Altro che registro elettronico e notifiche sul telefonino, da leggere al riparo dagli sguardi indiscreti pronti a registrare l’altrui disperazione. Fino a qualche tempo fa, per scoprire l’esito degli scrutini bisognava per forza tornare a scuola. Dove, in genere nell’atrio, venivano affissi i cartelloni. Lì davanti si accalcava un’umanità intera alla ricerca del proprio nome con il cuore in gola. Tra sospiri di sollievo ed espressioni patibolari, si scioglieva il dubbio: “ammesso o non ammesso?”. Pubblicamente, in modo corale e, talvolta, decisamente traumatico.

È proprio dal ricordo di quel rito ad alto tasso d’ansia che parte il nuovo libro del giornalista Rai Federico Mello, Elogio della bocciatura – Perché la tua più grande paura può diventare la tua più grande opportunità (Edizioni BIT). Un po’ saggio un po’ racconto autobiografico, ricco di consigli e riflessioni per i ragazzi che stanno per scoprire (o hanno appena scoperto) di essere stati bocciati. Com’è capitato a lui in terza superiore.

Bocciatura: ostacolo o trampolino?

Ogni anno in Italia circa 150mila studenti delle scuole superiori vengono bocciati: il 5-6% del totale, secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Una moltitudine di ragazzi affranti a cui Federico Mello dedica il suo libro, come fosse «uno zio o un amico più grande, che ti vuole bene e con il quale puoi parlare liberamente. Qualcuno che ti prende sul serio». L’obiettivo è far capire ai bocciati che quel “non ammesso” è certamente difficile da affrontare ma, lungi dall’essere la tragedia che sembra sul momento, può rappresentare addirittura un’opportunità. Per crescere e svoltare.

La bocciatura come lettera scarlatta

«La bocciatura fa male per tanti motivi» racconta Federico Mello. «È pubblica (adesso, con i social, più che mai). Ti separa dagli amici. E soprattutto rischia di trasformarsi in un’etichetta permanente» spiega Federico Mello. È forse questo il risvolto più doloroso. Perché a 16 anni non pensi: ho avuto un problema a scuola. Pensi: io “sono” il problema.

«La bocciatura arriva in un momento della vita in cui non hai ancora l’esperienza e gli strumenti per distinguere tra un singolo episodio e il tuo valore personale: fatichi ad allargare l’inquadratura, a considerare quello che ti succede dalla giusta prospettiva. Senti di avere stampata addosso una lettera scarlatta da cui non ti libererai mai più. Quel “non ammesso” può sbriciolare l’autostima: rischi di non viverla come una battuta d’arresto ma come una profezia nefasta sul futuro».

L’insicurezza che spinge a mettersi in gioco

Futuro che, invece, per un ragazzo delle superiori è ancora tutto da inventare. «Io mi sono liberato definitivamente dall’etichetta di “bocciato” all’università quando, incredulo, ho preso il primo trenta e lode» racconta Mello. «Un vero riscatto e, al tempo stesso, la scoperta che quell’inciampo al liceo non aveva affatto fotografato le mie capacità, tanto meno aveva deciso il mio destino».

La verità è che una certa dose di insicurezza non è sempre un male. «Anzi: ti tiene sulle spine, ti spinge a metterti in gioco. Ho visto tanti ex “secchioni perfetti” bloccarsi nella vita, proprio perché abituati a non sbagliare mai. Chi ha già avuto a che fare con una caduta sviluppa una resistenza diversa. In alcuni momenti critici, a me è capitato di pensare: “Queste sensazioni, questi ostacoli, li conosco, li so gestire”. Come se avessi in dotazione una sorta di superpotere».

A caccia del proprio talento nascosto

Dopo una bocciatura si può interiorizzare il fallimento, convincersi di valere poco. «Ma per fortuna capita più spesso che, dopo una prima fase di comprensibile smarrimento, si riesca a usare quell’esperienza per ripartire e conoscersi meglio» spiega Mello. È qui che entra in gioco uno dei concetti più cari all’autore, quello del daimon, la vocazione personale. «Spesso a scuola si ragiona come se esistesse un solo tipo di intelligenza. In realtà le intelligenze sono diverse e non tutti hanno le stesse attitudini. C’è chi ha talento per la scrittura, chi per la musica, chi per il lavoro manuale, chi per le relazioni umane. Una bocciatura può diventare l’occasione per individuare la propria passione e inclinazione».

Del resto, ricorda Mello, la lista dei “bocciati illustri” è molto lunga. Nel libro compaiono personaggi amatissimi che hanno fatto scivoloni scolastici anche importanti. Da Fiorello, bocciato più volte alle superiori, ad Alberto Angela, che ha dovuto ripetere la quinta elementare. «Per fortuna la vita è molto più lunga, imprevedibile e complessa di una pagella».

Che fatica vivere sotto gli occhi del mondo

Il contesto in cui crescono i ragazzi di oggi, però, rende il fallimento scolastico più difficile da digerire. «Gli adolescenti si sentono già costantemente sotto esame» osserva Mello. «Con i social, vivono su un palcoscenico, di fronte a migliaia di persone. Una volta il confronto era limitato a un gruppo ristretto di persone. Ora il riscontro arriva in tempo reale con i like, i commenti, le visualizzazioni». L’effetto è prevedibile: più ansia, meno lucidità, meno capacità di accettare gli insuccessi.

«Ai miei tempi potevi stare nella massa grigia, senza essere né figo né sfigato. Oggi sottrarti a giudizi e aspettative è impossibile. Non a caso diversi studi mostrano che molti adolescenti avrebbero preferito nascere in un’epoca pre-social». La responsabilità è degli adulti. «Abbiamo lasciato che gli strumenti digitali, invece di contribuire a un miglioramento della società e della convivenza civile, si trasformassero in un Far West». Un mondo dove la ricerca di consenso è continua e ogni errore è un’intollerabile fonte di vergogna.

Quando i genitori caricano di ansia

Ma il palcoscenico digitale non è l’unica fonte di pressione per i ragazzi. «Molti genitori si identificano troppo profondamente con il percorso dei figli finendo per vivere i loro risultati come fossero una questione personale, tanto da dire “abbiamo preso quattro”, “siamo stati bocciati”» osserva Mello. «C’entra anche il fatto che oggi si tende a diventare mamme e papà più tardi rispetto alle generazioni precedenti. Sui ragazzi, desideratissimi e magari cercati a lungo, si concentra un grande carico di aspettative, energie e attenzioni». Di sicuro fare il genitore è difficile. «Bisogna trovare un equilibrio: non lasciare i figli soli, ma nemmeno soffocarli e trasmettere loro la nostra ansia». Accettare che possano sbagliare (e anche essere confusi e soffrire) fa parte del compito dei “grandi”.

A volte a essere sbagliata è la scuola

Senza contare che non sempre una bocciatura racconta scarso impegno o cattiva volontà: a volte, guardando oltre la pagella, si intravedono lutti, problemi familiari e contesti difficili. «Altre volte il problema nasce a monte, perché è stata scelta la scuola sbagliata» dice Federico Mello. Un errore che può partire dall’orientamento alle medie o, molto spesso, dai desideri della famiglia. «In Italia sembra che l’unica scuola di prestigio sia il liceo. Invece in molti istituti professionali lavorano insegnanti straordinari, con una passione rara. Non esistono scuole di serie A e di serie B: esistono percorsi più o meno adatti a ciascuno».

Bocciatura: le parole da dire

Ma cosa dovrebbe dire, concretamente, un genitore a un figlio appena bocciato? «È successa una cosa che non va bene, ma tu non sei sbagliato, non sei incapace. Una bocciatura non definisce chi sei». Giudicare un esito scolastico è lecito, trasformarlo in un verdetto sulla persona è tutt’altra storia. Ancora più pericoloso è leggerci dentro una profezia: «Chi dice “con questa bocciatura abbiamo la conferma che non andrai da nessuna parte” trasmette un messaggio devastante». In un momento così delicato, il compito degli adulti è cercare di mantenere la calma e aiutare i ragazzi a considerare il quadro generale, non solo l’incidente di percorso. Perché – come abbiamo visto – tutti hanno un talento. «A volte bisogna ancora scoprirlo, altre volte bisogna trovare il coraggio di coltivarlo».