Il caso della family influencer americana Ruby Franke, condannata a 60 anni per abusi sui suoi figli, costretti a ore di riprese e a privazioni sul cibo, ha scoperchiato il problema dei baby influencer, bambine e bambini ripresi in momenti anche delicati della loro quotidianità e costretti a lavorare per i genitori fin dalla nascita.
Family influencer poco consapevoli
Per questi piccoli, gli adulti di casa sono due figure amorevoli, braccia sicure tra cui trovare conforto, o datori di lavoro? Quanto poi sono consapevoli, i bambini, di entrare nelle case di milioni di followers, magari mentre fanno il bagnetto, la nanna o stanno piangendo? Momenti intimi, di fragilità, gettati in pasto al web e al dark web, dove il furto delle immagini e la manipolazione ad opera dell’AI è ormai una consuetudine, a beneficio dell’enorme mercato della pedofilia.
Bambini che denunciano i genitori
Ci dobbiamo chiedere, oggi (anche se è già troppo tardi), quanto siano consapevoli di tutto ciò i minori, visto che stanno aumentando i casi di bambini costretti a denunciare i genitori: come in Svezia, dove il tribunale ha condannato una madre perché pubblicava video mentre sbatteva le uova sulla testa dei suoi figli, inseguendo i click sull’onda di una challenge. Ma intanto i figli hanno trovato giustizia ricorrendo all’avvocato dei bambini: una figura che non dovrebbe essere necessaria, visto che a proteggere e tutelare i propri figli, dovrebbero esserci i genitori.
La proposta di legge per il lavoro dei baby influencer
L’appello sulla necessità di tutelare i bambini impiegati nei post, video e reels dei genitori influencer, anche con l’istituzione di un registro in cui ogni influencer indichi gli advertising in cui ha coinvolto il minore, viene da Terre des Hommes. La Fondazione lancia un monito proprio per regolamentare il coinvolgimento dei minori nell’attività social dei genitori: bambine e bambini che si trovano, molto spesso, inconsapevoli protagonisti dell’attività commerciale social dei genitori. L’appello si inserisce nel solco di una proposta di legge bipartisan per normare il lavoro dei baby influencer applicando ai genitori la normativa sui lavoratori dello spettacolo.
La ricerca su 20 profili di family influencer
La consapevolezza dell’urgenza di regolamentare il lavoro dei family influencer (perché di lavoro si tratta) nasce dalla ricerca Protagonisti consapevoli? La tutela dei minorenni nell’era dei family influencer, svolta da Terre des Hommes Italia insieme a Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (Iap) e Almed (Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dalla ricerca, che analizza 20 profili su Instagram e Tik Tok di family influencer e 1334 contenuti social, emerge che i minori appaiono in 1 contenuto organico su 2 e in 1 sponsorizzato su 4. In un terzo circa dei contenuti pubblicitari, risultano parte attiva dell’advertising: scartano il prodotto, lo presentano, lanciano la promozione.
Bagnetto, nanna e challenge: bambini non tutelati
Nella maggior parte dei contenuti, inoltre, non sono adottate forme di tutela della privacy, come riprese di spalle, immagini pixelate o l’aggiunta di emoticon sul viso. Nei contenuti organici le forme di tutela appaiono solo nel 7% dei contenuti; la percentuale si abbassa al 2% se si considerano i contenuti pubblicitari. Nel 29% dei contenuti si riscontrano poi situazioni potenzialmente problematiche rispetto alla privacy: nel 21% sono mostrati momenti intimi come il bagnetto; nel 6% il minore è coinvolto in trend o challenge; nel’1% è colto in un momento critico (rabbia, tristezza, difficoltà). Solo nello 0,65% dei casi i minori si oppongono esplicitamente alla ripresa, ma nel 63% si vedono sullo sfondo, senza probabilmente la consapevolezza di essere ripresi.
Un terzo si accorge di essere registrato ma si sente in dovere
Il tema del consenso si pone, però, anche nel restante 36% di contenuti, in cui i bambini, sia per una que-stione di età, sia per l’esplicitazione del contesto, si rendono conto di essere registrati. Per i bambini è infatti impossibile sapere quali conseguenze porterà questa loro esposizione. Figli e figlie possono, inoltre, sentirsi in dovere di partecipare all’attività del genitore influencer, per non ‘fare un torto, perdere la sua fiducia’.
Family influencer: la maggior parte dei bambini ha meno di 5 anni
I video e i reels che hanno più click sono quelli che vedono impiegati bambini da 0 a 5 anni. In realtà ,la presenza dei bambini non è un acchiappalike come qualche anno fa, come spiega Yari Brugnoni, fondatore di Not Just Analytics: «Stiamo assistendo a una vera e propria saturazione narrativa: i bambini funzionano come leva di engagement solo nella pubblicità, non nei contenuti organici. Questo perché iI cambio di algoritmo di Instagram, che si è adeguato a Tik Tok, fa sì che i contenuti restino all’interno della community, a meno che non si crei una campagna con un budget. Quindi i video pubblicati ricevono like dalla community, che già conosce il family influencer, quindi è propensa a interagire, e l’algoritmo li lascia nella loro bolla. Poi fa vedere contenuti a chi non è follower per vedere se interagisce: ovviamente chi non conosce il profilo in questione non mette like, cosi l’algoritmo chiude quel contenuto e riduce la bolla».
Il doppio ruolo del genitore
Tempi duri insomma per i family influencer, e non solo dal punto di vista dell’algortimo. In Francia esiste già una legge che obbliga i genitori a congelare i guadagni ottenuti facendo lavorare i bambini, fino al momento in cui possano essere loro a decidere come spendere quei soldi. Ma c’è un altro aspetto, forse il più importante, del fatto di dare in pasto i propri figli all’algoritmo, come spiega Federica Giannotta, Responsabile advocacy e progetti Italia Terre des Hommes: «Il genitore assume agli occhi dei bambini un doppio ruolo, perché è anche datore di lavoro. L’intrusione nella cameretta o nel momento del bagnetto (e accade nel 30 per cento dei casi, in base alla nostra ricerca), crea una sovrapposizione di ruoli, perché i piccoli rischiano di confondere i piani, quindi la realtà e la finzione».
L’intrusione nella privacy dei bambini è una violenza
Ma questa intrusione rappresenta una vera e propria violenza. «La cameretta o il momento in cui giocano con il loro giocattolo preferito, sono luoghi di protezione che in questo modo vengono violati» prosegue Giannotta. «L’intrusione del genitore che realizza un video per un committente, è una violazione della privacy, e in ogni caso un attentato alla propria sicurezza e benessere. Si tratta quindi di una vera violenza. Oltretutto, la ricerca mostra anche che esiste il rischio reale di adultizzazione e sessualizzazione dei bambini».
Se solo i genitori immaginassero quanto le foto e i video dei loro bambini possano essere manipolate con l’AI, pubblicate su Telegram a uso e consumo delle reti dei pedofili, forse eviterebbero. Olimpia Peroni, content creator, racconta di un esperimento fatto a Roma: «Nel 2024 gli studenti dello Ied hanno distribuito per la città foto di bambini, lasciate incustodite. Le reazioni delle persone erano di inquietudine e perplessità: ma allora perché non ci irrita il nostro feed, pieno di foto dei nostri figli nei momenti più disparati? Pensiamo ancora che il mondo dei social sia altro, fittizio: invece ciò che accade in quella realtà, ha conseguenze precise nella vita vera. Chiediamoci cosa succede poi a quelle immagini, che possono essere modificate e condivise da chiunque».
Chiediamocelo, già, prima di pubblicare le foto dei nostri figli o, peggio, trasformarli in lavoratori subordinati.