Fa discutere la storia di Caroline Tapken, un’anonima (fino a oggi) signora inglese, divorziata, che a 65 anni, dopo una carriera durata quarant’anni, ha preso una decisione che a molti suona come un sacrilegio: non lascerà alcuna eredità perché – dice – «I nostri soldi non sono il salvadanaio dei figli».
Dove spende i suoi soldi Caroline Tapken
Caroline pensa che il suo patrimonio – come racconta al Daily Mail – non sia un salvadanaio da tramandare, ma un tesoro da spendere interamente in viaggi ed esperienze. Che ha già iniziato a viversi: prima dell’Antartide, dove ha appena speso 18mila sterline, ha veleggiato nei Caraibi. Ora sta pianificando un’altra traversata tra Europa e Caraibi (dalle 6mila alle 8mila sterline), per poi fare una piccola parentesi più cheap a Cracovia e, a seguire, un campo natura a salvare la tartarughe in Sri Lanka. Ma beata lei!
Tra i 65 e i 75 anni: gli anni d’oro per spendere i nostri soldi
Senza alcun humour inglese, ma in modo assolutamente logico, Caroline ribalta le paure tipiche della terza età: il vero rischio di chi si affaccia alla pensione non è finire i soldi prima del tempo, ma arrivare con i risparmi intatti e non avere più la salute per poterseli godere. Per questo, Caroline Tapken considera la fascia tra i 65 e i 75 anni come gli “anni d’oro” in cui massimizzare la propria vita prima che sia troppo tardi.
La Tapken come Sting, ma con una bella differenza
La scelta di Caroline, per quanto possa sembrare radicale, si inserisce in un filone di pensiero abbracciato da numerosi personaggi pubblici che però ci ispirano meno simpatia perché lei, Caroline, è una donna del ceto medio, una lavoratrice “standard”., molto più simile a noi per quanto riguarda il patrimonio. Quando leggiamo che star del calibro di Sting, Daniel Craig, Gordon Ramsay, e magnati come Bill Gates e Warren Buffett (in Italia, c’è il nostro Luca Barbareschi) non lasceranno le loro immense fortune ai figli per lasciarli camminare sulle proprie gambe, pensiamo una cosa sola: che tanto, con quel nome, i loro figli non avranno problemi a trovarsi un lavoro. E vuoi che non abbiano già qualche immobile intestato? O una piccola partecipazion, magari occulta, in qualche società?
Essere genitori ci rende un bancomat a vita?
Tutto ciò ci spinge a chiederci il vero significato del dovere di noi genitori. Da un lato, emerge l’idea della genitorialità come una colpa originaria e un debito inestinguibile. C’è chi sostiene che mettere al mondo un figlio sia un puro atto di egoismo e, poiché i figli non ci hanno chiesto di nascere, spetta a noi genitori mantenerli e garantire loro risorse finanziarie “fino alla fine”. È la visione di un cordone ombelicale economico che non si recide mai.
Dall’altro lato, c’è la rivendicazione legittima di chi ha già dato tutto. Molti (io compresa) ritengono che il dovere di un genitore finisca nel momento in cui il figlio diventa un adulto formato e indipendente. Perché, dopo aver dedicato decenni, pagato gli studi e cresciuto i figli con intelligenza, un genitore dovrebbe continuare a sentirsi in debito? Godersi i frutti dei propri sacrifici non significa fare un torto alla prole, ma smettere di pagare pegno fino alla morte per il peccato mortale di aver generato, riappropriandosi della propria vita.
Il ricatto emotivo della vecchiaia: chi spende tutto resterà solo?
Ma è sul ricatto emotivo della vecchiaia che la questione si fa davvero interessante e spinosa. Ed è in questo magma che rimesta il messaggio della Tapken: perché il terrore di molti di noi – ammettiamolo – è che, chiudendo i rubinetti dell’eredità, si prosciughi l’affetto. La paura insomma è che chi spende tutto si ritroverà “solo come un cane” in un letto d’ospedale, senza badanti e abbandonato dai figli.
È qui che dobbiamo chiederci: è davvero questa l’idea di famiglia in cui crediamo? Un contratto dove l’amore dei figli si compra con un testamento? Se è così, se anche noi abbiamo questa paura, vuol dire che nella nostra famiglia affetto e conto in banca viaggiano abbracciati. Che l’uno dipende dall’altro e che solo aprendo il portafoglio si possa ricevere solidarietà e vicinanza.
In una famiglia sana la questione non si pone neanche
Se invece i figli sono stati trattati con amore e supportati, la questione finanziaria sfuma in secondo piano. In una famiglia sana, in cui i genitori per decenni hanno cercato di fare il possibile per i loro figli, tener loro la mano negli ultimi giorni di vita non è una transazione per incassare l’assegno, ma un dovere morale e un gesto d’amore incondizionato. Se i figli si aspettano un premio in denaro per non abbandonarti, forse l’errore educativo sta proprio a monte.
Alla fine, la storia di Caroline ci insegna una lezione vitale. Non ha senso privarsi di tutto campando come malati per morire ricchi. L’eredità più grande non è un bonifico post-mortem, ma l’aver insegnato ai propri figli a vivere in autonomia. E, fatto questo, avere il coraggio e il diritto di spendere gli ultimi, preziosi anni della propria vita, viaggiando leggeri. Senza alcun senso di colpa.