Il bambino che disegnava parole, un libro sulla dislessia che fa riflettere

03 10 2017

Francesca Magni, giornalista e mamma, parla della scoperta tardiva della dislessia del figlio in questo libro che, da racconto personale, si trasforma in una storia universale

 

La vita si basa sulla varietà. Anzi, sulla diversità: perché è proprio dallo sfregarsi fra loro di innumerevoli e differenti opportunità che scaturisce la forza inarrestabile della Natura.

Eppure, anche se noi stessi siamo scintille generate da quegli attriti, continuiamo ad averne paura, e continuiamo a trincerarci nella stagnante illusione della «normalità».

La storia di Teo, raccontata da Francesca Magni con semplicità e insieme con avvincente maestria nel suo Il bambino che disegnava parole (Giunti), corre proprio lungo il confine, sottile ed ambiguo, che separa l’abitudine dall’eccezione.

Teo è un bambino come tanti: è bello, è intelligente e va bene a scuola. Eppure gli si incolla sulla schiena, a tradimento, quella parola che vuol dire tutto e nulla: diverso. La ragione? È dislessico.

Conosci questo modo diverso di essere intelligenti? Leggi il nostro progetto speciale sulla dislessia.

Per tutta la prima parte della sua vita, intuendo in sé qualcosa che lo distingue da tutti, Teo riesce, con straordinaria abilità, a far sì che nessuno si accorgesse del piccolo segreto che cresceva con lui. Ma a un certo punto deve arrendersi.

Le esigenze dello studio crescono fino a diventare ingovernabili e la violenta tempesta invisibile di emozioni che lo investe, adesso rischia di farlo affondare. Della diversità, Teo sente soltanto il peso e oscilla sempre più vertiginosamente fra il panico e la rassegnazione. Finché  si rende conto che in quella lotta non è affatto solo: schierata al suo fianco, e pronta a tutto, c’è la sua famiglia.

Inizia così una straordinaria avventura che porterà Teo e i suoi a scoprire qualcosa di sé e del comune passato, che mai sarebbe venuto ad arricchire la loro vita se non ci fosse stato l’attrito procurato da Teo stesso con la vita, la scintille scaturita dal suo contributo.

Inizia un viaggio che porterà Teo, i genitori, la sorella Ludovica - e noi lettori - a capire che «tu e io non siamo uno più stupido dell’altra, semplicemente funzioniamo in modo diverso». Un’avventura personale diventa così una storia universale. Che non dà (e non vuole dare) risposte consolatorie, pronte all’uso, ma invita a una riflessione: il primo passo per affrontare ciò che ci spaventa è la conoscenza.

Non a caso, quando Teo scopre di essere dislessico si sente quasi sollevato: «Mamma, ma ci pensi? Io credevo di essere scemo».


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