Quelle immagini che servono a far tacere la nostra coscienza

Oggi in tanti condivideranno la foto del piccolo Mohammed, morto a 16 mesi mentre scappava dalla Birmania. Ma in quanti approfondiranno la sua vicenda? Le immagini ci danno l’illusione di sapere, di trarre dai fatti una morale utile alla vita quotidiana. Ma così la storia si ripete e noi continuiamo sempre a fare gli stessi errori


50 anni fa, la Repubblica del Biafra si dichiarò indipendente dalla Nigeria. Quel piccolo Stato durò appena 3 anni, ma la sua memoria molto più a lungo.

Fatichiamo a ricordare i nomi di gran parte delle nazioni africane, eppure il Biafra è scolpito nel nostro immaginario. Il perché è la “fame”. Il governo nigeriano non riconobbe l’autonomia del piccolo Stato, che possedeva la maggior parte delle risorse naturali del Paese, e rispose con un embargo. Milioni di abitanti del Biafra indipendentista morirono di fame e malattie. Le foto dei bambini denutriti fecero il giro del mondo: l’emergenza umanitaria divenne mediatica.


Scatto di fine anni '60 di una piccola vittima della guerra tra Nigeria e Biafra: un bambino che soffre di grave carenza proteica.

«Fu la fame che permise ai genitori di tutto il Pianeta di ordinare ai figli di finire quello che avevano nel piatto. La fame che diede una bella spinta alla carriera di molti fotografi», ha cinicamente scritto dieci anni fa la giovane autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nello splendido romanzo Metà di un sole giallo.

Anche io sono cresciuta con lo spettro dei bambini del Biafra che aleggiava sul mio piatto pieno. Ma non sapevo nulla di quei coetanei col pancione. Nulla del terribile genocidio che aveva insanguinato quel pezzo di mondo.

Non credo che gli adulti volessero proteggere noi bambini dalla verità. Penso piuttosto che grandi e piccini, fossimo tutti colpevoli di pigrizia. Le immagini erano sufficienti, ci davano l’illusione di sapere, di trarre dai fatti una morale utile alla vita quotidiana. E tanto bastava.

Sta succedendo di nuovo. Oggi su tutti i giornali c'è la foto del piccolo Mohammed Shohayet, di 16 mesi, annegato mentre la famiglia cercava di fuggire dallo stato birmano di Rakhine.

Lo scatto del piccolo Mohammed, in fuga dalla Birmania.

Chissà quanti di quelli che la condivideranno sui social approfondiranno davvero la storia dei Rohingya, l'etnia a cui appartiene Mohammed, una minoranza musulmana repressa nella Birmania a maggioranza buddista. E chissà quanti, invece, premeranno quel clic per timbrare il biglietto della propria umanità.

È successo anche con i bambini di Aleppo, che stanno diventando il nuovo paradigma del “fratello sfortunato”. Le loro immagini hanno tormentato i sogni natalizi dei piccoli europei. Sono state evocate mentre scartavano un regalo di troppo o si permettevano di disprezzarne alcuni.

Il bambino estratto vivo dalle macerie della sua casa di Aleppo dopo un bombardamento, in un fermo immagine tratto da un video  fornito dall'opposizione siriana.


Ma se riteniamo i nostri figli così forti da sopportare la foto di un bambino siriano senza vita, riverso sulla spiaggia nel tentativo di raggiungere l’Europa, o di un piccolo di Aleppo, imbiancato dalle macerie della sua casa bombardata, allora saranno anche pronti ad andare oltre le immagini. A capire le ragioni vere di questa terribile guerra. A capire che, se non saremo lì ad aiutarli, come scrive qui Loretta Napoleoni, quei piccoli profughi, che oggi in lunghe file abbandonano ciò che resta di Aleppo, rischiano di divenire i terroristi di domani.

Aylan Kurdi, bimbo siriano di 3 anni, morto il 2 settembre 2015 sulla costa turca nel tentativo di raggiungere l'isola greca di Kos.

Come scrissi un anno fa a proposito della foto del piccolo Aylan, facciamo tutti uno sforzo. Prima di condividere un'immagine che ci perfora il cuore, leggiamo un libro, un articolo, un approfondimento. Meno emozioni facili, più cultura e conoscenza.

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