Cresce il numero di studenti che cambia indirizzo universitario o decide persino di abbandonare gli studi dopo appena un anno. A dirlo sono i dati dell’indagine 2026 di AlmaDiploma da cui emergono alcune tendenze della Gen Z: se da un lato viene fotografata una generazione che investe sempre di più nella formazione universitaria e, per chi prosegue gli studi, c’è soddisfazione anche a distanza di anni, dall’altro soffre nel passaggio verso l’età adulta, anche e soprattutto a livello emotivo. Aumentano anche coloro che puntano al lavoro anche senza il “pezzo di carta”, pur di avere uno stipendio.

Gen Z sempre più ansiosa e incerta nelle scelte

L’indagine condotta da AlmaDiploma su 24mila diplomati del 2025 e oltre 59mila tra 2024 e 2022, mostra un aumento delle iscrizioni agli atenei, ma dal 2023 emerge anche un altro elemento nuovo: «L’ansia è lo stato d’animo più diffuso tra i giovani», spiegano da AlmaDiploma, al momento della scelta del percorso universitario. È vero che per chi ha le idee più chiare, la determinazione rimane decisiva, ma per quel 15% che poi cambia idea o abbandona il percorso universitario dopo appena un anno rimane la considerazione che forse l’orientamento non sia stato adeguato.

Orientamento non adeguato

Secondo l’indagine, oltre il 90% dei diplomati del 2025 dichiara di aver partecipato a iniziative di orientamento in ingresso dalla scuola secondaria di primo grado, mentre l’84,5% ha preso parte ad attività di orientamento in uscita verso le scelte post-diploma. «Si tratta di percentuali molto elevate, che indicano una copertura capillare del servizio. Eppure, solo il 57% dei diplomati ritiene che tali attività siano state realmente rilevanti per la decisione finale (…). Una parte degli studenti sostiene di avere avuto già le idee chiare al momento della scelta; altri ritengono che le informazioni ricevute non siano state sufficienti o sufficientemente personalizzate». L’orientamento, quindi, risulterebbe poco tempestivo e non aderente ai bisogni individuali.

La falsa idea della “scelta sicura”

«I problemi principali secondo me sono tre: ci siamo concentrati tantissimo sul trasferimento di hard skills e abbiamo sottostimato l’importanza di conoscere se stessi, di capire quali sono le proprie naturali inclinazioni. Senza quel lavoro, la scelta diventa casuale, ci si butta su percorsi che sembrano più sicuri, quelli che sembrano avere uno sbocco riconoscibile. Ma “sicuro” non è sinonimo di “giusto per me”», spiega Irene Bosi, formatrice e career coach. «In secondo luogo, oggi i percorsi non sono più lineari. Un tempo esisteva una mappa abbastanza chiara. Scegli questa facoltà, fai questa professione. Oggi quella mappa non esiste più», aggiunge Bosi.

Percorsi sempre più ibridi

«Esistono ibridazioni, riconversioni, professioni che non avevano nome dieci anni fa – chiarisce ancora Bosi – Un approccio one-size-fits-all (letteralmente “una taglia che va bene per tutti”) all’orientamento non funziona e rende orientarsi molto più complesso. In terzo luogo gli studi dimostrano chenl’opinione dei genitori resta la più influente nella scelta post-diploma. I genitori sono fondamentali, ma è possibile che appartengano a una generazione in cui il lavoro funzionava in modo radicalmente diverso con percorsi lineari, professioni stabili, traiettorie prevedibili. Per questo l’orientamento non deve essere più un trasferimento di informazioni su corsi e sbocchi, ma un percorso che aiuti i ragazzi a sviluppare consapevolezza di sé prima ancora di scegliere».

Il paradosso della troppa offerta che genera ansia

Come spiega AlmaDiploma, «Alla domanda sugli stati d’animo più diffusi tra amici e compagni di classe, quasi la metà dei diplomati del 2025 indica l’ansia. È un dato che racconta la pressione percepita in una fase cruciale della vita, in cui le scelte vengono vissute come decisive e potenzialmente irreversibili», specie in un contesto nel quale l’offerta è notevolmente aumentata rispetto al passato. «Un tempo le opzioni erano limitate e i percorsi riconoscibili. Oggi puoi fare una laurea triennale, una magistrale, un corso di specializzazione, un bootcamp online, un ITS, una community di apprendimento. Le possibilità sono quasi infinite e i percorsi tutt’altro che lineari. È obiettivamente difficile capire cosa è giusto per te», conferma Bosi.

Fare più esperienze possibili

Come si esce da questa condizione? «Ci sono due cose che fanno davvero la differenza. La prima: fai più esperienze possibili. Immergiti in contesti diversi, sii curioso, contaminati. Non aspettare di avere le idee chiare per iniziare a muoverti. La seconda: mentre fai queste esperienze, allenati ad ascoltarti. Osservati. Chiediti come stai, cosa ti viene naturale, in quali situazioni ti senti nel posto giusto. La consapevolezza di sé non è un punto di partenza che si ha o non si ha, è una competenza che si costruisce nel tempo. Ed è quella che, alla fine, permette di orientare le proprie scelte con solidità, qualunque sia il percorso che si sceglie», suggerisce la career coach.

Il peso dei costi, specie se fuorisede

In mancanza di idee chiare, invece, ecco che molti ragazzi decidono di cambiare percorso o persino di lasciare gli studi, soprattutto a fronte di costi oggettivamente molto consistenti, specie per uno studente fuorisede che deve far fronte anche all’affitto di un appartamento o di una stanza.

«Il tema economico esiste, ma va letto con onestà. Il vero nodo non sono i costi dell’università in sé, è che il ritorno sull’investimento non è più così scontato e oggi il mercato offre alternative concrete. Nel digitale in particolare, le barriere d’ingresso si sono abbassate drasticamente. Un copywriter che ha imparato il mestiere con un corso intensivo e qualche anno di pratica può guadagnare più di un neolaureato in economia ancora in cerca del primo contratto stabile».

Quanto vale ancora il “pezzo di carta”?

Spesso, quindi, subentra l’idea di poter entrare prima nel mondo del lavoro con uno stipendio che, seppure potenzialmente più basso rispetto a quello di un laureato, è visto come “sicuro” e più concreto. «Se punti a una grande azienda strutturata, al settore pubblico o a professioni regolamentate come medicina, legge o ingegneria, il titolo è imprescindibile.

Ma nel digitale, nel marketing, nella consulenza, nell’imprenditoria credo contino di più i risultati e la reputazione che ti sei costruito, non il pezzo di carta. La domanda giusta quindi non è “vale ancora la pena laurearsi?” È “per fare cosa e in quale contesto?” Senza rispondere prima a questa domanda, qualunque scelta rischia di essere quella sbagliata», sottolinea Bosi.

La voglia di uno stipendio, subito

Il punto è sempre cosa si vuole realmente fare: «Quello che è cambiato rispetto al passato è che il mercato si è evoluto, sono nate professioni che non esistevano vent’anni fa, e in tanti ambiti – penso al digital marketing, ma il fenomeno è trasversale – le competenze concrete valgono più di qualsiasi titolo. Chi sa fare, chi ha risultati da mostrare, chi ha costruito una reputazione lavorando ha chances reali, indipendentemente da cosa c’è scritto sul suo cv», spiega ancora Irene Bosi. Resta, però, anche un altro elemento su cui riflettere: il ritardo con cui la Gen Z si rende autonoma, non solo economicamente ma – secondo alcuni osservatori – anche a livello emotivo e nella capacità di organizzarsi nello studio.

Il passaggio all’età adulta e all’indipendenza

Soprattutto nel mondo della scuola si fa largo anche questa chiave di lettura: i giovani avrebbero meno capacità di organizzarsi in modo indipendente, anche nello studio, tanto da avere più difficoltà nel passaggio dalla fase delle scuole superiori, in cui esistono ancora i compiti assegnati dagli docenti, per esempio, a quella in cui occorre più capacità di gestione di tempi e mole di studio. Eppure Bosi osserva: «Non credo molto a questa narrazione. Ci sono molti ragazzi della Gen Z che si chiudono in casa e lavorano su progetti personali con una dedizione che molti adulti si sognano, che imparano da soli, che costruiscono qualcosa dal niente, che ci mettono anni senza mollare. Non credo sia qualcosa su cui si possa generalizzare».

Gen Z poco indipendenti o più smarriti?

«Se c’è una difficoltà reale – osserva Bosi- la ricondurrei a un sentimento di smarrimento. Quando non hai ancora una direzione chiara, organizzarsi diventa difficile. Non perché manchi la volontà, ma perché manca il perché». L’indagine AlmaDiploma confermerebbe questa analisi: «Tra coloro che si dichiaravano “spaventati”, “agitati” o “intimoriti” alla vigilia del diploma si osserva con maggiore frequenza, a un anno di distanza, la presenza di difficoltà occupazionali o di interruzioni del percorso universitario. Al contrario, la determinazione tende a rafforzarsi nel tempo: a un anno dal diploma, la quota di chi si definisce “determinato” quasi raddoppia. Questo dato suggerisce che l’accompagnamento emotivo nella fase di transizione rappresenta una componente essenziale delle politiche di orientamento», conclude l’osservatorio.