Nel 2006 Ilaria Capua, scienziata e virologa di fama mondiale, si distinse per una scelta profondamente lungimirante: invece di depositare la sequenza di un ceppo di influenza aviaria nel database protetto a cui avevano accesso una manciata di laboratori nel mondo, la rese pubblica e gratuita su GenBank, inaugurando così l’open science. Ne scrissero Nature, Wall Street Journal, New York Times. Quattordici anni dopo, quei database ospitarono le sequenze del Covid e il mondo poté sviluppare vaccini e diagnostici alla velocità che conosciamo. A spingerla, più che un atto di disobbedienza, fu la convinzione, maturata in anni di ricerca, che i sistemi chiusi frenino la conoscenza e la salute collettiva.
Il nuovo libro di Ilaria Capua è un manuale sulle barriere che frenano le donne sul lavoro

La stessa consapevolezza anima il suo nuovo libro Non mollate (Rizzoli), un manuale di resistenza nato dall’osservazione di una falla sistemica: ciò che in virologia si chiama “accesso negato” nelle professioni prende la forma di soffitto di cristallo, sessismo quotidiano, nepotismo, giudizio sulla maternità. Capua lo racconta attraverso storie vere di ricercatrici e professioniste intrappolate in quei meccanismi e propone strumenti concreti: una “resistosfera”, così la chiama, arsenale di virtù concrete, dalla perseveranza all’autostima, perché il cambiamento è lento e nel frattempo bisogna restare in piedi. Anche lei ha dovuto attraversare i suoi gironi infernali, in particolare una tempesta giudiziaria da cui è stata prosciolta, non prima di aver ricominciato da zero negli Stati Uniti. A 60 anni è tornata in Italia e sente che è tempo di restituire.
Professoressa, so che tiene molto a questo titolo.
«L’affermazione passa anche attraverso le parole. Mentre a un maschio, in ambito accademico o medico, viene riconosciuto subito il titolo di “professore”, per la donna la tendenza è quella di scivolare verso la “dottoressa” o, peggio, la “signora”, anche quando si è raggiunta la condizione di ordinarie da tempo. È la rivendicazione di un rango e di una fatica che non devono essere sminuiti».
Cosa l’ha spinta a scrivere il libro proprio ora?
«Questo giro di boa l’ho sentito: i 60 anni hanno coinciso con il ritorno definitivo in Italia e una nuova fase. Ora insegno alla Johns Hopkins University a Bologna, tengo corsi alla Bocconi e vedo tante ragazze incredibilmente talentuose. Molte si perdono per strada. Sono anni che parliamo di donne nelle STEM e di parità, ma siamo sempre fermi a quel dannato 30% di rappresentanza, nell’Accademia e nelle posizioni di vertice».
Cosa causa la stagnazione?
«Un maschilismo strutturale, che porta a sprecare soldi e talento. L’Italia spende circa 8.992 dollari all’anno per la formazione di ogni studente universitario. Poiché le studentesse sono oltre 1 milione, l’investimento che la collettività sostiene ogni anno per la loro istruzione sfiora i 9 miliardi di dollari. Quando queste studentesse modello o professioniste eccellenti vengono respinte dal sistema o indotte alla fuga, il Paese subisce un’emorragia di capitale umano stimata in ben 134 miliardi di euro. Il sistema cambia, ma non a una velocità tale da garantire alle 40enni o 50enni di oggi i ruoli apicali che meriterebbero. Questa è una call to action: ragazze, a voi stesse ci dovete pensare voi. Sentirsi vittime alimenta un circolo vizioso; bisogna resistere per renderlo virtuoso».
Per le donne resta difficile conciliare professione e maternità
Uno dei nodi è il tema della maternità.
«È una trappola culturale. Se una ricercatrice resta incinta, le dicono: “Del dottorato riparliamo quando avrai finito”. Il sistema la punisce come se fare figli fosse uno sfizio privato; anzi, punisce tutte: se hai troppi figli o nessuno; se vuoi rientrare presto dal congedo o ci resti troppo a lungo. È la leaky pipeline, il “tubo che perde”: formiamo intelligenze eccellenti e poi le lasciamo parcheggiate, dando per scontato che la famiglia sia un limite insuperabile solo per loro».
Il libro è articolato attorno a storie spesso dure. Perché ha scelto questa formula?
«Per far capire alle ragazze e alle giovani donne che ciò che subiscono non è imputabile a una loro mancanza, ma a un meccanismo strutturale. All’inizio del libro introduco un episodio personale, quasi grottesco. Un rettore, dopo avermi consegnato un premio alla carriera, chiosa un discorso sul gender gap dichiarando: “Qui le professoresse al rettore ci portano la crostata, e la crostata al rettore ci deve pure piacere”. Il merito ridotto a sottomissione domestica. Per anni ci siamo tenute dentro questo e altro per vergogna, è il momento di reagire».
Il meccanismo di affiliazione tra maschi è molto rodato
Come opera concretamente il sistema di esclusione?
«Il potere maschile ha un meccanismo di affiliazione elementare, simile a quello degli insetti. Funziona per impulsi chimici: i maschi si trovano al bar o al calcetto, creando un’intesa che abbatte le gerarchie e genera una “colla” da cui siamo escluse. La mia generazione era come il rospo abbagliato dai fari: spaventata e passiva. Le ragazze di oggi, che considerano la parità un diritto, ricevono una batosta ancora più violenta perché inaspettata».
Anche lei ha subito qualche batosta, una in particolare.
«L’accusa di essere una “trafficante di virus” mi ha distrutto la carriera in Italia e strappato la reputazione di dosso. Mi ha colpito tre volte: come scienziata, come parlamentare – ero stata eletta nel 2013 con Scelta Civica – e come donna. Se fossi rimasta in Italia, sarei finita in un “cimitero di elefanti”. L’Università della Florida mi ha permesso di ricominciare dove contava solo il merito. Sono stata prosciolta: l’accusa è evaporata perché non c’era base per procedere. Ma aspetto giustizia civile per la diffamazione: l’appello è stato rinviato a dicembre 2027. È una ferita che ancora urla».
Ilaria Capua ha introdotto il concetto di Salute Circolare
Negli Usa ha elaborato il concetto di Salute Circolare.
«È un cambio di paradigma che supera la visione antropocentrica per abbracciare un modello in cui salute umana, animale e ambientale sono un sistema interdipendente, dove l’equilibrio di ogni componente è la condizione necessaria per la sostenibilità e la sopravvivenza delle altre. L’ho teorizzato negli Stati Uniti ma ho deciso di riportarlo qui. Al mio rientro, ho trovato un’Italia lenta, è vero, ma questa lentezza a volte preserva diritti e valori, come la sanità pubblica, che altrove si sgretolano. L’Europa oggi deve essere il faro nella tempesta. Il “letto è freddo” dalla parte degli alleati transatlantici, che non ci sono più sui grandi progetti comuni; dall’altra parte c’è la Cina, che non condivide i nostri valori. Solo noi europei possiamo guidare questa visione».
Ha deciso di intitolare la promozione del libro “Crostata tour”.
«È un modo per sdrammatizzare, un’altra risorsa indispensabile. Il libro inizia e finisce con una crostata. L’ho celebrato con la “crostata Yayoi Kusama”, un riferimento all’artista giapponese e al suo universo creativo fatto di pois: al posto della griglia sulla marmellata, che m’annoia, uso i pallini di pasta frolla schiacciati. Rompono gli schemi e contengono un messaggio: le cose si possono fare in modo diverso; datevi tre possibilità prima di mollare. E se proprio il sistema cerca di schiacciarvi… portategliela, quella crostata, ma usatela come oggetto contundente, con tutto lo stampo!».