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Che bello quando la scuola cominciava il 1° ottobre

Quando la scuola cominciava il 1° ottobre la vita era più bella

Appartengo a quella generazione che iniziava la scuola il 1° ottobre, allora non ci rendevamo conto di quanto fossimo fortunati: tutto settembre per godersi la coda dell'estate sulle spiagge semideserte e per prepararsi con calma alla ripresa delle lezioni.

Un settembre lento e pigro, un limbo per me legato al ricordo della vendemmia che mio nonno organizzava nei suoi terreni a picco sul mare sopra Portovenere, un pugno di case colorate tutte strette e attaccate tra loro sulle rocce come una fila di soldatini che devono difendere il loro re.

Ogni volta provavo un brivido d’emozione nell’attraversare il bosco di pini marittimi  a piedi, una lunga passeggiata che all’improvviso terminava in uno spiazzo erboso decorato dai piccoli fabbricati dei mezzadri.­

C’era aria di festa, sorridevano i vecchi che da decenni ripetevano un rito sempre uguale e sempre magico. Il terreno terrazzato tipico della liguria regalava filari colmi d’uva. Si riempivano i cesti e si portavano in un grande cortile dove i contadini con attenzione selezionavano i grappoli e li ponevano in un tino che mi sembrava gigantesco.

All’ora di pranzo davanti alla casa di pietra più grande veniva allestita la tavola, sul piano di marmo bianco di carrara spiccava il rosso dei salumi e il nero dei fichi di settembre appena raccolti, i più succosi dell’estate, accompagnati da una fragrante focaccia.

Le donne servivano le torte salate tipiche della nostra terra cotte nel forno a legna, la torta d’erbi, quella di patate e porri e la torta di riso, la mia preferita. Il tutto accompagnato dal vino bianco gelato, leggero e un po’ aspro che produceva mio nonno. Proprio non mancava nulla a me che, magrissima come un fagiolino, mangiavo così poco da far disperare la mia mamma, sulla tavola c'era tutto ciò che mi piaceva.

E poi si dava inizio alla danza nel tino, io venivo calata per avviare il rito, presa sotto le ascelle, con i jeans arrotolati alla pescatora, affondavo nell’uva e pestavo. Scatenata in una danza selvaggia sentivo sotto i piedi gli acini cedere il succo e un profumo sprigionarsi così inebriante che mi dava alla testa. Quando poi si passava alla pigiatura delle macchine, operazione meno interessante per una bambina,  mi sdraiavo all'ombra di un albero cresciuto tra le rocce a strapiombo sul mare, da dove la vista si perdeva sul golfo della Spezia, la Versilia la Corsica e più in là le Cinque Terre.

Torno spesso lassù in cima al promontorio, quando voglio stare sola, è il mio luogo dell’anima. Lì sento la natura come un mistero più vicino. Mi devo fare strada a fatica tra i cespugli, le casette sono ormai dei ruderi e il bosco incolto, un paradiso diviso tra una moltitudine di eredi che non si metteranno mai d’accordo su cosa farne, protetto dall’Unesco nel Parco naturale delle Cinque terre ma di fatto purtroppo abbandonato a sè stesso.

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Quando raggiungo il punto più alto respiro forte e sento ancora l’odore intenso del mosto mescolato alla salsedine, il profumo di un’antica dolce felicità.

Sull'onda di questi bellissimi ricordi settembrini propongo un referendum perchè si ritorni a scuola il 1° ottobre, cosa ne pensate?

 

La torta di riso spezzina

Cuocere in acqua bollente salata 250 gr di riso da minestre, scolarlo e mescolarlo a 100 gr di burro, 80 gr di parmigiano grattugiato, 2 uova intere e pepe a piacere. Versare il composto in una teglia di diametro 30 cm unta di olio extravergine di oliva, livellandolo bene e cospargendolo con pangrattato . Cuocere in forno a 200° per circa 40 minuti. Perfetta da servire come aperitivo.

 

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