Il mercato delle fidanzate virtuali si materializza sullo schermo dello smartphone con poche e semplici scelte: occhi verdi, capelli castani, forme da urlo. Carattere: timida, simpatica, dolce e devota.

Le app per fidanzarsi con l’AI

Bastano pochi clic per configurare una compagna su misura attraverso le app di AI Companion più diffuse, come Candy.ai, Replika, Character.ai e Talkie. Ma la specifica che attira migliaia di utenti è la possibilità di relazionarsi con una partner programmata per non dire mai di no.

Chi sceglie di fidanzarsi con l’AI

Non è fantascienza, ma una realtà in piena esplosione che in Italia ha già numeri impressionanti. La sola piattaforma Character.ai conta ben 120 mila utenti mensili su tutto il territorio nazionale e il 55% di loro frequenta queste app ogni singolo giorno, trasformando la relazione con l’avatar in una routine quotidiana. Un’interazione che varia a seconda del portafoglio dell’utente: se le versioni base permettono una chat standard, i vari tipi di abbonamento Premium mensili, o annuali, consentono di scambiarsi messaggi vocali e immagini personalizzate, che includono anche foto spinte ed esplicite, monetizzando così sul desiderio di un’intimità totale e senza filtri.

La spinta della solitudine

L’identikit di chi sceglie una AI Girlfriend nel nostro paese è chiarissimo: oltre l’80% è uomo, tra i 20 e i 35 anni. I dati del Norton Cyber Safety Insights Report rivelano che la solitudine è il motore di questo business: un giovane italiano su quattro usa questi chatbot per sfogarsi e cercare supporto emotivo. Inoltre il 30% dei frequentatori italiani di app di dating, come Tinder o Bumble, dichiara che prenderebbe concretamente in considerazione una relazione romantica con una fidanzata virtuale.

La donna virtuale è sottomessa all’economia riproduttiva

La complessità del corteggiamento reale e il rischio del rifiuto vengono barattati con un codice binario dalla linearità rassicurante, in cui non c’è spazio per il dissenso. Si vende validazione emotiva e compiacenza a pagamento. «Dietro queste relazioni sintetiche ci sono dinamiche sociali complesse – ci spiega la professoressa Claudia Cantale, ricercatrice in Sociologia dei media digitali. «I giovani maschi della Gen Z si approcciano all’altro sesso sempre meno, il desiderio erotico è in calo e le cause sono molteplici. Non deriva tutto dalla tecnologia che genera isolamento, ma da un sistema sociale che vive l’emergenza della solitudine. Queste tecnologie sfruttano il corpo femminile: non sono strumenti per emancipare la donna dall’economia riproduttiva, anzi la rendono sottomessa nella sua forma sintetica. Rappresentano una realtà che, anche nel mondo virtuale, riproduce e amplifica strutture patriarcali, governate dalla violenza simbolica e dal dominio maschile».

Perché fidanzarsi con l’AI è un fenomeno maschile

La netta sproporzione demografica del fenomeno, che vede gli utenti maschi superare l’80% dei fruitori trova una spiegazione precisa nell’analisi della ricercatrice: «Questo genere di app è utilizzata nettamente di più dagli uomini perché, per le donne, le relazioni vissute fuori da contesti tradizionali e considerati “normali” sono fortemente stigmatizzate e sottoposte al giudizio sociale, molto di più rispetto agli uomini».

A confermare questa complessa lettura ci sono anche i dati globali di un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che evidenzia come una persona su sei abbia sofferto di solitudine cronica nel corso del 2025. Gli avatar accondiscendenti quindi diventano un rifugio per chi è solo e aprono le porte a un futuro inquietante. «Arriveremo a immaginare un mondo in cui le relazioni umane non saranno più al centro – conclude Cantale -. Così come storicamente abbiamo inserito gli animali nelle nostre vite, le relazioni sintetiche troveranno anche loro uno spazio nella dimensione quotidiana di molti di noi».

L’AI non va stigmatizzata

Per evitare di scivolare in giudizi sbrigativi è necessario osservare questo fenomeno attraverso la lente dei consumi digitali che ci consentono di guardare da vicino una realtà incredibilmente sfaccettata. Ne è convinto il professore Davide Bennato, docente di Sociologia dei Media Digitale e autore del saggio Amanti Sintetici che invita a non interpretare queste tecnologie come uno strumento di alienazione a tutti i costi.

Se per una parte degli utenti l’AI è un rifugio, per molti altri si tratta di dinamiche che si integrano nella normale socialità quotidiana. C’è per esempio la vastissima cultura dei gamer che, avendo già grande familiarità con mondi virtuali e avatar, compiono un passaggio fluido verso le compagne sintetiche. C’è anche un filone commerciale legato al porno digitale dove l’interazione diventa una nuova frontiera per fruire contenuti più espliciti. Esplorando questa complessità Bennato mette in luce una radice antropologica profonda: «Noi essere umani siamo programmati per riprodurre empatia e questa spinta innata ci porta a cercare connessioni emotive anche con una macchina, ciascuno con livelli di consapevolezza diversi».

Il mercato dell’AI si sta segmentando

I più giovani sanno perfettamente cosa è reale e cosa invece è virtuale, ma utilizzano queste piattaforme con scopi diversi in base al genere. Il mercato si sta segmentando molto velocemente – spiega il professor Bennato – e si sta aprendo anche all’universo LGBTQ+, ma resta evidente una polarizzazione: per gli uomini la fidanzata AI azzera l’ansia da prestazione e il giudizio, per le donne questi strumenti sono spazi di riflessione e conoscenza di se stesse».

Le nuove psicosi

Un consumo variegato che, però, potrebbe avere nel tempo un risvolto della medaglia decisamente cupo. La letteratura clinica internazionale, ci racconta il sociologo, sta iniziando a mappare i primi casi di una vera e propria “psicosi da intelligenza artificiale” molto simili alle psicosi tradizionali, anche se non sono ancora riconosciute come disturbi clinici ufficiali. In soggetti particolarmente vulnerabili, l’accondiscendenza assoluta programmata dall’algoritmo, accompagnata da un uso prolungato di queste app, potrebbe quindi legittimare e far crescere atteggiamenti patologici e idee violente.