Il 10 febbraio, nel giorno dedicato al Ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, Rai 1 manda in onda Il marciatore – La vera storia di Abdon Pamich. Il film racconta la vita di uno dei più grandi campioni italiani della marcia, oro olimpico a Tokyo nel 1964, ma lo fa partendo da molto prima dello sport e delle medaglie.

Ambientata nell’Italia del secondo dopoguerra, la storia si muove dentro una delle pagine più complesse del Novecento: quella dell’esodo degli italiani da Fiume, dall’Istria e dalla Dalmazia dopo l’avvento del regime jugoslavo, tra violenze, persecuzioni e la tragedia delle foibe. In questo contesto prende forma il percorso umano di Pamich, profugo prima ancora che atleta.

Non è un film sportivo nel senso più classico del termine. Le gare, i record e le vittorie restano sullo sfondo. Al centro c’è la perdita delle radici, la fatica di ricominciare in un Paese in prima battuta ostile e la costruzione lenta di una nuova identità. È la storia vera di un uomo che ha imparato a resistere e a vivere un passo alla volta.

Diretto da Alessandro Casale e tratto dal libro autobiografico Memorie di un marciatore, il film racconta la vita di Abdon Pamich intrecciando sport e storia, vicenda individuale e memoria collettiva.

Abdon Pamich: il contesto storico in cui visse l’atleta

Abdon Pamich nasce a Fiume nel 1933, quando la città fa ancora parte dell’Italia. È un luogo di confine, dove identità diverse convivono da sempre. Tutto cambia con la fine della Seconda guerra mondiale. L’arrivo dell’esercito jugoslavo guidato da Tito e l’instaurazione del nuovo regime segnano una frattura profonda nella vita degli italiani che vivono in Istria, a Fiume e in Dalmazia.

Per molti di loro inizia un tempo di paura, incertezza e violenza. Alcuni vengono arrestati, altri scompaiono. Le foibe, cavità naturali del territorio carsico, diventano in quegli anni il tragico simbolo di una stagione di vendette e repressioni che colpiscono civili e militari italiani. In questo clima, centinaia di migliaia di persone scelgono – o sono costrette – a lasciare le proprie case. È il grande esodo giuliano-dalmata.

Pamich è poco più che un ragazzo quando, insieme alla famiglia, lascia Fiume. La fuga verso l’Italia non è una scelta, ma una necessità. Seguiranno i campi profughi, la povertà, la difficoltà di essere accolti in un Paese che fatica a riconoscere quei profughi come parte della propria storia.

La trama del film: camminare nella memoria per andare avanti

Il marciatore si apre con Abdon Pamich ormai anziano che cammina sull’altopiano carsico. Quel gesto semplice diventa l’innesco del racconto. Ogni passo riporta indietro nel tempo, a Fiume, al dopoguerra, alla perdita improvvisa di una casa e di un futuro che sembrava già scritto.

Alessandro Casale, regista de Il marciatore
Alessandro Casale, regista de Il marciatore

Il film segue Pamich adolescente nel momento in cui il mondo che conosce crolla. La fuga verso l’Italia, affrontata a piedi e con pochissimo, segna l’inizio di un percorso duro e incerto. Nei campi profughi e poi nelle città italiane, Abdon deve imparare a sopravvivere, a farsi accettare, a trovare un posto in una società che spesso guarda con sospetto chi arriva “da fuori”.

È in questo contesto che entra lo sport. Non come sogno immediato, ma come possibilità. La marcia, con il suo ritmo lento e ostinato, diventa per Pamich una forma di linguaggio. Non è corsa, non è fuga. È resistenza. È il modo che trova per rimettere ordine dentro e fuori di sé.

Il film alterna il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza segnate dall’esilio con quello della formazione atletica. La fatica degli allenamenti si intreccia con quella quotidiana di chi deve costruirsi una nuova identità.

Il sogno olimpico arriverà solo molto più tardi, culminando con l’oro nella 50 chilometri di marcia alle Olimpiadi di Tokyo del 1964.

Le persone che contano per Pamich: famiglia, affetti e guide

Nel racconto cinematografico, Pamich non è mai solo. Accanto a lui c’è la famiglia, segnata quanto lui dall’esilio. Il padre Giovanni, uomo ferito dagli eventi ma ancora punto di riferimento; la madre Irene, presenza silenziosa e tenace; il fratello maggiore Giovanni, figura determinata che incarna la volontà di non arrendersi.

Ci sono poi gli incontri decisivi. Lo zio Cesare, ex pugile, che gli trasmette una prima, fondamentale lezione: seguire ciò che si sente davvero. E soprattutto Giuseppe Malaspina, ex marciatore e allenatore, l’uomo che riconosce il potenziale di Abdon e lo guida con pazienza e rigore, offrendogli non solo una tecnica sportiva, ma una direzione di vita.

Accanto a Pamich c’è anche Maura, la donna che diventerà sua moglie, presenza affettiva centrale e voce che nel film accompagna il racconto della vita costruita passo dopo passo.

Il cast e la produzione

A interpretare il giovane Abdon Pamich è Andrea Bordoli, che restituisce la fase più fragile e decisiva della sua vita. Michele Venitucci veste i panni di Giuseppe Malaspina, l’allenatore che lo introduce alla marcia. Fausto Maria Sciarappa ed Eleonora Giovanardi interpretano i genitori, mentre Gaja Masciale, Michael Marini e Tobia De Angelis completano il cast principale.

Il film è prodotto da Clemart in collaborazione con Rai Fiction ed è stato girato in Friuli Venezia Giulia, tra Trieste, Gorizia e altre località simboliche, con il supporto della FVG Film Commission. Le location non sono solo scenografia, ma parte integrante del racconto, perché legate ai luoghi reali della memoria e dell’esodo.

Film e storia vera: la marcia usata come metafora

Confrontando il film con la biografia di Pamich, non emergono differenze sostanziali. I fatti principali – l’esilio, i campi profughi, la carriera sportiva, le Olimpiadi – sono rispettati. La differenza sta nel linguaggio: il film sceglie di concentrarsi sui passaggi più significativi, condensando anni di vita in una narrazione più compatta.

Non ci sono invenzioni o stravolgimenti storici. Piuttosto, Il marciatore costruisce un racconto simbolico e intimo, che usa la marcia come metafora di una condizione esistenziale: andare avanti senza correre, senza fermarsi.

Perché questa storia parla ancora a noi

Abdon Pamich non è solo un campione olimpico. È un testimone del Novecento italiano. La sua storia racconta cosa significa perdere tutto e ricominciare, in un Paese che a volte non sa accogliere. Racconta come il corpo, la disciplina e la costanza possano diventare una risposta a una ferita collettiva.

Il marciatore non celebra l’eroe, ma l’uomo che non ha mai smesso di camminare. Ed è forse per questo che, a distanza di tanti anni, il suo passo continua a parlare anche a noi.

Il Giorno del Ricordo e il Giorno della Memoria: date per non dimenticare

Il Giorno del Ricordo si celebra ogni anno il 10 febbraio ed è stato istituito in Italia con la legge n. 92 del 30 marzo 2004. È dedicato alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, che coinvolse le popolazioni italiane dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel secondo dopoguerra.

In seguito all’avvento del regime jugoslavo e al nuovo assetto dei confini, tra 250.000 e 350.000 italiani furono costretti a lasciare le proprie case, mentre migliaia di persone persero la vita in un contesto di violenze, repressioni e vendette politiche.

Questa ricorrenza è distinta dal Giorno della Memoria, che si celebra il 27 gennaio per commemorare le vittime della Shoah, delle leggi razziali e la persecuzione e lo sterminio di ebrei, rom, sinti, omosessuali e altre minoranze da parte del regime nazista.