«Nei primi mesi del 2023, il numero dei minori stranieri sbarcati in Italia senza la presenza di adulti di riferimento è quasi triplicato» è l’allarme condiviso da Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha lanciato un appello a tutti i cittadini «a candidarsi al ruolo di tutori volontari: a questi ragazzi vanno assicurati gli stessi diritti che le convenzioni internazionali sull’infanzia e l’adolescenza riconoscono a qualsiasi altro coetaneo».

Minori stranieri: chi è il tutore volontario

Il tutore volontario è una figura istituita nel 2017 dalla cosiddetta Legge Zampa: è un privato cittadino che si rende disponibile a esercitare la rappresentanza legale in nome di uno, e fino a tre, dei tanti minori che approdano da soli nel nostro Paese, affrontando viaggi terribili e con carichi emotivi pesanti sulle spalle, cercando scampo da guerre, genocidi, carestie. Indicati con un acronimo, Msna, Minori stranieri non accompagnati, secondo l’ultimo report mensile del Ministero del Lavoro, al 30 aprile scorso sul territorio italiano se ne contavano 20.681. Un dato in forte aumento rispetto al 2021, +64%, alimentato anche dall’alto numero di minori in fuga dall’Ucraina sotto assedio. Tra loro, i maschi sono l’86, 2, le ragazze, spesso vittime di tratta, accedono di solito a percorsi diversi, più protetti. Quasi il 70% ha tra i 16 e i 17 anni. Come ricorda l’Autorità garante, ogni minore migrante ha diritto a essere tutelato e, appunto, affiancato da un tutore che vigili e garantisca il rispetto dei diritti che la legge gli riconosce. Un adulto di riferimento che con lui valuti le scelte migliori in varie situazioni – dal percorso scolastico alla copertura sanitaria, fino all’iter per il permesso di soggiorno – e lo accompagni, in accordo coi Servizi sociali e la struttura di accoglienza, nel percorso di crescita verso l’autonomia.

Non si tratta di un’adozione né di un affido dei minori stranieri

Salvo casi eccezionali, non sono i tutori a ospitare i Msna né a farsi carico dei loro bisogni materiali. «Hanno come riferimento l’assistenza sociale e vengono solitamente affidati a strutture e comunità che forniscono loro vitto e alloggio» spiega Francesca Panzarin, progettista culturale, che ha aderito «per un moto di civismo» al primo bando aperto in Lombardia. «Di fronte ai continui sbarchi, mi chiedevo come potessi dare il mio contributo dalla città in cui vivo, Milano». I bandi per diventare tutori prevedono, per i candidati selezionati, un corso di formazione e la disponibilità a essere inseriti in un albo apposito, istituito presso i tribunali per i minorenni di competenza, che poi procedono con la nomina e l’affidamento del minore al tutore. «Tu non scegli lui e lui non sceglie te» chiarisce Francesca. «La decisione è del giudice e si fonda soprattutto sul criterio di prossimità geografica con la comunità in cui risiede il ragazzo». Ed è per ragioni di vicinato che le strade di Said e Francesca si sono incrociate.

La storia di Francesca e Said

«Siamo stati fortunati: ci siamo trovati bene da subito. Said aveva 16 anni, ma era piccolo per la sua età, arrivava dall’Egitto. Rimasto da solo per un po’ in Sicilia, aveva imparato l’italiano. Quando, assolti gli adempimenti in tribunale, sono andata a trovarlo in comunità, ci siamo messi subito a chiacchierare davanti a un’aranciata. Anche grazie alla scuola ora parla l’italiano come un madrelingua. Ma sono tanti i ragazzini che non parlano, perché non conoscono la lingua o sono ancora traumatizzati, imponendo l’ausilio di un mediatore». Negli anni, Francesca ha vigilato con sollecitudine e discrezione su Said, un paio di volte lo ha invitato a casa, in un’altra occasione sono andati insieme a scuola del figlio. «La maestra delle elementari affrontava il tema dell’inclusione, mi chiese se Said avesse voglia di parlare in classe. Lui fu molto disponibile, a un certo punto una bambina gli domandò come si chiamasse sua madre. Restò un attimo interdetto poi rispose: “Te lo dico solo perché sei piccola: la mamma, nella mia religione, è una figura sacra”».

Culture differenti: come gestirle

Uno degli aspetti più complessi, quando ci si assume la responsabilità di scortare verso la cittadinanza italiana un minore che proviene da un Paese con una cultura, e una fede, diversa dalla nostra, è proprio la gestione della difformità di credenze e abitudini, e dei pregiudizi di cui tutti siamo inconsciamente intrisi. «La maggioranza dei tutori di minori stranieri sono donne mature, che si ritrovano a interagire con altrettanti adolescenti maschi, talvolta con idee un po’ “chiuse” sui rapporti tra i sessi» ricorda Francesca. Sui dogmi e le tradizioni legati alla fede, «ma soprattutto su temi come la parità di genere o l’orientamento sessuale, questi ragazzi sono spesso portatori di punti di vista in conflitto coi nostri valori» conferma Marta Dore, responsabile della comunicazione e coordinatrice dei progetti di No Walls, no profit che sostiene i migranti in fuga da guerre, dittature e povertà, nowalls.it.

Gli autoritratti realizzati dai minori stranieri non accompagnati e dai ragazzi italiani che hanno partecipato ai laboratori promossi da No Walls.

La sua associazione promuove, tra gli altri, alcuni programmi in cui minori stranieri e tutori, per entrare in relazione, si impegnano insieme «a riconoscere e decostruire gli stereotipi. Il punto non è insegnare a questi ragazzi come devono pensare» precisa «ma attivare capacità di ascolto e rispetto reciproco». «Said è un ragazzo brillante e curioso con cui ho potuto confrontarmi su tutto senza problemi. È tenacemente determinato, ora che ha 18 anni, un lavoro e una casa, a restituirmi tutti i gelati che gli ho offerto da piccolo» ricorda Francesca con un sorriso. È però forse questo il momento più delicato, chiarisce: «È il motivo per cui non ho accettato altri affidi, ho preferito continuare a seguire Said anche oltre la sua maggiore età. L’ultima volta che l’ho visto è stato un mese fa: suo padre è morto all’improvviso e, per via dei documenti, non sarebbe arrivato in tempo al funerale. Allora ci siamo presi una giornata per passeggiare insieme al Parco Sempione: aveva bisogno di parlare. Come spesso è capitato in questi anni, ho immaginato che per sua madre sarebbe stato un conforto sapere che, anche in un momento così delicato, suo figlio non è solo in questo Paese, c’è una persona a cui si può affidare».

Come si diventa tutori volontari di minori stranieri non accompagnati?

Candidandosi ai bandi di formazione e selezione periodicamente pubblicati dai Garanti per l’infanzia e l’adolescenza della propria Regione o Provincia autonoma. Regione Lombardia ne ha bandito uno lo scorso febbraio, la cui scadenza è appena stata prorogata di 10 mesi: c’è tempo dunque fino a giugno 2024 per candidarsi. Quali sono i requisiti necessari? Bisogna avere almeno 25 anni di età, una comprovata conoscenza della lingua italiana, godere dei diritti civili e politici, non aver riportato condanne o avere in corso procedimenti penali o misure di sicurezza o di prevenzione, avere, se non si è cittadini Ue, un permesso di soggiorno, essere in condizione di esercitare le funzioni di tutela previste dall’articolo 350 del Codice Civile. Il bando è pubblicato qui: garanteinfanzia.regione.lombardia.it.

A Lampedusa tra donne e bambini

«Questo è il cuore del tuo bambino». Nella sala ecografie del poliambulatorio di Lampedusa, unico presidio sanitario dell’isola, sdraiata sul lettino c’è Iris. È la prima volta che viene visitata da quando ha scoperto di essere incinta, origini ivoriane, è arrivata dal mare. Ha affrontato il deserto, raggiunto la Tunisia, e da lì ha sfidato il Mediterraneo. A parlarle, traducendo in francese quello che il ginecologo dice in italiano, è Moussa, mediatore culturale. «Controlli come ecografie o analisi del sangue per queste donne sono miraggi» spiega il dottor Giuseppe Canzone, direttore del Dipartimento per la Salute dell’Asp di Palermo. «Un tempo, a partire erano prevalentemente uomini. Oggi la situazione nei Paesi di origine è talmente grave che anche le donne incinte e molti minori non accompagnati tentano la sorte» conclude. Nell’hotspot di Lampedusa, che potrebbe ospitare poco più di 300 persone, in migliaia rimangono per giorni o settimane, mentre scriviamo sono circa 1.200. Si dorme anche all’aperto su materassi di gommapiuma, il cibo scarseggia e i bagni sono spesso allagati.

A soffrire di più sono le categorie fragili tra cui i minori non accompagnati

«È più difficile ricollocare un minore che un adulto. Quindi, rimangono più a lungo nell’hotspot, vedendo gli altri andare via, e la rabbia esplode» spiega Giovanna Di Benedetto, Media Officer di Save The Children. «Questa primavera un gruppo tra i 13 e i 17 anni ha protestato salendo sui tetti». Più brevi sono, invece, i tempi per l’affidamento di bambini fino ai 10 anni. Tra loro, c’è chi ha perso i genitori durante la partenza o un naufragio. Come Ismael, originario della Guinea, partito in primavera con la madre Bitou, morta al largo di Lampedusa. Dopo il soccorso in mare, Ismael è stato accompagnato al poliambulatorio e poi preso in affido dal medico anestesista. «Chi parte sa che può morire restando o morire cercando una vita migliore» dice Moussa. «Ed è questo che i suoi genitori probabilmente hanno fatto, anche per lui».