Viviamo in una società ormai dominata dall’urgenza di fare cose, tante e soprattutto in breve tempo. Ma quanto può essere dannoso? E quanto poi è davvero urgente? Forse, ogni tanto, occorrerebbe fermarsi a riflettere se ciò che stiamo facendo sia realmente così improrogabile: la tecnologia, infatti, ci sta imponendo ritmi che secondo gli esperti non sono “naturali” e, soprattutto, ha fortemente ridotto gli spazi completamente privati. Ma la cronofagìa minaccia il benessere. Forse è ora si rallentare.

La società dell’urgenza e lo stress quotidiano

Ci svegliamo al mattino presto e iniziamo subito con la prima “dose di stress”: il controllo di notifiche e, spesso, delle email di lavoro quando abbiamo ancora la tazza di caffellatte fumante davanti. Inevitabile provare il primo senso di urgenza, dato dall’idea di dover rispondere il prima possibile. La giornata, però, è lunga come l’elenco degli impegni. E il numero di notifiche che riceviamo col passare delle ore contribuisce ad aumentare i livelli di stress. A fine giornata ci ritroviamo con un senso di spossatezza e pesantezza mentale difficile da cancellare.

Cronofagìa, cioè vivere di fretta

Dal mattino alla sera occorre vivere di fretta per far fronte a tutte le attività in programma: questa è un’idea tipica della società moderna, che in questo si differenzia moltissimo rispetto al passato. Il primo a definirla cronofagìa è stato il filosofo francese contemporaneo Jean-Paul Galibert in I cronòfagi. I 7 principi dell’ipercapitalismo, nel quale spiega come ogni momento della vita sia ormai legato alla produttività e monetizzato, anche nel privato: «Basti pensare a come sono strutturati i social, pensati per fornire una gratificazione istantanea: il reel deve catturare nei primi 5 secondi perché l’attenzione è sempre minore», spiega l’economista Luciano Canova, docente di Economia Comportamentale presso la Scuola Enrico Mattei, life coach e autore di ricerche sul benessere soggettivo e sostenibilità, anche nel mondo del lavoro.

Agende sempre piene e notifiche continue: il sovraccarico mentale moderno

«Rispetto al passato viviamo in una società che ha un problema nuovo: prima si cercavano le informazioni, oggi c’è un sovraccarico di dati. La loro gestione, però, rischia di consumarci mentalmente, anche perché è aumentata la velocità con cui arrivano. Lo stesso vale per le attività: abbiamo mille notifiche e agende sempre più piene e “colorate”, per differenziare il tempo di impegni – sottolinea Canova – Ma in questo contesto il senso di urgenza spesso ce lo creiamo noi stessi e, soprattutto, dimentichiamo che efficienza non è sinonimo di fretta e sovraccarico».

Come essere efficienti senza correre

Senza arrivare all’elogio dell’ozio, è importante saper valutare quando è il momento di abbassare il ritmo: «Per essere efficienti occorre avere più calma: il fatto di gestire il tempo in modo concitato sul lungo periodo non porta a lavorare bene. Al contrario ci si stressa del proprio lavoro, anche quando piace. Un periodo di maggior densità può capitare, ma dovrebbe essere seguito da uno di decompressione, altrimenti si finisce con il fermarsi solo in occasione di poche pause, come il Natale, per poi ricominciare quasi con più ansia – osserva l’economista – La produttività non equivale a riempire ogni buco della giornata, ma significa investire anche nel capitale umano, prendersi del tempo nel tempo, non necessariamente in un percorso strutturato, ma semplicemente per leggere o dedicarsi a cose piacevoli che permettano di stare bene e magari di imparare qualcosa di nuovo. La calma è necessaria per aumentare le conoscenze».

Rallentare per stare meglio: disconnessione digitale e pause necessarie

Traducendo in atti concreti, anche al di là del tempo di lavoro, significa «disattivare le notifiche, prendersi tempi di disconnessione, stare fuori dall’infodemia, cioè il bombardamento di informazioni. A livello lavorativo, comunque, penso la società stia vivendo una fase di transizione alla ricerca di un nuovo equilibrio: dopo che il Covid ha cambiato il modo di lavorare, dalla presenza al full remote, oggi si cerca una sintesi. Il lavoro da casa è rimasto per molti e questo lascia sperare di gestire il tempo in modo meno sincopato. Anche perché ricordiamo che schiacciare al massimo la tavoletta non migliora le prestazioni del motore, ma lo stressa troppo», sottolinea Canova.

Non siamo robot: perché l’urgenza fa male

Certo, la tecnologia non sempre aiuta, perché ormai siamo raggiungibili in ogni momento e luogo. Ma noi, avvertono gli esperti, non siamo robot e il nostro cervello, così come il nostro corpo, necessita di più tempo per processare le informazioni che riceviamo, per elaborarle al meglio e, non da ultimo, per vivere in modo più salutare, con meno stress e ansia. A colpire sono i dati di una ricerca di Global Web Index, secondo cui un quarto della popolazione è iperconnesso. Si va dal 5% della fascia 55-64 anni al 31% tra i 16-34 anni. Nel mezzo ci sono i 40/50enni che pure faticano a concedersi uno stop, anche disconnettendosi, dimenticandosi che non è “un reato”, anzi un diritto e un dovere se si vuole tornare a distinguere la vita privata da quella professionale e pubblica in generale.

I rischi della cronofagìa per la salute fisica e mentale

Tra i rischi più immediati della cronofagìa c’è un senso di malessere mentale, il pensiero di non riuscire a far fronte a tutto, con un inevitabile senso di frustrazione. Ma non mancano le conseguenze fisiche, come l’insonnia. Il sempre crescente utilizzo dei dispositivi elettronici, ma anche una vita sociale intensa e che occupa anche parte della serata, portano a ridurre sempre di più il tempo dedicato al sonno o a faticare ad addormentarsi. E i rischi per la salute non sono da poco: la riduzione del sonno sembra risultata associata a 7 su 15 delle cause principali di morte negli Stati Uniti, comprese malattie cardiovascolari, cancro, malattie cerebrovascolari, ictus, diabete, sepsi e ipertensione.

Ritrovare le giuste pause (anche di disconnessione)

«Come insegna la scienza, quando pensiamo consumiamo glucosio, quindi sollecitare troppo il nostro cervello in questo sforzo può peggiorare le nostre capacità di giudizio. Se è vero che iniziano ad essere progettati robot umanoidi in grado di svolgere compiti senza provare stanchezza o necessità di dormire, noi abbiamo sempre bisogno di fermarci, riposarci e anche di sbagliare. Altrimenti rischiamo di rimanere intrappolati nella dimensione dell’urgenza e di non avere prospettive di lungo periodo, ma solo orizzonti brevi – sottolinea ancora l’esperto – Come insegna l’economia finanziaria, ma anche la politica, se prendiamo decisioni istantanee e molto veloci, non possiamo pianificare il futuro, perché per questo occorrono distacco, lentezza e calma».