Qualche settimana prima di Sanremo era sconsolato e umiliato, e ha chiamato a raccolta i giornalisti per chiedere rispetto. Ha dovuto rispiegare tutti i traguardi raggiunti, chiedere che la sua musica venisse riconosciuta e rispettata, ha mostrato l’emozione con la stessa drammaticità di quella sfoggiata sul palco nel chiedere tutto ciò. Ed è sempre stato ridicolizzato. Eppure, Sal Da Vinci all’ultima serata si porta a casa il Leoncino d’Oro, e la sua Per sempre sì è ufficialmente la canzone simbolo di un’edizione, quella del 2026, che nel bene e nel male non dimenticheremo mai.
Vincere Sanremo dopo cinquant’anni di carriera
Il Sanremo di Sal Da Vinci è passato in sordina, nessuno l’ha visto arrivare. Perché, proprio come ha raccontato mentre nessuno lo prendeva sul serio, lui le cose belle non se le aspetta, non le ricerca, è semplicemente grato se arrivano. E a differenza di molti cantanti che si sono spinti a fare eventi, progetti e milioni di contenuti visti e rivisti con nessuna coerenza coi loro racconti, lui ha fatto il meno possibile.
L’unica apparizione del re della musica partenopea è stata un pomeriggio in una piazza un po’ lontana dal centro, dove ha organizzato una proposta di matrimonio farlocca in grande stile. Un’occasione per interpretare come si deve il suo brano – l’inno del matrimonio per eccellenza – e per fare la cosa che sa fare meglio: stare con le persone e farle emozionare.
Lo specchio di un’epoca, e allora?
Curioso che alla vittoria di Olly nessuno abbia parlato di significati simbolici o abbia cercato di sollevare polemiche. Invece dopo l’annuncio di Sal Da Vinci in cima al podio, dalle chat di WhatsApp alla Sala Stampa è tutta una rivolta. Ma qual è il problema se Sal Da Vinci ci rappresenta più di Sayf?
Con la sua Tu mi piaci tanto, Sayf ha portato un inno GenZ sull’amore tra le macerie. Per sempre sì, invece, è rifiuto di guardare avanti, un inno all’amore che non cambia, non evolve, resta sempre fisso con lo sguardo verso l’orizzonte. Un amore come lo abbiamo sempre raccontato, dunque, anche se in pochi possono dire di averlo vissuto.
Vorremmo essere diversi, orientati verso il futuro, consapevoli di quello che accade intorno a noi e sensibili all’errore, all’amore che tentenna, ai sentimenti non detti e non compresi. La verità è che non lo siamo. Lo prova un Festival in cu le donne sono mamme o vallette, in cui i disabili sono oggettificati e ridicolizzati o, peggio, presentati come eroi «nonostante i limiti».
Lo prova il rifiuto di raccontare adeguatamente i giovani, il rifiuto di ascoltarli, la volontà di continuare a disegnare un mondo che non esiste. Un’Italia che da 76 anni ci raccontiamo e che, è ora di dirlo, non è forse mai esistita. Ma in fondo Sanremo è Sanremo, e chi meglio di Sal Da Vinci lo rappresenta?