Un film dove l’amore dura solo una notte interpretato da un attore che ha appena giurato amore eterno. È con questo piccolo cortocircuito che si presenta oggi Callum Turner, in un momento che definire “d’oro” sarebbe riduttivo. Mentre il mondo ancora parla del suo matrimonio da favola con la popstar Dua Lipa, celebrato a maggio a Londra con una cerimonia intima seguita dai festeggiamenti in grande stile in Sicilia e dalla luna di miele italianissima, il 36enne attore britannico si prepara a tornare sul grande schermo. Dal 27 agosto è protagonista della rom-com One Night Only – Quando tutto è possibile.
In una New York leggermente romanzata vige una regola bizzarra: c’è una sola notte all’anno in cui per i single è “legale” lasciarsi andare al sesso occasionale, liberi da complicazioni sentimentali o aspettative del giorno dopo. È in questo scenario, tra il cinismo metropolitano e un inconfessato desiderio di tenerezza, che si incrociano le vite di Owen (Turner), fresco di rottura, e Allie (Monica Barbaro, la Joan Baez di A complete unknown). In una corsa contro il tempo lunga 12 ore, i due si cercheranno e si perderanno, scoprendo proprio nella notte meno romantica dell’anno che forse l’unica cosa che desiderano è una vera connessione.
Per Turner questo ruolo è la conferma di un percorso eclettico che lo ha visto brillare nella saga di Animali Fantastici, emozionare nelle imprese di Masters of the Air, vogare guidato da George Clooney in Erano ragazzi in barca. Senza dimenticare che è in lizza per interpretare il prossimo James Bond.
Conta più l’amore o il sesso?
In One Night Only l’intimità è regolata da un calendario. Cosa l’ha spinta ad accettare questa visione cinica, quasi provocatoria?
«È solo l’intimità sessuale a essere proibita. L’amore non si può vietare, esiste sempre. Per me la vera domanda che il film pone è: “Cosa conta di più, l’amore o il sesso?”. È l’aspetto che mi ha attratto del progetto, insieme all’idea del tempo compresso: avere solo 12 ore a disposizione crea un senso di urgenza quasi elettrico per capire se tra due persone possa nascere qualcosa. Il film solleva questioni interessanti sul nostro modo di stare insieme oggi».
È vero che, prima di intraprendere la carriera di attore, voleva fare il calciatore?
«Sì, giocavo nel Fisher Athletic, a Londra. Mi allenavo tre volte alla settimana, ma non ero abbastanza costante per fare il salto nel professionismo. Quell’esperienza è stata comunque straordinaria: mi piaceva far parte di un collettivo, avere delle responsabilità verso i compagni. Anche se non è mai stata la mia prima passione, il calcio mi ha insegnato cosa significhi far parte di una squadra».

Trova dei punti di contatto tra il campo da gioco e il set cinematografico?
«Sì, perchè il percorso di preparazione è molto simile. Ti alleni duramente, provi e riprovi, poi arriva il momento in cui scendi in campo o ti metti davanti alla macchina da presa: in quell’istante devi essere presente al 100%, che sia per segnare un gol o per recitare un monologo. In entrambi i casi sei in un ensemble, contano il morale della squadra e lo spirito di gruppo. E la dinamica della performance davanti al pubblico è la stessa».
Lei è cresciuto a Chelsea, in un complesso residenziale popolare. Com’è stata la sua infanzia?
«Sono cresciuto in una vera e propria comunità. Passavo molto tempo all’aperto con gli altri bambini: in cortile eravamo sempre almeno in 20, pronti a organizzare una partita di calcio o un giro in bicicletta, anche di sera. È stato un periodo felice, fatto di amicizie vere che durano ancora oggi. Mia madre ha avuto un ruolo chiave: mi ha trasmesso la fiducia in me stesso e la convinzione di poter fare tutto ciò che volevo. Mi portava al cinema, al museo, a nuotare. Era una donna attiva e curiosa, mi ha insegnato ad assorbire ciò che la vita offre».
Qual era il suo film sportivo preferito da piccolo?
«Adoravo Stoffa da campioni e Sognando Beckham. Cinema e sport sono due delle cose che preferisco».
Il suo percorso per diventare attore non è stato per nulla tradizionale.
«A 19 anni ho capito che non dovevo per forza andare all’università: la mia testa era tutta per il calcio. Poi, grazie ad amici di famiglia, ho iniziato a fare il modello tra Parigi e il Giappone, con marchi come Louis Vuitton e Comme des Garçons. Ho pure lavorato in un negozio di abbigliamento a Londra. Mi sono iscritto a una scuola di recitazione, ma non faceva per me: la mia vera scuola sono stati i film, guardati uno dopo l’altro, annotando dettagli e riflessioni. Leggevo mille sceneggiature e provavo a scriverne di mie. La svolta è arrivata con un piccolo ruolo in un cortometraggio: mi ha permesso di trovare un agente. Sì, sono stato un totale autodidatta».
Oggi che è un attore affermato, come vive il rapporto con il successo?
«Non voglio che sia il lavoro a definirmi come persona e credo che nessuno dovrebbe permetterlo. Conta quello che sono, contano i miei valori. Ho la fortuna di fare qualcosa che mi piace davvero, in fin dei conti sono un appassionato di cinema: amo i film, i registi, le colonne sonore, il set. Non ragiono mai in termini di “mosse giuste” per la carriera. Al Pacino diceva di non aver capito cosa fosse una carriera fino a che non ha compiuto 35 anni. Io ne ho 36 e vorrei continuare a lavorare con persone che mi stimolino e ispirino».

Quali colleghi ammira?
«Mads Mikkelsen, Viggo Mortensen, Daniel Day-Lewis. Mi piacerebbe lavorare con il regista Paul Thomas Anderson; trovo che il suo linguaggio cinematografico sia oggi il più interessante».
La sua vita privata è molto chiacchierata: com’è iniziata la storia d’amore con sua moglie Dua Lipa?
«Sembra proprio la scena di un film. Eravamo seduti vicini e ci siamo resi conto che stavamo leggendo lo stesso libro, Trust di Hernán Díaz. Entrambi avevamo appena finito il primo capitolo. È stato un segno, il momento esatto in cui ci siamo innamorati. La lettura è una passione che ci unisce profondamente».
Entrambi avete carriere impegnative. Come riuscite a proteggere il vostro legame?
«Il nostro mantra è: “L’amore vince su tutto”. Facciamo in modo di passare insieme più tempo possibile. È stata una storia bellissima fin dall’inizio e con il tempo non ha fatto altro che migliorare. Il lavoro ci porta sempre in giro per il mondo, ma quando siamo a casa a Londra cerchiamo di goderci la normalità con amici e famiglia. Dua è la persona che mi ispira più di chiunque altro: come potrei starle lontano?».