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Logo of WhatsApp, the popular messaging service bought by Facebook for USD $19 billion, seen on a smartphone February 20, 2014 in New York. Facebook's deal for the red-hot mobile messaging service WhatsApp is a savvy strategic move for the world's biggest social network, even if the price tag is staggeringly high, analysts say. AFP PHOTO/Stan HONDA (Photo credit should read STAN HONDA/AFP/Getty Images)

Whatsapp a scuola? Fa malissimo alle mamme (e pure ai figli)

Whatsapp a scuola viene usato malissimo. Dai ragazzi, che si scambiano messaggi volgari. E dai genitori che discutono, litigano e si insultano per ogni minima banalità. Aboliamolo!

"Bimbo minchia obeso", "Secchione di merda", "Faccia da vagina in calore". Che orrore questi stralci di discussione su WhatsApp tra alunni delle scuole medie dell'istiuto comprensivo Sanvitale-Salimbene a Parma. Il preside Pier Paolo Eramo  li ha voluti pubblicare sulla pagina Facebook della scuola (oscurando i nomi dei partecipanti), accompagnandole con uno sfogo: «Ci siamo stufati».

Bravo, signor preside: bella presa di posizione contro il bullismo. Ed è bello anche che a un uso sbagliato di un social si risponda con un uso appropriato su un altro social.
Così non si demonizza la tecnologia, ma l'idiozia. Ottimo.

Io, però, sommessamente, vorrei far notare che se i ragazzi sono incivili sui gruppi di WhatsApp, da qualcuno avranno pur preso... Chi dà l'esempio? Mamme e papà.
WhatsApp a scuola nuoce gravemente alla salute di grandi (in primis) e poi dei piccini.  Nei gruppi si scatena il peggio dell'umanità genitoriale e (solo di riflesso) filiale.

I gruppi WhatsApp delle mamme sono il Male. Perché si parla male, nell'ordine, delle maestre («Troppi compiti»), del bidello («Troppo burbero»), delle gite («Troppo care, pericolose, lontane...), della mensa («Troppo grassa, calorica, esotica...), persino dello zaino («Troppo pesante»). No, mamme: quelle pesanti siete voi, non le cartelle dei bambini.

E ve lo dice una di voi, che prima ha abbassato il volume della suoneria, poi ha spento le notifiche, poi ha eliminato proprio l'applicazione per esaurimento nervoso.

WhatsApp a scuola fomenta i litigi. Non è che proprio serva il parere di tutti, su tutto, a tutte le ore del giorno e della notte. Non è strettamente necessario invadere la messaggeria altrui di ricette di cupcake, orari del catechismo, domande sui serpenti velenosi per la ricerca di scienze.
Anche per organizzare le famose "cene" di Natale, di mamme single (di ritorno o per un giorno), di papà divorziati dal fantacalcio, non si potrebbe trovare un mezzo meno invasivo?

Basterebbe diffondere il concetto che WhatsApp a scuola è già fuori moda. "Ci ha stufati", suggerisce il preside di Parma, sant'uomo.

Proporrei, umilmente, di tornare a incontrarsi all'entrata e all'uscita della scuola. E a dirsi le cose in faccia.  Insulti compresi.  Cose lievi, per carità. Niente parolacce o volgarità.
Per esempio: «Hai più doppie punte che spunte (di WhatsApp)».

 

 

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