La memoria delle conquiste di una società deve essere stimolo per apprezzarle, conservarle e usarle come trampolino per ulteriori sviluppi. Così, in questo anno in cui ricordiamo la prima volta in cui le italiane andarono a votare, il 2 giugno 1946, nell’ambito del nostro progetto “Libere e Uguali“ – arrivato alla terza edizioneabbiamo voluto sondare le percezioni e le aspirazioni sul fronte dei diritti. Con un focus sul lavoro, impalcatura portante dove costruire una parte cospicua della propria identità sociale e indipendenza economica.

Con il nostro sondaggio abbiamo raccolto il parere di 1.287 tra donne e uomini

Lo abbiamo fatto con il grande sondaggio I diritti delle donne, realizzato da Ipsos Doxa attraverso 1.287 interviste a donne e uomini dai 18 ai 75 anni, tra cui un campione di nostri lettori e lettrici, alla cui elaborazione ha fornito supporto scientifico anche Osservatorio Maschile. Vediamo insieme alcuni dei risultati che più fanno riflettere sulle consapevolezze assodate e interrogare sulle criticità da affrontare.

Il lavoro resta terreno di disuguaglianze

La delusione verso le istituzioni espressa negli ultimi anni con l’astensionismo non ha scalfito il valore dell’essere elettori: per 8 italiani su 10 andare a votare è un dovere civico e può essere un modo per influire sulle decisioni politiche che impattano sulla quotidianità. «Mi ha colpito che tra i diritti conquistati e ritenuti più importanti svetti per le donne la salute, mentre per gli uomini contano il lavoro e la cittadinanza» dice Irene Pellizzone, docente di Diritto costituzionale e pubblico all’Università degli Studi di Milano. «Si rispecchia una sorta di corrispondenza con i ruoli che la stereotipizzazione continua ad assegnare alle donne, cioè i ruoli di cura».

Sono soprattutto le donne a rilevare disuguaglianze sul lavoro

Sconfortante è la percezione di disuguaglianza nel mondo del lavoro: «Il 78% dice che non tutti i lavoratori e le lavoratrici in Italia godono degli stessi diritti» commenta Eva Sacchi, Research Director di Ipsos Doxa. «E la cosa più interessante è che è l’83% delle donne a dichiararlo. D’altra parte, il Gender Equality Index dell’Unione Europea – che misura il gap di genere tramite indicatori oggettivi, come il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro e la segregazione lavorativa delle donne – rileva che proprio sul fronte lavoro l’Italia fa registrare la distanza massima rispetto alla media europea».

L’8% degli uomini pensa che i più discriminati siano gli uomini

Attenzione: a ritenere che la categoria più svantaggiata sia quella femminile è il 54% delle donne contro il 41% degli uomini (le donne sono prime in questa infelice classifica, seguite da immigrati, giovani e persone con disabilità fisiche). Un dato, per quanto piccolo, non va trascurato. Lo evidenzia Laura Fedeli di Valore D: «L’8% di uomini che vede discriminati gli uomini è un campanello d’allarme: prima che questa percentuale si allarghi occorre affrontarla insieme. Come Valore D, già da tanti anni abbiamo dei programmi di formazione executive, per esempio In the Boardroom, che sono per donne e uomini, perché nel desiderio di avanzamento femminile deve essere inserita anche la dimensione maschile: così si va verso un contesto culturale più favorevole per entrambi».

La scarsità di servizi di cura ostacola l’occupazione femminile

Ma cosa frena il lavoro delle donne? «I principali motivi citati nelle risposte sono la carenza e l’onerosità di nidi e altri servizi di cura, le discriminazioni fin dal colloquio di lavoro, che spesso tocca la sfera legata alla possibile gravidanza, e gli stipendi femminili inferiori, ragione per cui – quando uno dei due si trova costretto a rinunciare al lavoro per la famiglia – a farlo è quasi certamente la donna» spiega Sacchi di Ipsos Doxa. La maternità per le donne crea attrito all’ingresso nel mondo del lavoro, ma anche nella permanenza e nel percorso di carriera.

Vanno riorganizzati il work-life-balance e le attività di cura

Cosa fare, allora per evitare che una scelta di vita come la maternità infici le opportunità professionali? Oltre a sradicare le discriminazioni in fase di selezione, sono due i filoni individuati lungo i quali costruire soluzioni: la possibilità di avere più tempo per il work-life balance e la condivisione delle attività di cura (dei figli, ma anche dei familiari anziani non autosufficienti). La necessità di avere più ore a disposizione può declinarsi come orario flessibile, ma per le donne oggi si concretizza spesso in un contratto part-time. Nel sondaggio emerge chiara la richiesta che sia reversibile, ovvero: un netto no al part-time involontario, e non penalizzi il percorso professionale (come invece avviene).

Va rivista anche l’idea di carriera

Questo risultato stimola una riflessione rispetto al modo in cui viene concepita la carriera nel nostro Paese e nelle aziende. «Permane la visione secondo cui dovrebbe trattarsi di una ascesa verticale perenne» osserva Fedeli di Valore D. «Ma è sempre meno compatibile con i nuovi cicli di vita dove ci sono periodi di pausa in cui ci si dedica ad altro. Non dovrebbero più essere penalizzanti ma, al contrario, possono arricchire la nostra esperienza con ricadute positive sul lavoro. Dato anche il crescente tasso di longevità, occorre imparare a guardare in un’ottica di lungo periodo quando si fanno scelte finanziarie e professionali, ma siamo ancora poco abituati a farlo».

Lo smart working si rivela un’arma a doppio taglio

Collegato alla variabile tempo, lo smart working anima il dibattito. «Per l’82% dovrebbe diventare un diritto regolamentato, ma rispetto alla sua applicazione nel nostro Paese ci sono situazioni a macchia di leopardo» nota Mara Ghidorzi, Gender Expert di Fondazione Libellula. «Di fronte alla domanda se possa migliorare l’equilibrio vita-lavoro, gli uomini paiono più convinti delle donne. Certo, questa misura può essere una trappola se non è ben regolamentata. Se poi non è accompagnata da servizi di cura sul territorio, il doppio peso casa-lavoro resta concentrato sulle spalle femminili».

Spesso lo smart working ha complicato la vita alle donne

Alcune criticità dello smart working sono sollevate da Barbara Urdanch, pedagogista, formatrice AID, Associazione italiana dislessia, e membro del Comitato Scientifico di MyEdu: «Credo che abbia dei “sottintesi” a cui fare attenzione in termini di politiche di genere. Quante di noi si sono trovate a rispondere alle email da casa mentre gestivano mille altre cose o in videochiamata mentre cercavano di tenere tutto sotto controllo? C’è una differenza enorme tra alzarsi al mattino, prepararsi, andare in un luogo dove essere riconosciuta per il tuo ruolo professionale e vivere in uno spazio dove tutti i ruoli si sovrappongono senza respiro».

Si può essere un’ottima mamma e professionista al tempo stesso

«Troppo spesso» continua Urdanch «si pensa che lo stress derivi dall’ambiente lavorativo e che, invece, sia positivo stare a casa perché ti occupi anche di altre questioni. Ma così restiamo imbrigliate nello stereotipo di genere: con lo smart working riesco a essere una mamma migliore. La vera sfida è trovare un equilibrio autentico tra le tante dimensioni dell’essere donna, senza che una cannibalizzi le altre. La multidimensionalità è una ricchezza da valorizzare: io posso essere anche una brava professionista».

Cresce il desiderio degli uomini di fare i papà

Dati plebiscitari confermano i profondi cambiamenti di percezione della figura maschile: il 92% degli intervistati pensa che gli uomini dovrebbero dare priorità alla vita privata e alla famiglia e il 90% ritiene giusto che un uomo chieda aiuto in caso di stress o burnout, solo il 48% pensa debba essere giudicato in base al successo professionale. Questa riscrittura della rappresentazione del maschile si specchia anche sul tema dei congedi: oltre metà del campione vorrebbe quello di paternità di durata uguale a quello di maternità. Interessante che a chiederlo siano in primis gli uomini – 55% contro 48% – e che sottolineino anche la necessità di congedi per accompagnare la partner alle visite mediche in gravidanza, durante il parto, nel percorso di procreazione assistita.

Gli uomini sempre più spesso si interrogano sul diventare padri

«Come Osservatorio Maschile» dice il fondatore Claudio Nader, «la paternità è uno dei temi più coinvolgenti in assoluto che incontriamo. Ed è declinato su due fronti: sia il significato del diventare padri sia il rapporto con i propri padri, con il modello culturale della paternità. È uno snodo molto forte dell’evoluzione del genere maschile. Gli uomini sentono crescere l’esigenza di essere presenti nel periodo che porta alla nascita del figlio e poi in quello di cura del bambino».

Nelle risposte dei Boomer c’è una frustrazione inespressa

«Va sottolineato» continuan Nader «che a volere più spazio e più tempo sono i Boomer, che ora potrebbero diventare nonni più che padri. Dietro questo dato c’è spesso una frustrazione inespressa: la storia di uomini che, presi dal vortice della carriera, hanno perso l’opportunità di fare i padri quando era il loro momento. Quando si lascia il lavoro e cala la pressione su performance e carriera, spesso si cerca di recuperare terreno da nonni, esercitando quel tipo di cura verso i nipoti».

Restano forti i pregiudizi sui padri che prendono il congedo

La dichiarazione d’intenti così paritaria del ruolo genitoriale cozza però contro una realtà ancorata a ferrei pregiudizi. Il risultato della ricerca Ipsos Doxa pare inappellabile: il 74% pensa che un uomo che beneficia del congedo di paternità rischi di essere considerato negativamente dal capo e/o dai colleghi e dalle colleghe. «Lo confermo» dice Nader. «In un webinar che abbiamo fatto di recente un uomo ha confessato: “Mi chiamano first lady, mi prendono in giro perché mi occupo dei miei due figli”. In altri casi la scelta di usufruire del congedo di paternità è vista come uno scarso commitment verso il lavoro».

Un vero cambio culturale è un processo complesso

Come spiegare lo scarto tra ideali e realtà? «Dobbiamo fare molta attenzione alla distanza “silenziosa” tra quello che diciamo e quello che davvero pensiamo» avverte Urdanch di MyEdu. «Quello che viene esplicitato suona più aderente a quello che ci vogliamo sentir dire, mentre il cambiamento culturale capace di incidere sulla prassi quotidiana è un percorso molto più lungo e faticoso. Gli automatismi in cui siamo immersi sono radicati e riconoscerli è il primo passo per poterli trasformare davvero».

Serve anche una nuova leadership

Ghidorzi di Fondazione Libellula aggiunge: «È come se gli uomini accusati di “fare i mammi”, che vedono a rischio anche la propria carriera, stessero replicando le dinamiche che noi donne abbiamo vissuto e viviamo rispetto alla maternità. Questo suggerisce che c’è davvero bisogno di ripensare le metriche della leadership: il mondo cambia ed è richiesta attenzione al benessere personale. Si diffonde anche la consapevolezza che non siamo soltanto lavoratori e lavoratrici, ma persone con una vita privata e una famiglia».

I cambiamenti sociali ridisegnano i confini della famiglia

Accanto a stereotipi che resistono inscalfibili, si disegnano nuove dimensioni proprio della famiglia. «Un altro dato interessante è il riconoscimento del congedo a una persona indicata dalla madre, chiesto dal 74%: potrebbe essere il padre biologico ma anche qualcun altro, per esempio il partner convivente» dice Sacchi. «Questo risultato è un implicito riferimento alle famiglie omogenitoriali o alle famiglie ricostituite. Ma anche un nonno o una nonna potrebbe beneficiare del congedo: con l’innalzamento dell’età pensionabile molti nonni lavorano, ma avrebbero l’opportunità di contribuire almeno in parte alla cura dei nipoti». Certo è che nuove sensibilità rispetto al rapporto di coppia e la longevità hanno impatti forti sui confini della famiglia e, di conseguenza, anche sulla ridefinizione dei potenziali titolari delle attività di cura.

Ogni generazione percepisce in modo diverso le discriminazioni

LIl sondaggio fotografa non solo similitudini e differenze nelle risposte in base al genere, ma anche rispetto alle generazioni. Gli spunti di riflessione sono molteplici e importanti proprio perché lo snodo è culturale, quindi i bisogni e i desideri vanno approcciati con strumenti che tengano conto delle differenti variabili. Pellizzone fa notare come «siano soprattutto i Boomer, col 90%, a riconoscere nel diritto di voto un dovere civico, mentre la percentuale scende anche di oltre 10 punti tra coloro che appartengono alla Gen X, ai Millennial e alla Gen Z».

I giovani sono più ottimisti sul tema discriminazioni sul lavoro

Lo scarto generazionale si presenta anche rispetto alla percezione delle disuguaglianze sul lavoro. «Sente il problema il 67% della Gen Z, contro l’80% dei Boomer» spiega Sacchi. «Si rileva qui una sorta di ottimismo dei più giovani, perché probabilmente molti di loro non hanno ancora davvero toccato con mano le difficoltà su questo fronte». È d’accordo Nader: «Nei nostri incontri con gruppi di adolescenti e 20enni le ragazze spesso dicono: “Mi sono accorta delle discriminazioni solo dopo essere entrata nel mondo del lavoro, prima non mi sembrava esistessero”».

La Gen Z è anche più attenta alla salute mentale

Ghidorzi mette in luce un altro punto dove gli sguardi generazionali non collimano del tutto: «In una società dove il welfare si sta riorganizzando, alle aziende viene chiesto molto più che in passato, a cominciare dalla tutela della salute, sia fisica sia mentale. A quest’ultimo tema i giovani sono decisamente più attenti di quanto non lo fossimo noi alla loro età». Rispetto alla media, per la Gen Z sono più importanti l’ascolto dei dipendenti, tramite, per esempio, sondaggi e sportelli dedicati, il diritto alla disconnessione e la fruizione di un servizio psicologico gratuito o comunque economico.

I Millennial chiedono attenzione al benessere fisico femminile

Quasi la metà dei Millennial vorrebbe congedi o permessi retribuiti per questioni legate al benessere fisico femminile: per poter stare a casa in caso di dolori mestruali forti, per i percorsi di procreazione assisitita e di social freezing. Lo smart working è un fattore importantissimo per le nuove generazioni e le aziende che non lo forniscono hanno meno possibilità di attrarre talenti.

All’azienda oggi viene riconosciuta un’ampia funzione sociale

L’azienda, comunque, viene riconosciuta sempre più spesso come un luogo non esclusivamente produttivo, ma anche valoriale, con una funzione sociale: per questo entrano nella contrattualistica voci impensabili fino a pochi anni fa. «È una fase di passaggio che bisogna analizzare con sguardo attento, perché si possono creare frammentazioni e diseguaglianze tra gli stessi lavoratori e lavoratrici, con aziende che forniscono più supporto e altre che ne forniscono molto meno» avverte Ghidorzi. In questo momento di transizione, per alcuni aspetti promettente e per altri delicato, occorre evitare che si ampli il terreno fertile alle discriminazioni.

I pregiudizi vengono assorbiti fin da piccoli nell’ambiente in cui si cresce

Quale sia la generazione su cui è necessario agire è certa Barbara Urdanch: «Serve il giusto approccio pedagogico-educativo. Non risolveremo mai alla radice la questione dei diritti delle donne se non andiamo a lavorare sulla “generazione ponte”. Il pregiudizio nasce dal credere che certe persone abbiano determinate caratteristiche: per esempio, che le donne siano fragili, deboli, piagnone e che gli uomini debbano mostrarsi forti e non piangere. Non sono valori scelti consapevolmente, ma schemi assorbiti nell’ambiente in cui si vive. Se un bambino o una bambina cresce immerso in quella subcultura, la reitererà quasi inevitabilmente da adulto».

È cruciale il ruolo dell’educazione fin dalla scuola dell’infanzia

«Le cose cambiano se a scuola, e intendo fin dalla scuola dell’infanzia, scopre che esistono altri modelli possibili» aggiunge Urdanch. «Non serve una materia a parte: occorre uno spazio di riflessione nella didattica quotidiana, anche quando parliamo di storia, di grammatica, di matematica. È in quell’humus culturale, fatto di piccoli gesti e grandi domande, che bambine e bambini imparano che “io valgo quanto te e ho gli stessi diritti che hai tu”».

Le lettrici di Donna Moderna hanno una maggiore consapevolezza delle disuguaglianze

Nell’indagine di Ipsos Doxa c’è uno spazio dedicato alle lettrici e ai lettori di Donna Moderna. Nelle risposte, date nella maggioranza dei casi da donne, emergono una consapevolezza più marcata delle disuguaglianze e una richiesta più netta del riconoscimento dei diritti femminili, soprattutto sul fronte lavoro. È più “progressista” anche la posizione sui congedi: le lettrici Millennial, in particolare, sottolineano il fatto che, così come sono, risultano inadeguati. Quanto alle aspettative riposte nelle aziende, si sottolinea con forza l’esigenza di rispondere ai bisogni legati alla salute mentale, all’inclusione e alla violenza di genere.

Il nostro progetto proseguirà in autunno

Dall’8 marzo al 25 novembre: è l’arco temporale in cui si snoda la terza edizione del nostro progetto Libere e Uguali. Per una nuova idea di parità. Che in questo 2026 ruota attorno a tre date importanti. L’8 marzo, Giornata internazionale della donna abbiamo lanciato il grande sondaggio sui diritti, realizzato da Ipsos Doxa. I risultati, commentati in queste pagine, li diffondiamo ora, in occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica e 80° anniversario del primo voto delle italiane. Poi il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, presenteremo i risultati di un altro importante sondaggio sul linguaggio d’odio e la violenza in Rete.

Libere e Uguali è stato riconosciuto iniziativa del Patto per il Lavoro di Milano ed è stato realizzato con la collaborazione scientifica di: Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Milano Bicocca-Osservatorio Pari Opportunità, Fondazione Libellula, MyEdu, Permesso Negato, Osservatorio Maschile, Valore D.

Con il supporto di: Dolomiti Energia, essence, Generali, Banca Mediolanum, Mundys, Wind Tre