Cosa vogliamo per il 2026? Non sogni impossibili, ma desideri concreti: famiglia, casa, lavoro… Realizzarli, nell’Italia di oggi, non è semplice, è vero. Però qualcosa inizia a muoversi nella direzione giusta, e lo raccontiamo in queste righe.
Sentirmi al sicuro
Oggi viene evocata spesso la parola “sicurezza”, in un’altalena di significati che si muove tra il desiderio di protezione fisica e la capacità di restare emotivamente saldi – o, ancora meglio, sereni – in un mondo fragile. «Le guerre, il cambiamento climatico, la violenza sociale e la paura di divenire economicamente non autosufficienti sono solo alcuni dei ragionevoli argomenti a favore di una visione catastrofista» spiega lo psicoterapeuta Giorgio Nardone nel suo nuovo libro Alla ricerca della sicurezza perduta (Ponte alle Grazie).
I dati delle più recenti indagini di Istat, Ipsos e Censis confermano questo quadro. L’ultimo Rapporto del Censis parla apertamente di un’Italia “in apnea emotiva”, attraversata da un senso di precarietà che si è sedimentato dopo anni di shock collettivi. Oltre la metà di noi vive in una condizione di allerta continua, anche senza un pericolo concreto davanti agli occhi. Tra i 25 e i 44 anni – la fascia più esposta alle pressioni lavorative, familiari ed economiche – la percentuale sfiora il 60%. È aumentata la sensazione di essere “socialmente soli”, sprovvisti di protezioni adeguate, e cresce la disillusione verso la possibilità che il futuro offra maggiori opportunità del presente.
Questa ansia diffusa colpisce in modo trasversale generi e generazioni, ma tocca con particolare intensità i giovani adulti e le donne, che si barcamenano tra lavori instabili, minore disponibilità economica, carichi di cura e responsabilità crescenti. Come osserva Nardone, la combinazione tra fattori esterni e vulnerabilità individuale alimenta una tendenza marcata a procrastinare decisioni importanti. Comprare casa, cambiare lavoro, fare un figlio, investire su se stessi: tutto viene rimandato a un “dopo” che non arriva mai. È il sintomo di un’epoca percepita come instabile per definizione. E più rinviamo, più cresce la sensazione di non avere strumenti per affrontare ciò che accadrà.
Come fare?
La sfida, ora, diventa quella di imparare a costruire una sicurezza dentro l’incertezza. Gli esperti come Nardone suggeriscono stratgie concrete – investire sulle competenze emotive, sviluppare flessibilità, allenare la tolleranza all’imprevedibilità, ridurre l’overload informativo e rafforzare le reti sociali di prossimità – che, se praticate con continuità, possono migliorare la percezione di stabilità. Accanto alle risorse personali, però, servono politiche pubbliche più robuste, come ricorda lo stesso Censis: servizi territoriali realmente accessibili, supporto psicologico diffuso, programmi di prevenzione del disagio. Unendo questi due livelli – individuale e collettivo – il “vorrei sentirmi al sicuro” potrebbe diventare, nel 2026, una tappa raggiungibile verso la conquista di una maggiore serenità.
Comprare casa
In questo momento, in Italia, il “vorrei una casa” resta uno dei desideri più ambiti, per quanto non semplice da realizzare. Nonostante nel 2025 le transazioni immobiliari siano tornate a crescere (spinte soprattutto dalla rinnovata disponibilità delle banche a concedere mutui), anche i prezzi continuano a salire, rendendo complicato l’accesso alla proprietà per chi non ha grossi risparmi. Secondo le ultime analisi di mercato, il costo medio al metro quadro nelle grandi città è aumentato di oltre il 2,5% nell’ultimo anno, con punte più elevate nelle aree centrali di Milano, Bologna, Firenze e Roma, dove il divario tra domanda e offerta continua ad ampliarsi.
Una tendenza che penalizza soprattutto i giovani, con la conseguenza che oltre due terzi di chi ha tra i 18 e i 34 anni vive ancora in casa con i genitori o con altre persone (l’Italia resta uno dei Paesi europei con la più alta quota di giovani “coabitanti forzati”). Eppure sul fronte dei mutui la situazione è meno critica rispetto ad altri Paesi: con un tasso medio complessivo del 3,19%, l’Italia risulta tra i mercati più favorevoli in Europa, dietro solo a Spagna, Belgio e Francia. Un livello che sta riportando molte famiglie a valutare l’idea dell’acquisto dopo anni in cui l’aumento dei tassi aveva congelato gran parte della domanda.
I pronostici per il 2026
Cosa aspettarsi, dunque, dal 2026? Se l’inflazione resterà sotto controllo e i tassi rimarranno stabili, la richiesta di mutui potrà essere maggiormente sostenuta anche dai giovani. L’elemento più critico riguarda la scarsità di nuove costruzioni, legata alla frenata dei superbonus e all’aumento dei costi di materiali e manodopera, che rischia di spingere in alto i prezzi, anche degli affitti, soprattutto nelle aree metropolitane e nelle città universitarie. «Il mercato delle locazioni è sotto pressione: senza una maggiore offerta sarà impossibile calmierare i canoni» ha detto a questo proposito Francesca Zirnstein, direttrice generale del Fo- rum di Scenari Immobiliari.
«La domanda di case nuove, efficienti e in classe energetica alta è molto superiore all’offerta: nel 2026 questo diventerà il principale driver di prezzo». Il risultato potrebbe essere una polarizzazione sempre più marcata tra chi può permettersi di comprare – grazie a redditi alti o ad aiuti familiari – e chi resta bloccato nell’affitto o nella famiglia di origine.
Le soluzioni possibili
Restano in vigore alcuni sostegni, come le agevolazioni sull’acquisto della prima casa, la detrazione Irpef del 19% sugli interessi del mutuo, gli incentivi per gli under 36 con Isee sotto i 40.000 euro, oltre ai bonus per le ristrutturazioni e l’efficienza energetica. Secondo gli esperti, sarà proprio l’energia green a trainare il mercato. Ha detto Fabiana Megliola, responsabile Ufficio Studi di Tecnocasa: «Il 2026 vedrà un crescente interesse verso mutui green, spesso con condizioni migliori rispetto ai finanziamenti tradizionali». Mentre Luca Dondi di Nomisma promette: «Il contesto sta tornando favorevole e chi deve comprare casa può attendersi condizioni via via più sostenibili».
Far vivere bene la mia famiglia
Le famiglie italiane attraversano una trasformazione silenziosa ma profonda. I nuclei si fanno più piccoli, aumentano i single e le coppie senza figli, le nascite continuano a diminuire: il 2024 ha registrato un nuovo minimo storico, 369.944 nuovi nati, e nei primi mesi del 2025 la fecondità è ferma a 1,3 figli per donna, ben lontana dalla soglia di sostituzione. Parallelamente, la popolazione invecchia: l’età media supera i 47 anni e l’indice di vecchiaia cresce senza sosta.
Tutto questo si traduce in nuove fragilità: più nuclei con persone non autosufficienti, più carichi di cura sulle donne, più bisogno di servizi sociali, sanitari e domiciliari che però non crescono con la stessa rapidità della domanda. Alcune delle misure previste puntano alle famiglie con figli: dal nuovo assegno unico rivalutato all’1,4% ai bonus per la natalità, fino ai congedi più lunghi (i congedi parentali si potranno prendere fino ai 14 anni dei figli e i permessi per le malattie dei figli passano da 5 a 10 giorni annui).
Tuttavia, come ricorda la demografa dell’Università di Padova Alessandra Minello, autrice del libro Senza figli (Laterza), c’è un nodo culturale ancora più importante da sciogliere: «Le politiche familiari non dovrebbero essere pensate con l’unico obiettivo di far crescere la natalità, bensì di migliorare il benessere di tutte le famiglie, qualunque sia la loro composizione, di dare valore al lavoro – soprattutto di donne e giovani – e di riconoscere la rilevanza del lavoro di cura retribuito, che è il grande perno del nostro futuro».
Alcuni aiuti
Dopo anni di richieste inascoltate, un disegno di legge sui caregiver familiari – il cui iter parlamentare partirà a inizio anno – prova a dare un perimetro un po’ più chiaro, e qualche tutela concreta, a chi assiste ogni giorno un parente non autosufficiente. Il testo introduce un contributo trimestrale fino a 1.200 euro per il caregiver “prevalente e convivente” (cioè, colui/lei che garantisce almeno 91 ore settimanali di cura e rientra in determinati limiti di reddito e Isee) e più forme di tutele differenziate per le altre categorie di caregiver, modulate secondo gli impegni di cura.
Una misura ancora selettiva, certo, ma che segna un primo riconoscimento normativo al lavoro invisibile su cui si reggono moltissime famiglie italiane. Sul versante degli affidi familiari, il nuovo Registro nazionale delle famiglie affidatarie e dei minori accolti, insieme all’istituzione di un osservatorio dedicato, punta a rendere il sistema più trasparente, uniforme e monitorato in tut- to il Paese. Per quanto riguarda le adozioni, poi, è stato pubblicato il decreto che introduce contributi economici per chi avvia o ha avviato un percorso adottivo tra il 2025 e il 2026, oltre a voucher destinati a chi accoglie minori con bisogni speciali. Misure diverse, ma tutte orientate a rendere i percorsi di cura e accoglienza più accessibili e meno solitari. Un quadro che lascia intravedere un 2026 finalmente più favorevole per chi desidera costruire o allargare una famiglia, non soltanto biologica.
Trovare lavoro
Il mercato del lavoro italiano, a fine 2025, è «in lieve miglioramento, ma fragile» dice l’Istat. Gli ultimi dati certificano un tasso di disoccupazione al 6% (tra i minimi nella storia recente), ma a mancare è l’occupazione giovanile, come dimostra il numero degli inattivi tra i 15 e i 34 anni, che resta molto alto. I cosiddetti Neet – giovani che non studiano né lavorano – rappresentano il 15,2% di quel segmento anagrafico, collocando l’Italia al secondo posto nell’Ue dopo la Romania.
Sul fronte della parità di genere, la fotografia non è più confortante. È vero che continua ad aumentare l’occupazione femminile (6 punti in più dal 2008 al 2024), ma restiamo ultimi tra i 27 Paesi dell’Unione, con un tasso inferiore di 12,6 pun- ti rispetto alla media. Anche quando una donna lavora, spesso si tratta di un impiego a part-time involontario, a bassa retribuzione o in un settore con scarse prospettive di carriera.
A confermare la crescente fragilità dei redditi è il dato sui “working poor”: secondo stime Eurispes, circa il 12% dei lavoratori italiani vive sotto una soglia di reddito considerata dignitosa. In altre parole, il lavoro non è più, da solo, una garanzia contro la povertà. Scrive l’Employment Outlook 2025 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: «L’occupazione in Italia resta su livelli molto elevati e nel 2025 si è consolidata, ma la sfida vera è garantire che il lavoro sia stabile, qualificato e retribuito in modo dignitoso».
Cosa si può fare?
Nel pacchetto di misure pensate dal governo per stimolare l’occupazione giovanile nel 2026, spicca il nuovo programma da 800 milioni di euro dedicato all’autoimpiego, destinato cioè a sostenere l’avvio di attività autonome, professionali e imprenditoriali soprattutto nelle aree più fragili. Un’iniziativa accolta con favore dal presidente di Confprofessioni Marco Natali, che definisce lo stanziamento «un importante strumento per rendere il mercato del lavoro più inclusivo e dinamico».
È anche diventato operativo il nuovo incentivo Inps che riconosce 500 euro al mese per 3 anni agli under 35 che hanno avviato un’attività in settori strategici (come energia e sanità) tra il 2024 e il 2025. Sul fronte del lavoro dipendente, resta centrale la decontribuzione totale per 3 anni (4 nel Mezzogiorno) per chi assume under 36 a tempo indeterminato. Accanto a questi strumenti, proseguono le misure dedicate all’imprenditorialità – dal microcredito SELFIEmploy- ment a Resto al Sud 2.0 – e le agevolazioni fifiscali per il rientro dei talenti dall’estero.
«Gli incentivi occupazionali rappresentano sempre di più uno strumento fondamentale per ridurre il costo del lavoro, migliorare la qualità dell’organico aziendale e contribuire alla crescita del mercato del lavoro, con una particolare attenzione all’occupazione giovanile» commenta la consulente del lavoro Valentina Della Torre. Un pacchetto composito che, se ben coordinato, potrebbe contribuire a rendere il 2026 un anno di maggiore vitalità.
Andare in pensione
Il 2026 potrebbe essere un anno spartiacque per il sistema pensionistico italiano. La previdenza pubblica è già sotto pressione e si stima che nel 2027 il rapporto tra pensionati e lavoratori passerà dall’attuale 60% all’80%, fino ad arrivare, nel 2050, a un pensionato per ogni lavoratore. Una dinamica che pesa particolarmente in un mercato del lavoro segnato da salari bassi e instabilità contrattuale. Nel momento in cui scriviamo, sembrano destinate all’archiviazione formule come Opzione Donna e Quota 103, strumenti che garantivano, seppur a una platea che si era ridotta sensibilmente negli anni, di avere una modalità di accesso flessibile alla pensione anticipata. Restano invece confermate la pensione anticipata ordinaria (a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne) e quella contributiva per chi raggiunge i 64 anni d’età con almeno 20 anni di versamenti.
All’orizzonte si affacciano due possibili novità: la valorizzazione contributiva dei periodi di stage e tirocinio e la possibilità di usare Tfr e previdenza complementare per anticipare la pensione. Mentre dal 2027 torneranno gli adeguamenti automatici all’aspettativa di vita, con un’età di uscita destinata a spingersi sempre più vicino ai 70 anni. In questo scenario, «il desiderio più diffuso non è smettere di lavorare presto, ma non avere paura di ciò che accadrà dopo». A dirlo è Anna Vinci, fondatrice della start- up di consulenza previdenziale CiaoElsa, che ogni giorno si confronta con le ansie delle persone. Il problema, spiega, è che viviamo immersi in falsi miti che non fanno che alimentare incertezza, come l’idea che “non andremo mai in pensione” o che “il fondo pensione blocca i soldi”.
Le soluzioni possibili
La verità è meno negativa di quanto pensiamo, anche perché, come precisa l’esperta, «oggi abbiamo più leve individuali a disposizione». La prima è la consapevolezza: guardare l’estratto conto, capire con quali regole si andrà in pensione, simulare l’assegno futuro sono azioni che permettono di trasformare la paura in decisioni. La seconda consiste nel fare ordine: carriere discontinue, periodi all’estero e contributi versati in gestioni diverse sono situazioni diffuse, ma esistono strumenti per recuperarli e incidere sull’importo finale. La terza è affiancare alla pensione pubblica un secondo pilastro, cioè un fondo pensione. Resta la domanda: come accantonare soldi per il fondo pensione quando già si guadagna poco? Vinci conferma l’oggettiva difficoltà economica delle giovani generazioni, ma avverte che l’unica scelta davvero rischiosa è non pensarci, perché la pensione è la conseguenza di tante piccole azioni e decisioni prese lungo la strada.