Ricercatrice ospedale

Non avere figli non è una colpa


Quando una coppia non riesce ad avere figli, per tutti (per la coppia stessa), la causa è la donna. A me è successo così, ma credo che sia un meccanismo mentale piuttosto comune. E sono sempre le donne le prime a sottoporsi ai controlli, alle visite ginecologiche più svariate.

E così iniziano i controlli

Ho iniziato con le analisi prematuramente dopo appena 4 mesi di tentativi falliti (come racconto qui).

I medici dicevano che, dagli esami di routine, tutto sembrava nella normalità e che quindi era solo una questione di tempo: prima di allarmarsi dovevano passare almeno due anni di rapporti mirati, che tradotto significa “fare l’amore nei giorni in cui si è fertili” e ovviamente rilassarsi e restare serene. Con un ciclo irregolare non mi ero mai soffermata su questo punto: per restare incinta devi beccare i giorni giusti, e chi ci aveva mai pensato? Lo ignoravo.

Così ho iniziato a studiare il mio corpo, leggevo tutto quello che trovavo su internet, mi inventavo sintomi inesistenti. Continuavo le mie visite, andando per esclusione: pap test, ecografie, dosaggi ormonali. Per arrivare agli esami più specifici: isterosalpingografia, per capire se le mie tube fossero aperte; ormone anti- mulleriano, per conoscere la mia riserva ovarica. Dai controlli sembravo sana come un pesce.

Siamo poi passati ai monitoraggi per tenere sotto controllo l’ovulazione. Ero in gabbia: ogni mese almeno per tre giorni mi dovevo sottoporre al controllo, nulla di invasivo, ma psicologicamente mi sentivo a terra.L’amore si faceva a comando, nei giorni giusti. Non esisteva più la scintilla, l’inaspettato momento di passione e la colpa era solo mia.

Anche per lui arriva l'ora degli esami

Anche per mio marito, dopo un pressing estenuante, era arrivata l’ora degli esami di routine. Quando abbiamo scoperto che gli spermatozoi del mio energico consorte erano molto pigri, in casa è sceso il silenzio. Lui si sentiva colpito nell'onore, nella virilità.

Io ero combattuta: da una parte provavo rabbia verso mio marito per il tempo che aveva perso prima di decidersi a fare una visita dall'andrologo, (tempo in cui mi ero colpevolizzata, in cui mi ero rotta la testa per cercare di capire cosa avevo di sbagliato), dall'altra c'erano lui e i suoi occhi tristi. Provavo a stargli vicino, poi però, nei giorni decisivi per restare incinta, lo caricavo di responsabilità e fare l'amore non era più un modo per dirsi “ti amo, ti desidero, ho bisogno di te”. Ma un atto meccanico, uno strumento per raggiungere un obiettivo.

La sofferenza della coppia

Io e lui, un passettino alla volta, senza nemmeno accorgercene, ci stavamo allontanando. Fino al giorno in cui si è bloccato, non è riuscito ad andare avanti. Mi sono sentita rifiutata, umiliata, ero troppo accecata dal mio grande dolore per capire cosa stavo facendo al mio uomo e non mi rendevo conto che stavo perdendo l'essenza stessa della mia esistenza. Quella notte abbiamo parlato come mai prima, abbiamo pianto e abbiamo asciugato l'una le lacrime dell'altro.

Da allora tutto è cambiato: ci siamo io e lui e il nostro desiderio di avere un figlio, ma prima di tutto, io e lui. Lui ha proseguito i controlli e iniziato una cura vitaminica, io ho provato con la stimolazione ovarica. Oggi ci amiamo più di prima e ogni mattina, quando lo guardo dormire penso che lo sposerei ogni giorno della mia vita.

Quando i figli non arrivano e ci si scontra con parole come infertilità e sterilità, è importante restare uniti. Parlare, spogliarsi dei sensi di colpa. Non avere figli non è una colpa, è semplicemente un'ingiustizia.


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