Ilva di Taranto: progetto Terra Madre
Maddalena e il piccolo Michele

Ex Ilva di Taranto: il progetto “Terra Madre”

Le madri del quartiere Tamburi, il più vicino all'ex Ilva di Taranto, lottano ogni giorno contro i veleni dell’acciaieria che fanno ammalare i loro figli. Caparbie e resilienti, sono ora al centro del progetto fotografico Terra Madre, esposto per le strade della città

La vita vicino all’Ilva di Taranto

Se è vero che è nella natura di tutte le madri lottare per il bene dei propri figli, ce ne sono alcune che sono costrette a farlo più delle altre. Sono le madri di Tamburi, il quartiere di Taranto a ridosso dell’ex Ilva. Si tratta del più grande stabilimento siderurgico d’Europa costruito nel 1960 come simbolo dell’industria italiana del boom economico. Nel corso degli degli anni è diventato responsabile di uno dei peggiori disastri ambientali e sanitari del nostro Paese.

Il progetto Terra Madre di Lisa Sorgini

Fumi tossici, polveri cancerogene, diossina, aria, acqua e terra contaminate sono ciò con cui queste donne convivono ogni giorno, i veleni che fanno ammalare i loro bambini. Eppure, nonostante l’ansia, il dolore, la rabbia, non si arrendono. Resilienti e caparbie, come appaiono nel potentissimo progetto fotografico di cui sono protagoniste: Terra Madre. A ritrarle, Lisa Sorgini, 43 anni, australiana di padre abruzzese, che ha trascorso un mese a Taranto insieme a loro per realizzare queste immagini che ti arrivano dritte al cuore. «Tutte le donne che ho incontrato hanno almeno un familiare morto di cancro» racconta. «Maria ha perso sua sorella un anno fa. Vive in una casa piccolissima con suo figlio e sua madre e deve sigillare le finestre quando il vento soffia dalla fabbrica verso il quartiere per non far entrare l’aria tossica. Quando però le ho chiesto “Andresti via?”, mi ha risposto che la sua vita è tutta qui».

Ivona con tre delle sue figlie. Foto di Lisa Sorgini per Eyeland

La fotografia di Lisa Sorgini

La fotografia è entrata nella vita di Lisa Sorgini quando aveva 20 anni e la maggior parte dei segreti del mestiere li ha imparati da autodidatta. Ma è con l’arrivo del primo figlio, nel 2015, che il suo sguardo attraverso l’obiettivo cambia. «Ari è nato poco prima della morte di mia madre: questo ha portato il vissuto della mia maternità a un altro livello ». E la sua attenzione si è spostata: «Invece di fotografare quello che credevo gli altri volessero vedere, ho usato la macchina per processare quello che sentivo e mi sono orientata sui ritratti».

Non ritratti qualsiasi, ma foto di donne incinte o madri con i loro figli per dare forma artistica allo «choc causato dalla maternità. Un momento ben diverso da quella retorica di serenità che vedevo nei film e in tv ma che non rifletteva quanto era successo a me o alle donne che conoscevo». Così si è “specializzata” su questo tema fotografando donne in giro per l’Australia per raccontare «una delle esperienze umane più profonde, belle e intime, ma anche impegnative, implacabili e claustrofobiche dal punto di vista fisico ed emotivo».

Il progetto per le madri di Taranto

È proprio in virtù di questa sua sensibilità che l’hanno chiamata da Taranto per commissionarle il progetto sulle madri di Tamburi. Lei non ha esitato «anche se, nonostante mi fossi documentata, non sapevo cosa aspettarmi. E, in più, non parlo italiano». Ma appena arrivata, insieme alla sua famiglia, ha avuto un momento di sconforto: «Era tutto troppo duro e, non essendo io una fotoreporter, temevo di non poter fare il lavoro giusto. Non ho voluto mostrare l’acciaieria, non doveva essere quello il focus: il mio modo di raccontare quelle donne è stato attraverso il rapporto con i loro figli. Non le ringrazierò mai abbastanza per avermi dato la loro fiducia, avermi permesso di entrare nelle loro case e nella loro vita».

Le quattro figlie di Ivona. Foto di Lisa Sorgini per Eyeland

Le emissioni nocive

Una vita scandita dalle malattie che numerosi studi epidemiologici, in tutti questi anni, hanno correlato alle emissioni nocive dell’impianto siderurgico. Patologie cardiovascolari e neurologiche con tassi fortemente superiori alla media. Tumori all’encefalo e allo stomaco. In età giovanile si è registrato un picco di tumori alla tiroide, in età pediatrica un aumento esponenziale del rischio di linfomi. In una situazione in cui le ragioni economiche spingono a tenere aperta la fabbrica che dà lavoro alla città, le lotte per difendere la salute degli abitanti sembravano non riuscire ad avere la meglio.

Finché nel 2021 alcuni membri dell’associazione Genitori Tarantini hanno presentato un’azione inibitoria collettiva contro Acciaierie d’Italia, questo il nuovo nome dell’Ilva, chiedendo la cessazione delle attività nell’area a caldo. Dopo l’intervento della Corte di Giustizia europea, il 25 giugno ci sarà l’udienza pubblica per la pronuncia della sentenza.

La vita dopo l’Ilva di Taranto

«Ho avuto la sensazione che a nessuno interessi aiutare queste persone» osserva Lisa Sorgini. «Tra le foto che ho scattato c’è quella di una nonna con il suo nipotino davanti a una finestra. Ho scoperto soltanto dopo che la figlia si era tolta la vita gettandosi proprio da quella finestra per la disperazione. Le malattie si diffondono nei geni di questa comunità e le nuove generazioni sono più malate delle precedenti. Assunta ha una sorella con un figlio di 7 anni che ha il corpo pieno di cicatrici: aveva un difetto cardiaco e ha subito molte operazioni. Dopo il tempo passato con loro desidero solo una cosa: vorrei portare via tutti da Tamburi, vorrei portarli a vivere in un posto sicuro».

Il processo

“Ambiente svenduto” è il nome dell’inchiesta che ha portato al processo per il disastro ambientale causato dall’ex Ilva di Taranto durante la gestione della famiglia Riva nel periodo 1995-2012. In primo grado, nel 2021, ci furono 26 condanne per un totale di circa 270 anni di carcere: dagli ex proprietari dell’acciaieria, i fratelli Riva, ai vertici dell’azienda, a esponenti della politica pugliese. Secondo i giudici, che nella sentenza hanno parlato di un “girone dantesco” vissuto dalla città di Taranto, c’è stata “violazione delle norme ambientali” attraverso la “sistematica alterazione e falsificazione dei dati” delle emissioni con gravissimo pericolo per la salute pubblica. Il processo di secondo grado è iniziato ad aprile a Taranto.

La mostra

Le foto di queste pagine sono esposte, insieme alle altre scattate da Lisa Sorgini per il progetto Terra Madre, nelle vie della città vecchia di Taranto fino al 30 giugno. Sono parte di Artlab Eyeland, un evento di promozione artistica sul territorio organizzato da PhEst, il Festival internazionale di fotografia e arte a Monopoli (Bari), in collaborazione con il Comune di Taranto. Lisa Sorgini espone anche una selezione dei suoi lavori sulla maternità nella mostra Mother. Info su www.artlabeyeland.it e @artlab_eyeland su Instagram.

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