Bere di meno, ma bere meglio. È questa la nuova tendenza, che sta crescendo soprattutto tra la Gen Z, almeno stando ai dati che arrivano dal settore dei drink, dove si stanno affermando soprattutto i cosiddetti no alcol o low alcol. Si tratta di bevande che, pur chiamandosi “vini”, spesso nulla hanno a che fare con il vino vero e proprio. È un modo di bere, specie in compagnia, ma evitando gli effetti collaterali degli alcolici. C’è anche lo zampino del marketing, per aumentare i consumatori di queste nuove bibite?

Il boom del no alcol e low alcol tra la Gen Z

Il fenomeno è confermato dal mercato del beverage: si stima che il no-low alcol possa valere dai 10 ai 15 miliardi di dollari globali entro 2029, secondo i calcoli IWSR, il punto di riferimento internazionale nell’ambito della distribuzione di alcolici. In Europa si è già vista una crescita di questi prodotti del 10% nel 2025, per un giro di affari complessivo di 1,7 miliardi di euro. Anche in Italia il trend è confermato: «Il cambiamento che stiamo osservando non è episodico: segna un’evoluzione profonda nelle abitudini di consumo», commenta Patrick Pistolesi di Classic Cocktail, che ha dato vita proprio alla linea specifica No Regrets Line.

La Gen Z preferisce bere no alcol e low alcol?

«Le nuove generazioni, in particolare, scelgono in modo più consapevole, privilegiando la qualità dell’esperienza rispetto alla quantità. Non si tratta più solo di bere, ma di come e perché si fa. In Italia, dove il gusto è parte della nostra identità, questa attenzione sta naturalmente coinvolgendo anche il mondo della mixology. La crescita dei ready-to-drink e delle proposte no e low alcol nasce proprio da questa nuova sensibilità: più equilibrio e più libertà di scelta», spiega Pistoiesi. Una tendenza che, però, viene accolta con diffidenza dai cultori del vino e dell’enologia classica.

Assovini, senza non è vino

«Premesso che all’interno di Assovini ci sono opinioni variegate, personalmente ritengo che un vino senza alcol non sia vino: è semplicemente un’altra bevanda», commenta Salvo Spedale, presidente dell’Associazione Nazionale Produttori Vinicoli e Turismo del Vino. Per Spedale, che è anche sommelier dell’Associazione Italia Sommelier- AIS, «si tratta piuttosto di marketing, che non ha nulla a che vedere con spinte salutistiche: non si beve un vino analcolico per “stare meglio in salute”. Il vino è molto di più: è un’esperienza, va degustato. Altrimenti ci limitiamo a bere una bevanda che viene spacciata per vino, ma non lo è», aggiunge Spedale.

Più voglia di salute o marketing?

«Credo ci siano entrambe le componenti, che però nascono da un cambio culturale preciso. Negli ultimi anni, anche grazie alle prese di posizione dell’Organizzazione mondiale della sanità si è diffusa con più forza l’idea che non esista una quantità di alcol completamente priva di rischio. Questa consapevolezza ha inciso soprattutto sulle nuove generazioni, molto più attente a salute, performance e lucidità mentale.

Il marketing è arrivato subito dopo, trasformando una scelta personale in un linguaggio aspirazionale. Oggi il no alcol o low alcol non è più percepito come privazione, ma come segnale di controllo e stile di vita. Il punto è che il mercato non ha creato il bisogno, lo ha intercettato e amplificato», dice Laura Donadoni, meglio nota sui social come The Italian Wine Girl.

Cosa e come bevono i giovani Gen Z

«Vorrei che tutti bevessero vino, non per ubriacarsi, ma per scoprire i profumi del vento e i sapori della terra» sottolinea ancora il presidente di Assovini, come un mantra. «Da qualche tempo a questa parte si tende a sottolineare come il vino possa nuocere alla salute, ma naturalmente dipende dalle quantità e dalla qualità.

Ci sono aziende che mirano al solo fatturato e offrono prodotti che sono simili a bevande. Ma anche oggi esistono giovani che sanno apprezzare un buon vino: anche tra i sommelier ci sono rappresentanti delle nuove generazioni», osserva Spedale. Eppure a preoccupare sono fenomeni come il binge drinking: il consumo di grandi quantità di alcolici e superalcolici in poco tempo, specie nel weekend, che ha sostituito il vecchio bicchiere di vino a pasto.

Gen Z e nonni a confronto

«Il cambiamento più evidente tra la Gen Z e le generazioni precedenti è il passaggio dal consumo quotidiano al consumo occasionale e consapevole. Fino alla generazione dei nostri padri, il vino era un elemento stabile della tavola, quasi automatico. Oggi è sempre più legato a momenti specifici, scelti e non dati per scontati. La Gen Z porta questo cambiamento all’estremo: beve meno, spesso beve meglio, oppure sceglie di non bere affatto senza sentirsi fuori norma – spiega Donadoni –

È una generazione meno legata all’abitudine e più guidata da valori come benessere, sostenibilità e autenticità. In questo contesto, il vino perde il suo ruolo “culturale garantito” e deve riconquistarsi attenzione, soprattutto sul piano del racconto e del significato».

Le donne e il vino

Intanto le donne hanno influenzato a loro volta i consumi: «Le donne sono oggi una componente decisiva del mercato, ma continuano a essere raccontate in modo superficiale. Per anni si è dato per scontato che preferissero vini più dolci o leggeri e che fossero consumatrici meno competenti: uno stereotipo duro a morire. I dati raccontano altro. Negli Stati Uniti, per esempio, le donne rappresentano una quota rilevante e spesso maggioritaria nelle decisioni di acquisto di vino. In Italia il quadro è più equilibrato, ma la componente femminile è in crescita sia nei consumi sia nel potere decisionale», spiega Laura Donadoni (The Italian Wine Girl) con una lunga esperienza professionale e di vita negli USA.

Il vino è meglio di birra e altri alcolici

Ad alimentare il dibattito è ora anche uno studio che mostra come il vino sia legato a un rischio minore per la salute rispetto ad altre bevande alcoliche. La ricerca, condotta su 340mila adulti, ha dimostrato come birra, sidro e superalcolici sono associati a una mortalità più alta, anche se consumati a livelli bassi o moderati. Dalle analisi, per esempio, è emerso che i bevitori moderati di vino avevano un rischio di morte cardiovascolare inferiore del 21%, mentre anche un basso consumo degli altri tipi di alcol era collegato a un rischio superiore del 9%.

Cosa dice il nuovo studio

I risultati dello studio, presentati alla sessione scientifica annuale dell’American College of Cardiology, sono frutto del monitoraggio su un campione di adulti del Regno Unito inseriti nella UK Biobank tra il 2006 e il 2022. «Questi risultati mostrano che, in alcuni gruppi ad alto rischio come le persone con malattie croniche o patologie cardiovascolari, i rischi potrebbero essere ancora maggiori», ha dichiarato Zhangling Chen, autrice principale dello studio.

Dopo aver suddiviso il campione in gruppi in base al consumo e dopo aver misurato il consumo in grammi di alcol puro al giorno e alla settimana, i volontari sono stati seguiti per oltre 13 anni in media. Rispetto agli astemi o ai bevitori occasionali, i grandi bevitori avevano una probabilità maggiore del 24% di morire per qualsiasi causa, del 36% per tumore e del 14% per malattie cardiache.

Cosa cambia con un consumo moderato

Ma se fin qui i dati non hanno stupito i ricercatori, si è poi visto che a livelli più bassi di consumo c’erano differenze a seconda del tipo di alcol: superalcolici, birra o sidro erano associati a un rischio di morte più elevato, mentre lo stesso livello di consumo di vino era legato a un rischio inferiore. «I nostri risultati aiutano a chiarire le prove finora contrastanti sul consumo basso o moderato di alcol. Questi dati possono contribuire ad affinare le linee guida, sottolineando che i rischi per la salute dipendono non solo dalla quantità di alcol consumata, ma anche dal tipo di bevanda», ha aggiunto il coordinatore dello studio.

Il potere “protettivo” dei polifenoli del vino

Secondo i ricercatori il motivo potrebbe essere legato alla presenza di alcune sostanze contenute nel vino, come i polifenoli e gli antiossidanti, oltre che da altre spiegazioni legate allo stile di vita generale. La conclusione degli esperti, però, è stata che in generale il vino si consuma durante i pasti e a berne sono soprattutto persone che seguono diete più sane, mentre birra, sidro e superalcolici sono più spesso collegati a una dieta più squilibrata e ad altri fattori di rischio. «Presi insieme, questi elementi suggeriscono che il tipo di alcol, le modalità di consumo e i comportamenti di stile di vita associati contribuiscono tutti alle differenze osservate nel rischio di mortalità», ha spiegato Chen. Va comunque tenuto presente che lo studio, di tipo osservazionale, non dimostra un nesso di causa-effetto.

Rischi dell’alcol (vino compreso) per il cervello

A ciò si aggiunga che esistono altri studi che dimostrerebbero che un consumo, anche moderato, di alcol può aumentare i rischi per la salute del cervello. È il caso di una ricerca, pubblicata lo scorso anno su BMJ Evidence-Based Medicine, che ha coinvolto circa 560.000 persone nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e dalla quale emerge che un maggior consumo di alcol era associato a un rischio più elevato di demenza. «Per chiunque scelga di bere, il nostro studio indica che un consumo maggiore di alcol porta a un rischio più alto di demenza», ha dichiarato in un comunicato Stephen Burgess, statistico dell’Università di Cambridge.