Eleanor ha 57 anni quando l’ex marito muore e lei resta a vivere nella fattoria che aveva lasciato dopo il divorzio. Non è sola: c’è Toby, il figlio 30enne che, a causa di un incidente subito da piccolo, ha dei danni cerebrali. È per lui che è tornata a casa dopo 25 anni. Ma non solo. È tornata anche perché l’uomo che un tempo l’ha tradita si ammala di cancro e lei decide di prendersene cura, gli resta accanto e dopo non va più via. Sente di voler riunire la sua famiglia, soprattutto i due figli che vivono lontano, e nel frattempo scopre di avere un cuore ancora aperto all’amore.
Un romanzo che avvolge
Tra ricordi e dolori passano 15 anni da allora, e sono quelli in cui l’America cambia. Dalla crisi climatica alle sparatorie di massa, dalla pandemia all’elezione di Trump, la storia del Paese lascia un segno nella storia di questa donna che vive il suo tempo, parla di noi e ci arriva al cuore come qualcosa di familiare. Per poi, alla fine, consegnarci un’emozione potente e luminosa. Come la luce tra le foglie (NNE) di Joyce Maynard, 72 anni, giornalista e scrittrice statunitense, è un romanzo che sa nutrire l’anima mentre ti avvolge. Un bilancio struggente in bilico tra la malinconia e lo slancio vitale dell’amore. Una prosa che ti prende per mano e, alla fine, ti fa piangere di gioia con tutti i suoi personaggi.
Intervista a Joyce Maynard
Perché lo ha scritto?
«Dopo il penultimo libro uscito 4 anni fa, L’albero della nostra vita, ho ricevuto tante lettere da parte dei lettori: non erano d’accordo che la protagonista Eleanor si prendesse sempre cura degli altri e mai di se stessa. Vede, le donne della mia generazione sono abituate a vivere così, in funzione del benessere della famiglia. Allora mi sono messa a scrivere un sequel che ha fatto bene anche a me, in fondo…».
In che senso?
«Quando i figli crescono e il marito va via, questa donna deve reinventarsi e si chiede: chi sono io? O meglio: cosa ho imparato io finora?».
Quale risposta ha trovato?
«Eleanor scopre che sono i dolori e le delusioni, più che i trionfi, a indicarci il senso del vivere. Anch’io ho imparato a trovare la bellezza in ciò che si è rotto. Noi siamo anche ciò che è rimasto incompleto e ciò che, nonostante tutto, abbiamo creato. Questo è un romanzo sul superamento del dolore, che avviene solo quando impari a conviverci».
C’è una luce in ogni crepa. Proprio come recita il titolo originale del romanzo, How the light gets, ispirato ad Anthem, una canzone di Leonard Cohen.
«Sì. Le dico questo: il cuore del libro in fondo è Toby, il figlio più piccolo, che quando aveva 4 anni ha subìto dei danni cerebrali. Eleanor si chiede per un attimo cosa sarebbe stato di lui e della sua famiglia se le cose fossero andate in modo diverso, visto che da quel giorno i rapporti con i figli e il marito sono cambiati per sempre. La verità è che le cose sono andate nel migliore dei modi possibili, perché Toby dice e fa cose geniali, insostituibili».
A parte Cohen, c’è tanta musica in questo romanzo: Warren Zevon, Tracy Chapman, Hank Williams, Sinead O’Connor. ù«I miei personaggi vivono il loro tempo tra notizie alla tv e musica alla radio. C’è anche John Prine, a dire il vero, che è morto durante il Covid. Ogni storia privata assorbe quella del mondo».

Cosa significa essere una buona madre?
«La storia di un divorzio si scrive presto, e una volta sola» si legge. Eleanor ha lasciato il marito che si è innamorato di un’altra, la tata, ma torna da lui dopo tanti anni. Lo accompagna alla morte: sono pagine struggenti quelle in cui riflette sul senso del matrimonio.
«Eleanor torna perché ha imparato a lasciar andare e vuole onorare ciò in cui ha creduto: il suo matrimonio. In fondo quell’uomo fa parte della sua storia. Quando hai dei figli in comune, resti connessa per sempre al tuo ex. Il perdono, infine, è una forma di liberazione dalla rabbia del passato. E lei scopre che la possibilità di perdonare è anche quella che abbiamo di amare ancora. Non è facile arrivarci, ma ci arrivi».
Dopo il tradimento, Eleanor ha pensato che la cosa migliore fosse lasciare i ragazzi col padre nella fattoria dove erano cresciuti e andarsene via lei. Si trasferisce in città, scrive libri per l’infanzia. Ma sente che gli altri due figli non hanno accettato quella sua scelta. Anche adesso, a distanza di tempo, Ursula nutre un rancore che la fa soffrire. E lei si chiede chi è una “buona madre”…
«La madre è un genitore che, come tutti, sbaglia: il suo destino è di deludere sempre i figli. Prima o poi loro se ne andranno e quel momento sarà molto doloroso. Ma, anche lontani, i figli resteranno in un flusso vitale che ci connetterà sempre a loro, questo lo so».
Ha sofferto anche lei il distacco?
«Sì, molto. Ma io penso sempre a Pinocchio, il burattino di Geppetto che il giorno in cui diventa bambino va via. Io con Geppetto ho trovato la definizione di genitore e la conservo nel cuore».
Dei figli della protagonista, Al dopo la transizione di genere si sposa e decide con la moglie di adottare un figlio, mentre Ursula, madre e moglie di un ex compagno di scuola, sembra infelice. Eleanor accetta il fatto che la “famiglia normale” non esiste.
«Viviamo all’insegna della costruzione della carriera e della famiglia perfette, ma poi all’improvviso la vita ti mette in ginocchio. Puoi restare a terra e piangere quel dolore oppure puoi guardare ciò che di bello è venuto fuori nonostante i nostri piani. Guardarlo e celebrarlo».
Quanto è autobiografica questa storia?
«Ci sono tante tappe della mia vita. Quella della mamma giovane, quella del dolore, quella della frustrazione di chi dedica la propria esistenza a far felici tutti in famiglia mettendo da parte le proprie ambizioni. Anche io mi sono separata e ho tre figli, ma nessuno somiglia ai personaggi del libro. E poi non tornerei da mio marito se stesse male, perché lui vive con sua moglie. Lo scopo della scrittura è provare a superare se stessi e mettersi nei panni altrui».
E cosa ha scoperto?
«Che questi miei personaggi hanno imparato una lezione. Accettare le proprie crepe – ovvero le zone d’ombra, le imperfezioni, i rapporti incompiuti – non è una sconfitta, ma l’unico modo per lasciar passare la luce. Alla fine di questo percorso arriva qualcosa di imprevisto che è concesso a tutti: ovvero, la possibilità di credere che la tenerezza, anche tardi, può redimere».