Prima di presentare la sua Per sempre sì, con cui torna a Sanremo dopo 17 anni, Sal Da Vinci si è lasciato andare a uno sfogo abbastanza intenso. Un monologo di quasi un quarto d’ora sull’uso delle parole da parte della stampa, il ruolo dei social e i rischi per la salute mentale degli artisti, sul rispetto. Ci ha spiazzati, come se fossimo scolaretti che ne hanno combinata una di troppo. Ma ripensandoci oggi credo che abbia fatto bene. Anche io ho parlato di Per sempre sì come di un inno neomelodico, e quando Sal Da Vinci ci ha chiesto cosa di preciso intendiamo con la parola mi sono trovata impreparata. Non ero la sola: in molti, sostiene l’autore, usano la parola a sproposito, intendendo generalmente «la canzone napoletana». E appiattendo un discorso che è il momento di affrontare con serietà.
Non chiamiamolo neomelodico, non a sproposito
«Vi chiedo di spiegarmi davvero cosa intendete con questo termine, neomelodico, perché leggendo e ascoltando penso che molti di voi siano fuori strada», comincia l’artista. «Un conto è parlarne come di un genere che tratta di sentimenti, passione e che nasce in seno alla cultura napoletana. Un altro discorso è se è usato come termine ombrello per parlare di musica di Napoli, ghettizzando, emarginando e trattando come artisti di Serie B cantautori che già devono faticare il doppio degli altri».
Le origini del neomelodico sono nella canzone popolare napoletana del XIII secolo, anche se i primi artisti che oggi riconosciamo come pionieri del genere sono dell’immediato dopoguerra. Già durante il tempo di Federico II di Svevia, che nel Regno delle due Sicilie ha fortemente promosso la divulgazione della cultura rendendo Napoli la capitale della poesia e della letteratura per anni, le prime poesie “musicate” hanno cominciato a diffondersi. La musica napoletana ha poi attraversato diverse fasi, da cui sono emersi sottogeneri come la villanella e la tarantella, fino ad arrivare, all’inizio del Novecento, a un genere di ballate particolarmente drammatiche.
Di neomelodico si comincia a parlare allora, e se oggi il termine ci fa pensare solo a Tony Colombo e Il castello delle cerimonie è perché siamo ignoranti. Sal Da Vinci non si spinge a utilizzare questo termine, ma io ammetto candidamente la mia ignoranza: pur non considerandolo un genere di serie B, non ho mai pensato fosse di mio gusto. E invece basta una ricerca su Google per vedere che si parla di neomelodico anche per artisti (che amo) come Pino Daniele, Lucio Dalla, Renato Zero, Mina, Nina Simone, Frank Sinatra, Luciano Pavarotti, Renzo Arbore, Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio.
Amare Napoli significa rispettarla
Dopo il Festival di Geolier, il grande pubblico si è dimostrato pronto per testi in napoletano – a tutti gli effetti un’altra lingua – ma non per accettare gli artisti napoletani e la loro tradizione. Lo dimostrano le smorfie di chi – se interrogato sul brano di Sal Da Vinci, che pur ha fatto ballare l’intera Sala Stampa come nessun altro – prega che non vinca mai.
Un trattamento che, in effetti, viene riservato a Napoli (e tutto ciò che la riguarda) sempre più spesso negli ultimi anni. Le serie napoletane come Mare Fuori ci interessano finché possiamo farne meme e collage online, ma quando trattano di tematiche serie o chiedono fondi tornano a scomparire nell’oblio. Gli attori, a meno che non si trasferiscano a Roma o Milano, finiscono per essere considerati solo per ruoli caricaturali o commedie dialettali. I cantanti per emergere devono scontrarsi con barriere linguistiche ma anche culturali e sociali, e molti sono costretti a trasferirsi per essere più vicini agli studi, alle etichette, a un mondo che però è completamente diverso da quello in cui nasce la loro musica.
Sal Da Vinci a Sanremo porta un messaggio d’amore, e una lezione
Per questo è ora di fare un passo indietro e rettificare: con Per sempre sì, Sal Da Vinci non porta (come ho scritto anche io) una Rossetto e caffè 2.0. Porta le sue idee, il coronamento di una carriera che inizia quando, a soli 7 anni, è salito per la prima volta sul palco di un teatro. È l’inizio di una festa diffusa che culminerà con due date nella sua Napoli, per festeggiare insieme ai fan gli anni passati insieme.
Parla d’amore, di drammi e della vita che va apprezzata in ogni momento. E in più fa ballare. Sal Da Vinci ha ragione: se la canzone non fosse in napoletano, se lui per 17 anni non fosse stato ostracizzato dalla musica italiana, se insomma fossimo tutti così “aperti” come ci dichiariamo, sarebbe già dato per vincitore. E invece un artista del suo calibro (con alle spalle tour internazionali, featuring e brani autoriali in cima alle classifiche e milioni di stream) è relegato a rispondere a domande su TikTok, come se la sua carriera fosse iniziata grazie alla GenZ.
«Con il mio racconto di questo amore, di questa coppia che attraversa gli anni senza perdersi, voglio dare una lezione a tutti», spiega l’artista. «L’amore vero è una promessa, e non ammette ripensamenti. Oggi ci dimentichiamo che per restare insieme tutta la vita si devono affrontare tante difficoltà, tanti momenti bui, e ci promettiamo il ‘per sempre’ con leggerezza. Soprattutto i giovani devono sapere invece che di leggero, nel futuro, non c’è proprio nulla».
Il Sanremo di Sal Da Vinci dopo 17 anni
Tornare in gara in un Festival con tante nuove proposte, col “secondo palco” dei social e nel pieno dell’era delle situationship e del futuro incerto, è una sfida. Ma Sal Da Vinci guarda ai ragazzi come a una generazione veramente pronta per conoscere il passato – lo ha dimostrato accogliendo con un amore unico nella storia la sua Rossetto e caffè – e per affrontare il futuro. «Oggi in tanti mi dicono che è difficile realizzare i propri sogni, ma io insisto perché non li abbandonino. La vita senza i sogni non è niente, e bisogna impegnarsi al massimo superando tutte le sfide. Sono gli ostacoli a renderci forti, in amore come nella vita, e i ragazzi devono imparare a non scappare, ma affrontarli a testa alta».
Insomma, pur con le sue parole eccessivamente passionali, il suo dialetto che si fa spazio involontariamente, e l’aspetto un po’ demodé, Sal Da Vinci ha tanto da dare in questo Festival. Ha tanto da insegnarci, e forse quel suo essere così privo di filtri e «politicamente scorretto» lo rende perfetto perché fare arrivare, finalmente, il messaggio.