La divisa da marinaio delle gelaterie Scoops Ahoy, il naso punteggiato di lentiggini e i grandi occhi blu accesi dalla curiosità, Maya Hawke irrompe nella stagione 3 di Stranger Things nei panni di Robin Buckley. È sveglia, brillante, coraggiosa. Consapevole dei propri punti deboli e della tendenza a chiacchierare troppo quando si sente in difficoltà. Mentre si prende in giro, decifra codici russi, salva i suoi amici, tiene insieme il gruppo nei momenti peggiori. È evidente da subito che non è solo la tipa carina che potrebbe far innamorare Steve a forza di punzecchiarlo. Il superpotere di Robin è l’autoironia. Una qualità straordinaria, che va ben oltre il talento di saper piazzare la battuta giusta al momento giusto.

L’arte dell’autoironia e la libertà

La conferma arriva quando, nella stagione successiva, Robin parla con Will. Racconta la sua cotta adolescenziale per Tammy Thompson, la delusione quando lei perde la testa per «Steve-il-ciuffo-Harrington», l’epifania che scatta di fronte a un vecchio filmino trovato «pulendo una cacca di pipistrello in garage (…). Non era mai stata Tammy “la stonata” il punto. Ero sempre stata io il punto. Cercavo risposte negli altri, ma dentro di me c’erano già. Dovevo solo smetterla di avere tutta quella paura. Paura di chi ero davvero. Una volta fatto questo, oh… mi sono sentita libera. Come se potessi volare, come se potessi finalmente essere Rockin’ Robin». È uno dei monologhi più amati dell’amatissima serie, perfetto mix di autoironia e consapevolezza. Due doti che viaggiano in tandem.

Sdrammatizzare per restare lucidi

«L’autoironia è innanzitutto un meccanismo di adattamento alle situazioni difficili: aiuta a ridurre l’impatto emotivo di momenti e circostanze che, altrimenti, rischiano di risultare pesanti o addirittura inaffrontabili» spiega Deborah Leanza, psicologa e counselor. Ovviamente non cancella la fatica e la preoccupazione, ma crea una sorta di distanza emotiva che consente di non restare intrappolati nel disagio. «È una valida strategia di coping, come viene chiamata la capacità di fronteggiare lo stress. Funziona bene, ad esempio, quando bisogna parlare in pubblico». L’attenzione di tutti si concentra su di te, l’ansia e l’imbarazzo prendono il sopravvento: un incubo, specie per chi è timido. «Ironizzando sulla propria goffaggine, un difetto o la situazione stessa, contribuisce molto a recuperare la lucidità e a sciogliere la tensione». Di chi parla, ma anche di chi ascolta.

L’arte dell’autoironia come linguaggio comune

Oltre a funzionare su di te, l’autoironia ha un effetto immediato su chi ti circonda. «Chi si prende un po’ in giro, comunica implicitamente di non sentirsi superiore agli altri, cosa che genera empatia e simpatia» chiarisce la dottoressa Leanza. È il contrario della presunzione, che invece irrigidisce e allontana. «I tipi autoironici danno l’idea di essere sensibili e disposti alla relazione. Con le battute, aiutano chi li circonda a rilassarsi e ad abbassare le difese. L’autoironia è, quindi, una forma di adattamento ma anche di affiliazione, che contribuisce a stringere legami e a trasformare le difficoltà individuali in esperienze più tollerabili per tutti».

Sotto, c’è una buona dose di sicurezza

Presupposto chiave di una sana autoironia è un’identità ben strutturata. «È in grado di prendersi in giro in modo equilibrato chi ha consapevolezza dei propri limiti ma non lascia che questi lo definiscano» osserva la dottoressa Leanza. «Ad esempio, le persone che riescono a ironizzare con serenità su un dettaglio fisico che li caratterizza – come la bassa statura o il naso importante – dimostrano una certa sicurezza interiore: sanno che quell’aspetto è marginale e che la loro individualità è ben altro».

Dal gioco all’autosvalutazione

Il confine, però, è sottile. Quando le battute che bersagliano le proprie imperfezioni sono continue e implacabili, l’autoironia smette di rappresentare una risorsa e diventa autosvalutazione. «In quel caso, è come se si cercasse di anticipare il giudizio cattivo degli altri nel maldestro tentativo di neutralizzarlo» spiega la psicologa. Il risultato? La tensione, anziché alleggerirsi, cresce e la percezione delle proprie fragilità aumenta a dismisura. «Qui non si può nemmeno più parlare di autoironia, ma di sarcasmo nella sua accezione più negativa e tagliente».

A prendersi in giro si impara col tempo

Ma autoironici si nasce o si diventa? «Può esserci una certa predisposizione caratteriale, ma in genere l’autoironia si sviluppa e si rafforza con il passare degli anni, attraverso le esperienze» risponde la dottoressa Deborah Leanza. «Spesso si consolida proprio quando la vita ci obbliga a fare i conti con limiti, inciampi, situazioni scomode che mettono alla prova la nostra capacità di resistere e adattarci». In questi passaggi, imparare a sorridere di sé aiuta moltissimo ad attraversare le difficoltà senza esserne completamente travolti.

Dove nasce (e cresce) l’arte dell’autoironia

Per imparare l’arte dell’autoironia, anche il contesto conta parecchio. «Ambienti familiari, sociali e lavorativi in cui l’errore non è vissuto come una colpa ma come parte del percorso rendono più facile affinare quel tipo di sguardo giocoso e leggero» prosegue la psicologa. Al contrario, dove dominano il perfezionismo e la paura del giudizio, l’autoironia fatica a emergere, non per assenza di umorismo, ma perché manca lo spazio per usarlo con tranquillità. In questo senso, l’autoironia non è un talento innato, ma una postura che si costruisce nel tempo, quando si impara ad accettare i propri punti deboli senza lasciare che diventino un’etichetta. Non è superficialità, ma una forma di intelligenza emotiva». Che permette di arrivare lontano. Nel Sottosopra, e oltre.