Nunzia ha una ventina d’anni e frequenta l’università, scopre di essere incinta ma non prova alcun desiderio di maternità. Maddalena ne ha pochi di più, non può avere figli e si sente madre da sempre. Con un romanzo intenso e profondo che mette in scena due storie femminili speculari e opposte, Ilaria Bernardini, scrittrice e sceneggiatrice capace di dar voce alle tensioni intime e collettive che abitano le vite delle donne, lancia la sua sfida al cuore di un’idea di maternità «che tutti consideriamo naturale, ma è al contrario costruita, imposta, tramandata. È un dispositivo sociale spietato che stabilisce chi può dirsi madre e chi no».
“Amata”, il nuovo romanzo di Ilaria Bernardini è anche un film
Amata (HarperCollins) è il romanzo a due voci, ora nelle librerie, che ha ispirato l’omonimo film sceneggiato dalla stessa Bernardini, diretto da Elisa Amoruso e interpretato da Miriam Leone, Tecla Insolia e Stefano Accorsi: presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Notti degli autori, è appena arrivato al cinema.
Ilaria Bernardini prende spunto da un caso di cronaca
Due madri e un’unica figlia. Due donne che non si conoscono, ma si rincorrono. Abitano ciascuna un lato del confine incerto tra il corpo e l’identità, tra la capacità biologica di procreare e il desiderio di maternità. Nunzia lascia sua figlia in una culla per la vita e sparisce, certa di non voler essere madre. Maddalena finirà per adottare quella stessa bambina. Il libro prende spunto da un fatto di cronaca recente: la vicenda di una giovane che, pur seguendo ogni passo previsto dalla legge per il parto in anonimato, è stata individuata, inseguita, esposta. Il caso ha scatenato un dibattito che ha coinvolto anche personaggi pubblici, come se la scelta di diventare madre e il diritto all’anonimato possano essere oggetto di opinioni o giudizi.

Due donne madri a modo loro
«Mi sono interrogata sulla certezza assoluta di non sentirsi madre che anima una delle protagoniste, anche quando scopre di essere in grado di dare la vita, di custodire in sé un piccolo corpo, un cuore. In qualche modo questa distanza viene ancora socialmente percepita come un atteggiamento sovversivo, qualcosa che turba. Penso a Meryl Streep, quando il suo personaggio in Kramer contro Kramer restituisce il figlio al padre, non perché non sia una buona madre, ma perché capisce, guidata dall’amore, dalla lucidità, dalla sofferenza, che con lui starà meglio» racconta la scrittrice.
E prosegue. «Poi ho immaginato la condizione opposta: una donna sterile che si sente madre in ogni atomo del proprio corpo. È questo pensiero che mi ha spinto a dare vita a due esistenze femminili con una storia simile, le medesime premesse, quasi la stessa età: l’idea di riuscire ad abitare in qualche modo entrambe le esperienze e di restituire un racconto più evidente, più politico» .
Una scelta che può essere solo e soltanto della donna
Scrivere questo libro ha significato per Bernardini affrontare le proprie convinzioni, mettere in discussione giudizi e posizioni consolidate. «Mi ero imbattuta poche settimane prima in una foto che ritraeva un consesso di uomini che deliberavano e legiferavano sul corpo delle donne, intorno a temi come l’aborto, la fertilità. Ero indignata, ma scavando e ascoltando molte altre storie simili, tutte in qualche modo uniche, ho capito che in questa materia delicata neanche l’essere donna è un titolo sufficiente per giudicare, che anch’io coltivavo opinioni paradigmatiche. Così ho cercato di prendere posizione il meno possibile. Di non oscurare con un’opinione personale una scelta che può essere solo e soltanto della donna che attraversa un momento cruciale della vita, nella sua assoluta libertà».

Due istanze in conflitto che coesistono
Molte delle riflessioni più profonde sono nate dallo scontro tra idee preconcette e vissuti reali, tra visioni politiche e ferite personali. «All’inizio, pensavo che una donna avesse diritto al parto in anonimato senza condizioni. Proseguendo con le mie ricerche, ho cominciato a comprendere anche il punto di vista dei figli adottivi, che hanno tutto il diritto di sapere da dove vengono. Due istanze enormi che coesistono, ma sono in conflitto. E quando due verità così evidenti vanno in crash, non puoi che registrarne la coesistenza. Non c’è una soluzione, almeno non dal punto di vista emotivo. Puoi solo provare a stare dentro a entrambe» dice Bernardini.
La madre naturale compie un gesto d’amore
Nel romanzo, le storie di Maddalena e Nunzia incarnano questi conflitti, queste verità parallele. «Nunzia non può dire chi è, deve nascondersi per poter fare una scelta lucida e libera. Maddalena è costretta a mentire sui suoi reali desideri. Questa cancellazione di sé è significativa: come se non si contemplasse un’identità riconosciuta e definita in cui una donna può sentirsi davvero libera» spiega l’autrice.
Anche il linguaggio comune con cui raccontiamo queste situazioni porta con sé una violenza implicita, un giudizio nascosto nei termini più ricorrenti. «Le parole tradiscono. Giudicano, ancora una volta. Dire che, in casi come questi, un bambino viene “abbandonato” è in fondo un atto violento. Quei figli vengono affidati, consegnati alla custodia e alle cure di altri. In definitiva: vengono amati, come ricorda il titolo. La madre naturale compie un gesto d’amore».
“Amata” è un romanzo a due voci
Anche la forma narrativa, nel libro, partecipa a questa tensione. «Ho scelto la seconda persona singolare, le due protagoniste parlano a se stesse, tra loro o ad altre come loro. È un tu ossessivo, soffocante. Mi immaginavo due donne su un tapis roulant: una corsa senza respiro. Quel “tu” è stato il mio modo per non giudicare. Per mettere anche chi legge in difficoltà. Ha una forza orale ripetitiva, ipnotica: mi fa venire voglia di portare questo testo anche a teatro» spiega l’autrice.

Ilaria Bernardini: «Anche la mia famiglia viene da una culla per la vita»
La rivelazione più intima arriva alla fine, quando la scrittura diventa genealogia e disvelamento. «Queste riflessioni mi hanno portato a interrogarmi» confessa. «Ho chiesto a mia madre, a mio padre: da dove veniamo? Solo allora ho scoperto che anche noi proveniamo da una culla per la vita. Non ce l’eravamo mai detto: un mio bisnonno fu affidato a un’altra famiglia e la mamma di mia mamma adottata. Insomma, quella storia era anche la mia e scrivere quel libro per me è stato una specie di destino».
Ora che Amata ha travalicato i confini della pagina, il desiderio di Ilaria Bernardini è che possa raggiungere molte persone. «Il romanzo è in libreria e il film al cinema. Sono felice che quelle parole possano vivere anche in un altro modo. Più largo. Più condiviso. Più visibile. Forse un giorno, quando una donna farà una scelta radicale sul proprio corpo, sul proprio materno, non ci sarà bisogno di chiederle: “Sei sicura?”, la domanda che riecheggia come un mantra lungo tutto il libro. Ci sarà finalmente qualcuno a dirle: “Va bene, sei libera. Sei giusta così”».