Non chiamateci mammi, siamo i nuovi papà

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Cambiano i pannolini, preparano le pappe e leggono le favole. Ma non si considerano sostituti delle madri. Anzi: d’accordo con le loro compagne, hanno trovato un modo diverso di educare i figli. Fatto di tenerezza e autorevolezza

«Non siamo le (brutte) copie delle mamme. Abbiamo un nostro modo di rapportarci con i figli, unico e speciale». A presentare i “nuovi papà” è Federico Ghiglione, pedagogista e fondatore dell’associazione Professione papà (professionepapa.it). Federico organizza corsi per quegli uomini che «prima shakeravano cocktail e ora preparano semolini». Ma non per questo si sentono solo i sostituti delle loro compagne: sono maschi-orgogliosi-di-essere-padri. Al punto che creano community in Rete e seguono lezioni per migliorarsi.

«Nell’ultimo anno gli iscritti ai miei incontri sono triplicati» racconta Ghiglione, papà di 3 maschi: Samuele, 13 anni, Alessandro, 10, e Francesco, 4. «Gli uomini hanno compreso, come dicono tantissimi studi, che un babbo attento infonde sicurezza nel piccolo. Il bambino, che nei primi mesi vive in totale simbiosi con la mamma, subisce un trauma quando lei torna al lavoro. Invece, se è abituato a stare anche con il papà, capisce subito che il mondo non si esaurisce con la madre, ma c’è una vita fatta di relazioni e di diversità. È come se crescesse “bilingue”. Il padre quindi non deve copiare la madre o limitarsi a esserle di aiuto pratico: è importante che costruisca con i figli un rapporto fatto di abitudini e gesti personalizzati. È questo che insegniamo a fare nei nostri corsi».

È cambiato il concetto di paternità?
Sì, e lo dimostra la psicoterapeuta Simona Argentieri nel nuovo saggio Il padre materno (Einaudi). «Ho tirato le fila di 20 anni di studi sul ruolo dei padri» spiega l’autrice. «Quelli di oggi sono la seconda generazione di nuovi papà. Non sanno solo cambiare i pannolini, hanno creato un modello di accudimento ben definito: uniscono tenerezza e affettività al rigore di regole e confini. Prima alle donne spettava il compito di essere dolci e premurose, ai mariti quello di dare lezioni di vita. Ora entrambi i genitori ricoprono tutti e due i ruoli e il bimbo riceve un’educazione più completa. Certo, i nuovi papà hanno i loro difetti: rischiano di essere troppo indulgenti con i figli e di mettere in crisi l’equilibrio della coppia».

Coccole a profusione con i pargoli, zero testosterone con le mogli? I protagonisti, chiamati in causa, non sono d’accordo. «Ormai la famiglia classica non esiste più, i ruoli si sono mescolati in modo naturale» sostiene Marco Miragoli, informatico, papà di Sofia, 7 anni. «Io e mia moglie lavoriamo, i compiti sono divisi a metà anche a casa. Non ho problemi a fare il cambio degli armadi, anzi sono io quello ordinato in famiglia. E, visto che di per sé non è un’incombenza divertente, coinvolgo mia figlia e trasformo il dovere in un gioco: così ho anche un’aiutante». Il rapporto speciale con la bambina è iniziato quando Marco ha preso il congedo di paternità: «Un’esperienza che consiglio» dice lui. «Non è vero che i neonati sono mamma-dipendenti. Anzi, io sentivo che Sofia desiderava essere cullata da altre braccia. Per lei ho inventato una storia infinita a puntate, che le racconto durante le nostre passeggiate».

Ma i padri premurosi si sentono meno “maschi”? Le compagne li trovano poco fascinosi?
«Proprio no» risponde sicuro Fabio Barzagli, papà di Flora, 13 anni, e Antonio, 3, ideatore del network www.paternita.info e autore del libro Diventare padre (Castelvecchi). «Essere presenti e responsabili ci rende attraenti agli occhi delle nostre mogli. Loro ci vogliono sexy, ma la sensualità nasce proprio dalla maturità. La stessa maturità che non deve mancare con i figli. Abbiamo il compito di essere un faro per i piccoli di casa, di dare l’esempio, di trasmettere valori e senso civico».

Insomma, non più i padri-padroni di una volta, distanti e un po’ minacciosi, «ma neanche i classici Peter Pan, capaci solo di giocare» aggiunge Stefano Suarez, architetto che si occupa a tempo pieno della figlia Sofia. «Mia moglie va spesso in trasferta per lavoro, quindi porto io la bimba a scuola, la accompagno a lezione di danza e organizzo gite in montagna e pomeriggi al cinema. L’energia che spendo mi torna indietro decuplicata. E mi dà la forza per sopportare capricci, problemi o noie casalinghe». Il divertimento sembra essere l’arma decisiva dei nuovi papà. «Sì, lo confermo» dice Claudio Galimberti, ristoratore che ha due bambini: Filippo, di 7 anni, e Lola di 5. «I miei ragazzi e io giochiamo tanto, ma ci dedichiamo anche ai compiti, apparecchiamo la tavola, riordiniamo la cameretta. Sono autorevole, non autoritario. Non credo nelle regole senza spiegazioni e nelle urla. E anche se dico tanti no, sono sempre motivati. Ci vogliono dialogo, fermezza e amore. Sempre. Solo così i bambini ti ascoltano».

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