L’amore, dice Massimo Gramellini, ha tante declinazioni. Puoi provarlo per un animale, un tramonto, la squadra del cuore… Ogni volta dispensa batticuore ma anche cazzotti: confonde i sensi e la mente e a quello smarrimento non c’è un rimedio valido per tutti. Verità che Gramellini ha appreso da gestore di una delle più celebri rubriche di posta del cuore, partita su Specchio e approdata poi su Sette. La prima tenuta da un uomo.
Siccome però a spiegare l’amore non bastano 26 anni di lettere, a colmare il vuoto arriva L’amore è il perché (Longanesi). Un po’ romanzo, un po’ saggio, un po’ biopic, parte da Platone: «Ho uno scaffale della mia libreria che chiamo “farmacia dell’anima”. Lì tengo i libri che considero i miei integratori spirituali, divisi per sintomo: depressione, sfiducia, gelosia, ansia. Il rimedio per l’amore è Platone: i suoi miti sono un manuale di educazione sentimentale».

Platone e il mito dell’anima gemella
Eppure dici Platone e pensi al mito dell’anima gemella, causa di infiniti tormenti. «In realtà, Platone l’ha scritto per smentire l’esistenza dell’anima gemella, ma era così bello che noi l’abbiamo preso per vero. Ci ha convinti che nel mondo esista “la nostra metà”, che ci completa e ci appartiene. Se credi davvero di avere una metà e poi quella va via, scatta il delirio da cui nascono tante storie malate, perfino i femminicidi. Platone invece dice che l’altra metà è dentro di noi. Quando ci innamoriamo, entriamo in contatto con quella parte e ci sentiamo interi».
Gramellini e la prima posta del cuore curata da un uomo
Come si è trovato a dispensare consigli sentimentali?
«Per un aumento di stipendio. Mi propongono un milione di lire in più, togliendomi però una voce da 990.000. Vado dal direttore e gli dico: “Mi prendete in giro?”. Dopo una contrattazione ai limiti della farsa, mi offre una rubrica di ritratti dei potenti. Io rilancio: “Voglio la posta del cuore”».
Perché?
«Di amore parlavano solo le donne: mi affascinava l’idea di essere il primo uomo a farlo. E poi sono sempre stato il consulente sentimentale dei miei amici. Persino le mie ex tornavano a chiedermi consigli».
In 26 anni di rubrica i cuori infranti sono cambiati?
«All’inizio scrivevano soprattutto le ragazze. Oggi scrivono molto le donne anziane e i giovanissimi, uomini compresi. Le over 80 mi incantano: vedove che scoprono una seconda adolescenza. Una mi ha raccontato di aver iniziato una storia con il vicino 77enne. Poi lui le ha detto che voleva il poliamore e lei ha smesso di salutarlo. Mi chiedeva: “Faccio bene?”. Interrogarsi sulle tattiche sentimentali a 80 anni è bellissimo: significa essere vivi».
L’amore non è possesso
Ambra 30 anni fa cantava T’appartengo, e abbiamo creduto che l’amore fosse possesso.
«Siamo anche la generazione cresciuta con i lucchetti appesi alle ringhiere sui ponti, quando invece un lucchetto chiuso è l’immagine più lontana che c’è dall’amore».
Una generazione sentimentalmente persa?
«All’inizio la voglia di possesso è umana. Ma poi dovrebbe trasformarsi. L’innamoramento è dopamina. L’amore vero è ossitocina: cura, progetto, costruzione. Io lo vedo con Simona: 10 anni insieme, un figlio. All’inizio fai follie, come quando lei arrivò a Milano da Roma a mezzanotte solo per dormire con me. È magico, ma non può durare. Il punto è accettare l’evoluzione, non viverla come “fine dell’amore”».
Simona Sparaco, l’amore definitivo
Non tutti gli amori, però, sono uguali. Prendiamo il suo caso: dopo due matrimoni finiti, arriva Simona, la “definitiva”.
«Non parlo di anima gemella, ma, sì, nel mio caso c’è stata una “definitiva”. Maurizio Costanzo mi confidò di aver iniziato una storia con una donna più giovane che si chiamava Maria. Mi disse: “Ho la sensazione che sarà la donna con cui voglio morire. Quando accadrà, vorrei avere la sua mano nella mia”. Quando ho conosciuto Simona ho provato la stessa cosa. La mia storia, però, è quella di un uomo che ha cercato di uscire dalla zona di comfort. O di sconfort».
Si spieghi.
«Spesso ci accontentiamo di relazioni tiepide per paura di soffrire. Ma la corda delle emozioni è una sola, se la stacchi per non soffrire, non puoi poi riattaccarla solo per godere: si spegne tutto. Riattaccare quella corda è un atto di coraggio a qualsiasi età».
Come si costruisce un amore che duri?
«Serve un “noi”. E il noi non è un figlio: è ciò che si diventa insieme. Io e Simona, per gioco, unendo “Massimo” e “Simona” abbiamo scoperto “Massimona”: il nostro noi. La scrittrice Elena Stancanelli ha detto che la coppia è superata come il VHS. Io invece spero che sia come il giradischi: sembrava finito, ma ancora funziona».
Le coppie, però, scoppiano.
«Alla coppia chiediamo di essere famiglia, amicizia, sostegno, comunità. Quando ero bambino, a tavola c’era sempre un parente. Oggi viviamo in case chiuse, vite chiuse. Se io e Simona vogliamo uscire a cena, dobbiamo pagare una persona per stare con i bambini. Tutto il peso finisce sulla coppia. Che, a volte, non regge».
L’educazione dei maschi
Da padre di un figlio maschio: come si educa un uomo ad amare?
«Con l’esempio. E senza compiacerlo. Ai maschi va insegnato che non sono il centro del mondo, che l’errore non li sminuisce, che il sentimento non è debolezza. Mio figlio piange se una pagina del quaderno non è perfetta. Io gli dico: “Che bella questa riga sbagliata”. L’imperfezione è vita».
Che padre è?
«Molto diverso dal mio. Ho perso mia madre da bambino e lui si è ritrovato a ricoprire anche il ruolo materno. Ci ha provato, ma era come chiedere a un calciatore di ballare il flamenco. Io con Tommaso sono fisico, accudente: lo metto a letto tutte le sere, parlo, ascolto. Ho un rapporto quasi “femminile”».
Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. I dati dicono che i giovani non hanno imparato dagli errori del passato.
«Siamo in un momento di transizione dolorosa. I ragazzi assorbono modelli vecchi, poi incontrano ragazze con una libertà nuova. È come un pesce che esce dall’acqua e non sa respirare: va in tilt. Il nostro compito è insegnare ai ragazzi a riconoscere e gestire le emozioni».
Come?
«Ricordando che l’amore non è un lucchetto. È apertura, espansione, viaggio. Non ti completa: ti ricorda che sei già completo. E vale la pena a ogni età».