Siamo a Parigi. Indossa un paio di jeans e una maglia blu con la scritta “Rock and Roll”. Si volta verso il publicist che è nella stanza con noi e – gesto raro – gli chiede di avere più tempo per raccontarsi. Le faccio notare che è più rilassata dell’ultima volta che ci siamo incontrate. Lei scherza: «Oggi non ho i miei figli a cui badare!». Valeria Bruni Tedeschi ride, come farà spesso in questa intervista. Nei prossimi giorni porta in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia Duse, il film di Pietro Marcello dove interpreta Eleonora Duse durante i suoi ultimi anni di vita.

Valeria Bruni Tedeschi in Duse
Erika Kuenka

Nei panni della “Divina”, l’attrice simbolo del teatro moderno, capace ancora oggi di essere un’icona nonostante di lei sia rimasto solo un film muto (Cenere, l’unico che girò), la vedremo al cinema dal 18 settembre. Poi, dal 2 ottobre, sarà protagonista anche di L’attachement – La tenerezza di Carine Tardieu, tratto dal romanzo L’intimité di Alice Ferney e presentato al Lido lo scorso anno: qui è una bibliotecaria 50enne single per scelta che si ritrova a instaurare un legame speciale con il vicino di casa e i suoi due bambini.

Valeria Bruni Tedeschi come Eleonora Duse

Partiamo dalla Duse. Le donne che andavano a vederla a teatro tornavano a casa e volevano cambiare vita. Perché, secondo lei, non è stata celebrata a dovere?

«Non c’era la tv, solo chi l’ha vista a teatro la conosceva. E non abbiamo immagini, nessuna intervista, soltanto le foto e le lettere scritte da questa donna selvaggia, intensamente erotica, lacerante. Per fortuna dall’anno scorso, centenario della sua morte, le cose sono cambiate».

A febbraio ha partecipato anche al documentario di Sonia Bergamasco Duse The Greatest. Su cosa si è basata per entrare in intimità con lei?

«Sulle lettere, appunto. Ne ha scritte centinaia: a sua figlia (Enrichetta, nata dal breve e infelice matrimonio con l’attore Tebaldo Marchetti, ndr), a Gabriele D’Annunzio, al compositore Arrigo Boito. Scriveva senza sosta. Era una star mondiale, cosa rara all’epoca: l’adoravano in Italia, Russia, America… Qui era l’idolo di Lee Strasberg, all’Actors Studio di New York è appesa la sua foto».

Nel documentario “Duse The Greatest” di Sonia Bergamasco (a sinistra nella foto)

E in Francia?

«Non allo stesso modo, penso per via di Sarah Bernhardt, altra grande attrice, nata 14 anni prima di lei. Sarah invitò Eleonora in Francia, dove fece molto teatro. La ammirava».

Però di lei scrisse: «La Duse recita molto bene, ma non è un’artista».

«Eleonora ne fu colpita, perché Sarah era per lei un punto di riferimento. Un giorno si incontrarono e le disse: “Sono rimasta molto ferita da quello che hai scritto su di me, ma mi hai dato così tanto… Questo è più importante”».

A ottobre uscirà anche La Divina di Francia, dedicato a Sarah Bernhardt. Perché vediamo solo ora film su queste donne così importanti?

«Oggi abbiamo bisogno di grandi personaggi femminili liberi e loro sono due figure davvero femministe. Pensi che Duse creò “La libreria delle donne,” un luogo in cui tutte le artiste che non lavoravano andavano a dormire, a leggere…».

Sandra in “L’attachement”: paure e femminismo segreto

È una donna forte anche la protagonista di L’attachement: Sandra, una 50enne indipendente, single per scelta, che però rinuncia all’amore che ha davanti agli occhi. Si riconosce?

«Sì, conosco questo atteggiamento. Non so esattamente dove sia il mio posto… Ma, a differenza mia, Sandra non va nel panico. Aspetta che gli altri trovino il loro, di posto, e intanto offre la sua amicizia: ai bambini, al padre, alla nuova donna di lui».

Ha paura di soffrire?

«Sì, ha paura e non vuole rischiare l’abbandono. Ho lavorato con questa paura e, per la prima volta, ho usato gli occhiali come protezione».

Non ci avevo fatto caso.

«Sandra guarda il mondo attraverso questa maschera: toglie di rado le lenti e, quando lo fa, rivela qualcosa di nuovo e “nudo” allo stesso tempo».

Valeria Bruni Tedeschi nel film francese “L’attachement“, regia di Carine Tardieu

Sandra è una femminista?

«Lo è nel senso più bello del termine. Oggi questa è una parola abusata, usarla non mi fa sentire tranquilla. Sandra è una donna vera: questo mi piace perché anch’io ho il mio modo di esserlo, e ho dato a lei il mio femminismo segreto».

Com’è il suo femminismo segreto?

«Quando avevo 11 anni ho letto Dalla parte delle bambine della pedagogista Elena Gianini Belotti: un libro incredibile, molto importante. Ero femminista, ero comunista, in un certo senso sono ancora quella bambina».

I bambini la adorano come adorano Sandra nel film?

(Ride, ndr) «No! Sandra si rapporta a loro come a suoi pari, io invece somiglio a un adulto stupido con un neonato. Sandra fa sentire tutti liberi. Io no!».

Lei no? In che senso?

«A parte i miei figli, che sono un’altra storia (ha due figli adottivi, Oumy e Noè, ndr), non riesco a creare quel bellissimo rapporto… A volte vorrei parlare con i bambini come suggeriva la pediatra Françoise Dolto: diceva che sono esseri capaci di desiderio e linguaggio ancora prima di nascere».

In L’attachement è una bibliotecaria: lei nella vita dove colloca i libri?

«Fra gli amici che ti aiutano a sopravvivere. Ho bisogno delle pagine, ho un rapporto fisico con la mia biblioteca, quasi erotico!».

Di vita, famiglia e lavoro (over 50)

Finalmente vediamo molte attrici over 50 in ruoli complessi al cinema: crede che le cose siano davvero cambiate?

«La visione della donna è cambiata. Un pensiero come “una donna è interessante anche quando non può più avere figli” per me è femminismo. Dopo i 50 credo che siamo perfino più interessanti, è una sfida totalmente nuova».

Perché lo dice?

«Perché siamo piene di esperienze e di sofferenze: questo ci arricchisce e ci dà ancora più carattere. E poi a teatro, quando interpretano Shakespeare o Cechov, sono affascinanti le donne di tutte le età: era assurdo che per il cinema fosse attraente solo la giovinezza, non trova?».

La scritta “Rock and Roll” sulla maglietta ha un significato?

«La metto per ringiovanire. E funziona!».

In L’attachement c’è una definizione diversa di famiglia e relazioni.

«Mi piace rompere le convenzioni sentimentali (e inizia una conversazione immaginaria, ndr). Domanda: “Che rapporto hai con lui? È il tuo ragazzo? È tuo amico? È tuo marito?”. Risposta: “Forse è un amico, siamo innamorati ma non andiamo a letto insieme e non viviamo nello stesso Paese…”. Oppure mi piace dire: “Mio figlio non era nella mia pancia, l’ho incontrato in un altro Paese e ora è nella mia vita…” Quando poi mi chiedono: “Perché non sei gelosa della moglie del tuo ex fidanzato?”… (il riferimento all’attore Louis Garrel, a lungo suo compagno e ora marito di Laetitia Casta, non è casuale, ndr)».

Cosa risponde?

«Perché mi piace, non è una colpa se non sono gelosa! Non voglio dire di essere il Dalai Lama, solo che mi piace una persona».

È innamorata, in questo momento?

«Non lo so. Ma, anche se non so risponderle, la cosa mi sta bene così come è».