Il gruppo Facebook pro telecamere in asili e ospizi

27 07 2016 di Lorenza Pleuteri
Credits: Olycom

Abbiamo intervistato una delle mamme che su Facebook hanno creato un gruppo per chiedere l’installazione di sistemi di sorveglianza nelle scuole per i più piccoli e nelle strutture per anziani e disabili. Gli iscritti sono quasi 50.000. Alla Camera è stata data un’accelerazione all’iter legislativo

Cristina Montuoro, la mamma che ha creato su Facebook il gruppo #Sì alle telecamere
È una mamma di 41 anni, bolognese, la donna che assieme a un pugno di amiche ha creato su Facebook il gruppo chiuso #Sì alle telecamere, schierato per chiedere l’installazione obbligatoria di “occhi elettronici” in nidi, asili, elementari, case di riposo e comunità per disabili e minori.

Si chiama Cristina Montuoro. Ha due figli piccoli. Fa la psicologa e la psicoterapeuta e lavora come educatrice di quelli che chiama “bambini speciali” , nelle scuole. In pochi mesi, supportata da altre mamme emiliane, online è riuscita a raccogliere l’interesse e l’iscrizione di quasi 50.000 persone, per la precisione 49.924. Un buon successo ha anche il sito internet che affianca la pagina social (sialletelecamere.jimdo.com). Un numero di cittadini – e di elettori – non indifferente.

Alle proposte di legge che giacevano da tempo alla Camera se ne sono aggiunte altre, sempre sul tema. Il dibattito ha ripreso vigore. E in sede di commissioni riunite  – Affari costituzionali e Lavoro – si è messa in moto la macchina che potrebbe portare a breve all’approvazione di norme ad hoc, trovando la sintesi tra testi radicali e posizioni più sfumate e tra tutele dei più deboli e diritti dei lavoratori.  In questi giorni si stanno completando le audizioni di sindacati, associazioni, esperti e garanti per la privacy e l’infanzia.

Signora Montuoro, ci racconta come è cominciata?
“Il gruppo Facebook è nato per caso. Una mia amica mi ha mandato la petizione di Giuseppe Spedicato, promossa per raccogliere firme  sempre a sostegno delle telecamere, una delle tre che circolano. A mia volta l’ho girata a  altre mamme.  E siamo partite con questa avventura sul social, a marzo. È stato un boom di adesioni. Nel primo week end ne abbiamo avute 20mila. In pochi mesi siamo arrivate vicino a quota 50mila. Non sapevamo niente di gestione delle pagine web, moderatori, filtri per i post più estremi. Per imparare, e portare avanti l’iniziativa, abbiamo fatto tante notti in piedi. Per me è stato come inventarmi un terzo lavoro, ma ne è valsa la pena. So che ci sono posizioni contrarie, ostili. È inevitabile. Questo tema è delicato e può dividere, però riguarda tutti. Qualcosa bisogna fare”.

Chi c’è in questo gruppo, corteggiato anche da politici di vari partiti?
“Il nucleo iniziale è emiliane, le adesioni sono arrivate da un po’ tutta l’Italia. Non siamo unicamente mamme. Ci sono anche papà e nonni e nonne.  Ci seguono molti insegnanti, educatori, operatori del settore.  Stanno nel gruppo pure persone senza figli. Pensano alla vecchiaia, a come verranno trattati nelle case di riposo, a chi li difenderà.  Abbiamo cominciato a essere lette e contattate anche da alcuni deputati. Ma noi restiamo apolitiche e apartitiche”.

Quali sono le vostre richieste?
“Non solo telecamere. Chiediamo che in tutte le strutture con minori e con persone non in grado di difendersi, dai nidi alle residenze assistite per anziani e disabili, il personale venga selezionato con test psico-attitudinali e con una valutazione completa. La laurea è un primo filtro, non è sufficiente. Il lavoro che si chiede è difficile, molto difficile. Bisogna essere in grado di gestire l’ansia e lo stress.  Per questo sono necessarie anche verifiche periodiche della stabilità emotiva degli operatori.  Nelle materne il rapporto è di 28 bimbi per  ogni insegnante. La stanchezza e i cedimenti ci possono stare, ma ci deve anche essere la capacità di riconoscerli e di regolarsi di conseguenza”

Torniamo alle telecamere e alla necessità di contemperare i diritti di tutti, lavoratori compresi…
“Lo scopo è evidente dei sistema di videosorveglianza è evidente: proteggete chi non è in grado di difendersi da solo. Il modello che proponiamo non è quello delle web cam visionabili anche dai genitori. L’accesso alle riprese dovrebbe essere una prerogativa esclusiva delle forze di polizia. Telecamere e immagini servirebbero per ridurre notevolmente i tempi di indagine in caso di segnalazioni e esposti , prevenire abusi, tutelare gli  stessi lavoratori,  fornire materiale oggettivo a sostegno degli operatori che assistono a maltrattamenti e vessazioni e decidono di denunciare un collega”.



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