetto esoterico, ma come testimonianza di una sapienza popolare che, tra un Atlante e una Costanza, continua a raccontarci qualcosa di molto concreto: il peso che portiamo, il coraggio di posarlo ogni tanto e la libertà di leggerci senza bisogno di indovini.