Molto più di una bella pagella, a pari merito con lo spirito critico e il senso dell’umorismo. Quando penso a quello che desidero per i miei figli, una cerchia di amici, colorata e accogliente, è ai primissimi posti. Forse anche perché mi viene facile ricordare cosa significassero per me, ai tempi del liceo, Lucia, Matteo, Natalie e Pier. La sensazione che, mentre ci buttavamo nella vita gomito a gomito, quella rete di risate e confidenze avrebbe attutito ogni caduta. A un mese dalla ripresa della scuola, è legata a questo tema una preoccupazione diffusa tra i genitori, specie se i figli non sono super esuberanti e, magari, stanno affrontando un nuovo ciclo scolastico. Il nocciolo della questione è la domanda, rivolta a sé stessi, mentre il cuore altera il suo battito: cosa fare se tuo figlio adolescente non ha amici?
Tuo figlio non ha amici: a volte il problema è nella tua testa
«Bisogna innanzitutto capire se la preoccupazione di mamma e papà corrisponde alla realtà» suggerisce Margherita Fassari, psicologa dello sviluppo e dell’educazione, coordinatore scientifico, responsabile dell’ufficio ricerca, formazione e monitoraggio di Crescere Insieme. «Spesso i ragazzi, fuori casa, sono diversi da come appaiono quando stanno insieme a noi: silenziosi e svogliati ai pranzi di famiglia, tra i compagni di classe potrebbero trasformarsi in tipi curiosi e intraprendenti». Capita che i genitori si portino dietro un’immagine un po’ datata dei figli, senza accorgersi che, nel tempo, sono lentamente cambiati e hanno scovato strategie personali per adattarsi ai nuovi contesti. «E più il genitore apprensivo tende a stare addosso al ragazzo, controllandolo, maggiori sono le possibilità che non sappia come si comporta davvero nella sua vita sociale».
Fidati di lui: per fare amicizia bisogna esporsi
A volte, a preoccupare sono esperienze già vissute dal ragazzo, magari un periodo difficile alle medie che temiamo si ripeta al liceo. «L’ansia è alimentata da un impulso protettivo, perché ci piacerebbe mettere i nostri figli al riparo da ogni fatica e da ogni ferita» spiega la dottoressa Fassari. «È comprensibile, ma fermiamoci a riflettere: perché il processo di socializzazione dovrebbe avvenire senza alcuna fatica? Cosa ci spaventa? Pensiamo forse che nostro figlio non abbia le capacità di cavarsela? Teniamo a mente che – come abbiamo visto – è probabile che lui abbia a disposizione risorse a noi ancora sconosciute. E ricordiamoci che l’amicizia, come ogni relazione autentica, richiede sforzi: bisogna esporsi, condividere, rischiare un po’. Voler risparmiare ai figli questa palestra emotiva significa, in fondo, privarli di una parte essenziale della crescita».
Quando a preoccupare è la timidezza
La paura che i ragazzi restino soli è spesso legata alla timidezza. «I timidi non vanno spinti oltre la zona di comfort» afferma Fassari. «Mamme e papà che insistono perché incontrino i compagni di classe – anche quando loro non se la sentono – rischiano di generare un sovraccarico emotivo difficile da gestire». Spesso sono i genitori timidi, che hanno sofferto in prima persona di solitudine, a forzare i figli. «Quando è richiesto, mettiamo il nostro vissuto al loro servizio, senza però considerarlo un copione immutabile: non è detto che la loro strada seguirà la nostra. Anche perché la timidezza caratteriale tende a persistere, ma quella legata alle esperienze negative può essere superata del tutto. Il passato non si ripete necessariamente. Un messaggio che possiamo trasmettere ai ragazzi in modo indiretto, consigliando storie che parlano proprio di questo: tra i libri, Sonno profondo di Banana Yoshimoto; tra i film, Will Hunting – Genio ribelle e Chocolate».
Tuo figlio non ha amici? Oltre alla scuola, c’è di più
Se un ragazzo non stringe forti amicizie a scuola, può dispiacere ma non è per forza un problema: potrebbe trovarle altrove, facendo sport o altre attività, tra i coetanei nel quartiere o persino online. «L’importante è che abbia un contesto di riferimento in cui si senta accolto» osserva la psicologa. «Avere amici in un ambiente – e non in un altro – non è motivo di allarme, anzi: può anche indicare che nostro figlio non si fa andare bene tutto, e che tende già a saper individuare persone e situazioni adatte a lui. In aggiunta, le amicizie virtuali, spesso malviste dagli adulti, per gli adolescenti possono invece essere significative: alcuni, online, riescono anche a confidarsi più facilmente, specie se hanno qualche insicurezza legata all’aspetto fisico. Massima allerta, però, quando ci accorgiamo che il ragazzo è davvero isolato, non ha legami né occasioni di confronto».
Attenzione se il disagio minaccia la quotidianità
Tra le cause della difficoltà a farsi amici, la bassa autostima e il timore di non essere abbastanza interessanti. «Questo investe più spesso i ragazzi cresciuti con pressioni elevate: bambini brillanti, messi su un piedistallo, che in adolescenza non si sentono all’altezza delle aspettative» spiega Fassari. «Per paura di deludere, potrebbero scegliere di sottrarsi al confronto. Il segnale da non ignorare è un disagio che diventa invalidante: il figlio non esce più, rinuncia allo sport e alle attività quotidiane. In questo caso, ovviamente, i genitori dovrebbero mettersi in allerta e parlare col figlio, con rispetto e delicatezza. Se non hanno coltivato nel tempo il dialogo con lui, dimostrandosi disponibili ad ascoltarlo anche quando portava vissuti scomodi o complicati da affrontare – senza imporre subito soluzioni o esprimere giudizi – potrebbe mancare un canale comunicativo efficace: per ristabilirlo, servono tempo e impegno». E potrebbe essere d’aiuto chiedere il parere di uno specialista.
Se tuo figlio non ha amici, forse gli serve tempo
Molti genitori di adolescenti non hanno pazienza. Vorrebbero vedere i figli subito realizzati, al top. Così, di fronte a un ragazzo “diesel”, che ha bisogno di tempo per inserirsi, si agitano e intervengono. Con parole d’incoraggiamento non richieste o addirittura organizzando occasioni di socialità come se fossero ancora alle elementari. «Dietro questa fretta c’è soprattutto la difficoltà a restare in attesa, tollerando che i ragazzi abbiano dei problemi e che imparino a risolverli» afferma Fassari. «Il compito delicato del genitore è saper affiancare il figlio senza la pretesa di trovare soluzioni facili e veloci al posto suo. Perché crescere significa anche sviluppare la capacità di sopportare situazioni scomode, classi poco accoglienti, ambienti che, potendo, non avremmo scelto. Fare esperienza di questo – rimanere pesci fuor d’acqua per un po’ – è parte della formazione degli adulti del futuro».