La nostra vita un anno dopo il terremoto

23 08 2017 di Alessandro Scotti
Credits: Alessandro Scotti

Noi di Donna Moderna abbiamo seguito in questi mesi la vita di Accumoli, il paese in parte distrutto dal terremoto. La raccontiamo nello speciale #Ricominciamo, con i testi e le foto bellissime di Alessandro Scotti. Qui trovate le storie di alcune famiglie e di come hanno ripreso a vivere, un anno dopo il sisma del 24 agosto del 2016

I numeri del terremoto di un anno fa sono spaventosi. Sono 299 le vittime del sisma in Centro Italia, 238 le persone estratte vive dalle macerie, 388 i feriti. La prima scossa, di magnitudo 6, è stata il 24 agosto del 2016 fra Accumoli (Ri) e Arquata del Tronto (Ap). La più forte, di magnitudo 6,5, è stata il 30 ottobre 2016 tra Norcia e Preci, in Umbria. 9.215 sono gli sfollati, 131 i Comuni nel cratere del sisma, tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. 3.805 le casette richieste. 396 le casette consegnate. 

Dopo aver seguito e documentato per un anno le persone del luogo e i lavori di ricostruzione nel nostro speciale #Ricominciamo, qui raccontiamo alcune storie di chi è rimasto e, in qualche modo, ha ripreso a vivere.

La famiglia Pica

«Ci siamo detti: restare per ricostruire. Presto apriremo un agricampeggio» I Pica sono gli “irriducibili” di Accumoli. In un anno di viaggi fra queste montagne - colpite da un susseguirsi incessante di scosse dopo la prima, devastante, del 24 agosto scorso - li ho visti dormire in roulotte, affrontare la neve, resistere in una casetta mobile. Per quanto le condizioni fossero difficili e l’isolamento faticoso, Guido, Katia e i loro 4 figli da qui non si sono mai mossi. La prima volta che li ho incontrati, a novembre, discutevano animatamente sul dovere di resistere: «Come si fa a ricostruire un territorio se lo abbandoniamo?». La loro casa era rimasta in piedi: la usavano come base durante il giorno, di notte dormivano in roulotte per sicurezza. Sono tornato in pieno inverno e li ho ritrovati lì, barricati.

Gli unici a visitare la piccola comunità familiare che i Pica si erano costruiti intorno accogliendo qualche amico erano i militari di ronda nelle zone più impervie del territorio. I ragazzi, che non frequentavano la scuola, avevano costruito un igloo in giardino e si occupavano di mucche, maiali e pecore nella stalla dietro l’orto. Gli adulti, intanto, lavoravano nella piccola macelleria alle spalle della casa: con la carne, gli affettati e i prodotti stagionati hanno continuato a rifornire 8 negozi di alimenti bio a Roma. I Pica sono stati criticati in paese per le loro scelte, ma non hanno mai tentennato. E, a torto o a ragione, hanno perfino cercato di trasformare la disgrazia del terremoto in un’opportunità. Dopo il disgelo, hanno iniziato a terrazzare parte della loro proprietà, hanno portato acqua ed elettricità, si sono procurati 8 casette e le hanno collegate agli impianti. Oggi, in piena estate, sono pronti ad inaugurare un agricampeggio con mobile home e piazzole attrezzate per tende. Il salotto di casa, dove per mesi mi hanno accolto nelle nostre lunghe cene, è diventato un bar, con bancone e listino prezzi. Aspettando l’arrivo dei turisti.

I coniugi Di Stefano

<p>Stefano e Ionela all’ingresso della casetta che è stata assegnata loro nel nuovo villaggio di Accumoli</p> Credits: Alessandro Scotti

Stefano e Ionela all’ingresso della casetta che è stata assegnata loro nel nuovo villaggio di Accumoli

«Siamo riusciti a recuperare l’orto e gli animali: possiamo ricominciare» A San Giovanni, piccola frazione di Accumoli arroccata tra i monti, già prima del terremoto i residenti erano appena 5. A novembre dell’anno scorso, 3 mesi dopo la prima scossa, non erano rimasti che Stefano Di Stefano e sua moglie Ionela. Dietro la loro abitazione distrutta, sotto una tettoia, c’era una vecchia roulotte. «Questa ora è casa nostra» mi aveva accolto Stefano. Prima manovale, poi autotrenista, fornaio e infine pensionato, non gli era davvero rimasto nulla. «Non ce la facciamo più. Arriva l’inverno e noi non siamo giovani. Qui da soli non ci possiamo stare». Perciò, dopo aver regalato gli animali, i Di Stefano stavano lasciando la loro terra per andare a Craiova, in Romania, da dove viene Ionela. «Manco el bagno c’hanno fatto mettere: m’hanno detto che era abuso edilizio...».

Stefano, lontano da San Giovanni, non aveva mai vissuto: «Ma è inutile cumbatte cu’ u’ vento» mi aveva detto salutandomi. A marzo lui e Ionela sono rientrati, e hanno ricominciato a lottare contro il vento. Quando sono tornato a San Giovanni, a Ferragosto, hanno insistito per prepararmi il pranzo con i prodotti provenienti dall’orto e dagli animali che hanno recuperato dagli amici: uova, pomodori, formaggi, carne. Stefano e Ionela adesso hanno anche un altro motivo per essere contenti: una casetta nel nuovo villaggio di Accumoli. Ci vanno la sera: di giorno Stefano si occupa dei campi qui a San Giovanni e Ionela lavora come colf. La loro casetta è pulitissima, ordinata, come sono sempre state le loro cose, pur nella precarietà in cui hanno vissuto per quasi un anno. All’imbrunire, tornato da San Giovanni, Stefano si cambia e si prepara a cenare con Ionela, finalmente in salotto. I Di Stefano sono fra gli sfollati più in difficoltà che io abbia incontrato, eppure sempre dignitosissimi e generosi. Vederli finalmente al coperto, in una casa, mi fa pensare che anche qui si possa ricominciare.

Felice e Martina Olivieri

<p>Padre e figlia, dopo il terremoto hanno vissuto in hotel. Adesso abitano in 2 nuove casette ad Accumoli </p> Credits: Alessandro Scotti

Padre e figlia, dopo il terremoto hanno vissuto in hotel. Adesso abitano in 2 nuove casette ad Accumoli 

«Abbiamo visto demolire la casa di famiglia, ma ora abitiamo di nuovo vicini» La prima volta che sono arrivato all’Hotel Relax di San Benedetto del Tronto, dove erano stati trasferiti molti degli abitanti di Accumoli, Felice mi aveva colpito per la dolcezza. Sua moglie, mancata qualche anno fa, era del paese. Vivevano a Roma con la figlia Martina, ma in paese avevano la seconda casa dove passavano le vacanze. Martina, 10 anni fa, innamorata di Accumoli e di un accumolese, ha deciso di trasferirsi lì. I genitori l’hanno seguita poco dopo: abitavano in 2 case a poche decine di metri di distanza. Appena dopo la prima scossa, padre e figlia si erano trasferiti a San Benedetto per dare una sistemazione più comoda ai 2 bambini di lei, ma continuavano a fare avanti e indietro da Accumoli.

Ad aprile mi hanno permesso, con grande generosità, di accompagnarli ad assistere alla demolizione della casa di famiglia, parzialmente crollata per le scosse: un bell’edificio di fronte a una torre storica ora puntellata, in pieno centro. I Vigili del Fuoco li avevano aiutati a recuperare ciò che era possibile: quelle piccole cose che ognuno di noi raccoglie senza che abbiano particolare importanza ma che, quando si perde tutto, diventano i cimeli di una vita rimasta intrappolata in una casa pericolante. La demolizione fu un processo lento e doloroso: il braccio meccanico attaccava le pareti con il suo puntone, sfondandole e rendendo pubblica alla vista la memoria privata conservata nelle stanze. Martina e Felice non avevano mai smesso di guardare, con dignitoso dolore. Li ritrovo adesso, a un anno di distanza da quella notte del 24 agosto, finalmente sorridenti. A Martina, suo marito e i bambini, è stata assegnata una casetta di 80 metri quadri con un bel panorama nel nuovo villaggio di Accumoli: ci sono entrati in questi giorni. La casetta di Felice è a pochi metri di distanza, nella stecca di abitazioni appena più a valle. Martina ha ricominciato a lavorare al ristorante La Vecchia Ruota sulla via Salaria. Sembra finalmente che la vita possa riprendere.

Le sorelle Aloisi

<p>Ludovica ed Elisa Aloisi accanto alla casetta in legno che il padre Clemente ha comprato lo scorso autunno e ha montato nel giardino. Di notte dormono qui, di giorno stanno in casa</p> Credits: Alessandro Scotti

Ludovica ed Elisa Aloisi accanto alla casetta in legno che il padre Clemente ha comprato lo scorso autunno e ha montato nel giardino. Di notte dormono qui, di giorno stanno in casa

«Ancora adesso passiamo la notte fuori: abbiamo bisogno di tornare alla normalità» Ho conosciuto Ludovica poco dopo Natale, insieme ad altre alunne della scuola media Capranica di Amatrice. Parlavano dell’emergenza con una schiettezza che mi lasciò stupito: ripetevano Map (Modulo abitativo provvisorio) e Musp (Modulo a uso scolastico provvisorio) come fosse la cosa più normale del mondo. La casa di Ludovica, a Cittareale, ha retto alle scosse perché il papà Clemente l’aveva costruita in cemento armato. Alla sua destra c’è però una Map di legno. «Dopo il 24 agosto abbiamo dormito in auto, piantato una tenda in giardino, siamo stati in garage» mi ha raccontato la mamma Sabrina quando ho conosciuto tutta la famiglia quest’inverno. «Parlavamo dell’ipotesi di una casetta, ma non ci decidevamo. La scossa del 30 ottobre ha fugato i dubbi: l’abbiamo comprata subito. Di giorno stiamo a casa, di notte nella casetta».

Quella volta ho incontrato anche Elisa, la sorella maggiore di Ludovica, che studiava per l’esame di maturità. Oggi Elisa ha preso il diploma e ha deciso di tentare la carriera di maestra di sci. Intanto si dedica alla onlus La Via del Sale, che ha creato con altri ragazzi della zona per raccogliere fondi per regalare casette agli sfollati: finora ne hanno consegnate 25. Ludovica frequenta il campo estivo e mi racconta che da tutta Italia offrono a lei e ai compagni attività di formazione. «Dobbiamo saper vedere ciò che, nella disgrazia, il terremoto ci ha portato di buono» riflettono Sabrina e Clemente. «Ma adesso abbiamo bisogno di normalità, l’emergenza ci ha impedito per un anno di pensare al futuro». Le notti, ora, le passano in casa? «No, abbiamo provato molte volte a rientrare a dormire però non ci siamo riusciti».

Riproduzione riservata