Da quando Odissea di Christopher Nolan è arrivato nelle sale, il dibattito si è acceso attorno a una domanda ricorrente: quanto è fedele al poema di Omero? Il regista si prende numerose libertà narrative, modifica episodi celebri, riduce il ruolo degli dèi e rilegge diversi personaggi in chiave contemporanea.
Eppure il confronto con Troy, il kolossal diretto da Wolfgang Petersen nel 2004, dimostra che la fedeltà a Omero non può essere misurata soltanto contando le differenze rispetto al testo originale. Per capire quale dei due film si avvicini davvero ai poemi omerici bisogna prima chiarire un punto fondamentale. Iliade e Odissea non sono cronache storiche né ricostruzioni archeologiche della guerra di Troia.
Sono racconti epici nati da una lunga tradizione orale, popolati da Dei, mostri, profezie ed eroi destinati a confrontarsi con il fato. La domanda, quindi, non è quale film sia più realistico, ma quale riesca a conservare meglio la natura del mito.
“Troy” trasforma l’Iliade in un racconto storico
Fin dalla sua uscita, Troy è stato presentato come una versione più realistica della guerra di Troia. Wolfgang Petersen elimina quasi completamente gli interventi soprannaturali e costruisce un grande dramma storico fatto di eserciti, strategie militari, passioni e ambizioni personali.
La prima grande differenza riguarda però la struttura del racconto. L’Iliade non narra l’intera guerra di Troia, ma solo poche settimane del decimo anno di conflitto, concentrate sull’ira di Achille e sulle sue conseguenze. Nel film, invece, episodi appartenenti a momenti diversi del ciclo troiano vengono condensati in un’unica narrazione lineare.
Il rapimento di Elena, il Cavallo di Troia, la morte di Achille e la distruzione della città finiscono così per convivere nello stesso racconto, offrendo allo spettatore una storia completa ma molto distante dalla costruzione del poema.
È una scelta comprensibile per un grande kolossal hollywoodiano, ma rappresenta anche una delle principali libertà rispetto a Omero.
L’assenza degli Dei cambia completamente il significato del mito
La differenza più evidente tra Troy e l’Iliade è l’eliminazione degli Dei.
Nel poema Atena, Apollo, Era, Afrodite, Poseidone e Zeus partecipano continuamente alla guerra, influenzano le battaglie, proteggono i propri favoriti e modificano il destino degli uomini. La guerra di Troia non è soltanto uno scontro tra eserciti, ma anche il riflesso delle rivalità divine.
Nel film tutto questo scompare. Gli Dei vengono evocati dai personaggi, ma non intervengono mai direttamente. Il conflitto diventa interamente umano e assume una dimensione politica e psicologica.
Questa scelta modifica inevitabilmente anche i protagonisti. Achille perde parte della sua natura eroica e semidivina per diventare soprattutto un guerriero alla ricerca della gloria personale. Elena smette di essere il centro di una vicenda governata anche dagli Dei e diventa il fulcro di un conflitto sentimentale e diplomatico. Ettore, invece, emerge come il vero riferimento morale della storia, con un carattere ancora più moderno rispetto al poema.
Le libertà narrative di “Troy”
Le differenze rispetto alla tradizione omerica non riguardano soltanto l’aspetto religioso.
Nel film Menelao muore durante il duello con Paride, mentre nel mito sopravvive alla guerra e torna a Sparta insieme a Elena. Anche Agamennone ha un destino completamente diverso: invece di essere assassinato a Micene da Clitennestra ed Egisto, come racconta la tradizione, viene ucciso a Troia da Briseide.
Anche il rapporto tra Achille e Patroclo viene semplificato. Nel poema il loro legame è uno dei nuclei emotivi più potenti dell’intera opera, mentre il film lo trasforma in un rapporto tra zio e nipote, rendendolo più immediato per il grande pubblico ma meno complesso.
Lo stesso accade con Briseide, che da simbolo dell’offesa subita da Achille diventa una vera protagonista romantica. Il conflitto sull’onore lascia così spazio a una storia d’amore più vicina alla sensibilità del cinema contemporaneo.
“Odissea” di Nolan sceglie una rilettura del mito
Anche Christopher Nolan modifica profondamente il poema, ma lo fa seguendo una logica diversa.

Il regista non cerca di trasformare l’Odissea in una ricostruzione storica. Al contrario, accetta la natura simbolica del racconto e la utilizza per riflettere sul trauma della guerra, sul peso delle proprie azioni e sulla difficoltà del ritorno.
Molti episodi vengono reinterpretati. Polifemo non viene sconfitto attraverso il celebre gioco di parole di «Nessuno», ma mediante una scelta che mette in evidenza la hybris di Ulisse. Circe assume contorni più oscuri e la sua isola diventa uno spazio in cui emergono paura, violenza e memoria.
Anche Calipso non rappresenta soltanto la tentazione di restare lontano da Itaca, ma diventa una figura legata alla fuga dal dolore e alla difficoltà di affrontare il passato.
La trasformazione più significativa riguarda però Ulisse stesso. L’eroe non è soltanto l’uomo dell’ingegno capace di superare ogni ostacolo, ma un reduce costretto a convivere con le conseguenze della guerra e con il senso di colpa per ciò che ha provocato.
Centrale inoltre l’aspetto scenografico del kolossal di Nolan ispirato all’opera omerica che, grazie a una fotografia spettacolare, ha stimolato in molti la curiosità di visitare i luoghi narrati, imperdibili se si ama il mare e la storia.
Penelope, Telemaco e un finale che cambia prospettiva
Anche i personaggi di Itaca assumono un ruolo diverso.
Penelope non è più soltanto la moglie fedele che attende il ritorno del marito, ma una donna che vive il peso dell’assenza e della responsabilità di governare un regno assediato dai Proci. Telemaco, invece, rappresenta la possibilità di rompere il ciclo della violenza e costruire un futuro diverso rispetto a quello della generazione precedente.
Il finale segue la stessa direzione. Se nel poema il ritorno di Ulisse culmina nel riconoscimento con Penelope e nella pacificazione imposta da Atena, Nolan trasforma il ritorno in un percorso di espiazione. Per il protagonista non basta riconquistare il trono: deve prima confrontarsi con ciò che la guerra gli ha lasciato dentro.

Chi è davvero più vicino a Omero?
La risposta dipende dal significato che attribuiamo alla parola “fedeltà”.
Se ci si limita all’immaginario della guerra di Troia, Troy sembra avvicinarsi di più ai grandi personaggi del mito. Achille, Ettore, Elena, Paride, Priamo e il Cavallo di Troia sono tutti presenti in un racconto spettacolare che ricostruisce l’intero conflitto.
Ma basta confrontare il film con l’Iliade per accorgersi di quanto sia stato modificato: gli Dei vengono eliminati, il tempo narrativo viene compresso, molti destini cambiano e il significato stesso della vicenda si trasforma.
Odissea di Nolan prende altrettante libertà, come per esempio quella di far interpretare Elena da un’attrice di colore, suscitando non poche polemiche, ma non tenta mai di trasformare Omero in una cronaca realistica.
Accetta che il mito possa essere reinterpretato e utilizza il viaggio di Ulisse per parlare di memoria, responsabilità e sopravvivenza. E conquista lo spettatore, che rivive in modo personale e psicologico la “propria” odissea.
Dovendo sintetizzare, Troy tradisce Omero nel tentativo di renderlo più storico. Nolan lo tradisce per renderlo più contemporaneo. E, proprio per questo, finisce per restare più vicino allo spirito dei poemi: non cerca di ricostruirli, ma di raccontarli di nuovo, mostrando come le grandi domande di Omero continuino ancora oggi a parlare al nostro presente.